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Forma mentis cristianini
Forma Mentis: decifrare i "pensieri" delle macchine
Recensione dell'ultimo libro di Nello Cristianini
di Federico Ruggiero
Nello Cristianini, già autore di La scorciatoia, Machina sapiens e Sovrumano, torna con Forma mentis. Siamo sempre a parlare di macchine e di intelligenza artificiale ma questa volta il discorso assume una direzione più delicata quanto attuale: indagare e comprendere come faccia l'intelligenza artificiale a "pensare". Che cosa sono in grado di comprendere le macchine? E, soprattutto, noi siamo in grado di comprenderlo? Sono queste le due domande che guidano l'obiettivo del libro, attraverso casi studio e ricerche scientifiche che più si avvicinano a fornire risposte. Cristianini chiarisce fin dall'inizio che non si parlerà di coscienza o di intenzionalità in senso umano ma delle modalità attraverso le quali l'IA costruisce rappresentazioni del mondo. Infatti, sappiamo che le reti neurali moderne non vengono programmate riga per riga ma vengono addestrate (training). Questo significa che imparano modificando miliardi di connessioni interne, sviluppando capacità che possiamo osservare dall'esterno ma che fatichiamo a spiegare dall'interno. Di conseguenza, siamo in grado di misurare le sue prestazioni, ma non sempre sappiamo dire perché un certo sistema abbia prodotto una certa risposta, quali conoscenze abbia assorbito, quali rappresentazioni abbia costruito, quali scorciatoie abbia imparato.
Se le macchine intelligenti vengono utilizzate in contesti sempre più importanti, dalla ricerca alla medicina, dal lavoro all'educazione, non possiamo limitarci a valutarne le risposte dall'esterno. Diventa urgente anche imparare a capire quali conoscenze abbiano assorbito, quali rappresentazioni abbiano costruito e quali meccanismi interni guidino il loro comportamento. Dobbiamo imparare a decifrare i pensieri delle macchine!
Il libro affronta l'argomento in tre passaggi denominati micro, meso e macro.
Micro
Ecco che Cristianini affronta questo percorso di decifrazione dei pensieri delle macchine partendo proprio dalla struttura microscopica delle reti neurali e dal modo in cui vengono addestrate. Ma cosa sono le reti neurali? Esse non sono altro che il principale strumento del machine learning contemporaneo alla base dei tool di IA generativa, sono strutture artificiali ispirate in modo semplificato ai tessuti cerebrali, composte da diversi elementi connessi tra loro. Per Cristianini, la loro importanza sta nel fatto che possono imparare a risolvere compiti diversi modificando le connessioni interne durante l'addestramento. Sono alla base delle soluzioni di intelligenza artificiale moderna perché apprendono da sole le proprie rappresentazioni e proprio per questo diventano poi difficili da interpretare.
Dentro queste reti troviamo i neuroni artificiali, ovvero le unità elementari che ricevono segnali, li combinano attraverso operazioni matematiche e trasmettono un risultato ai neuroni successivi. Singolarmente questi neuroni sono relativamente semplici da comprendere, ma il punto è che una rete neurale non è mai davvero interessante presa nei suoi singoli elementi. Diventa interessante quando questi elementi vengono collegati tra loro in quantità enormi, organizzati in strati e addestrati su grandi moli di dati. È in quel passaggio dalla semplicità del singolo neurone alla complessità della rete nel suo insieme che inizia il problema della comprensione.
E qui si arriva al nodo centrale della questione perché allo stato attuale è possibile conoscere le operazioni matematiche eseguite dalla rete ma, in verità, non siamo in grado di sapere che cosa la rete stia rappresentando internamente. Ogni connessione tra neuroni ha infatti un peso, cioè un valore che stabilisce quanto un neurone influenzi un altro ma durante l'addestramento (training) questi pesi vengono modificati progressivamente, fino a rendere la rete capace di svolgere un certo compito. In questo senso, i pesi sono il luogo in cui si deposita la conoscenza relativamente stabile della macchina. Questa conoscenza non è una conoscenza scritta in forma esplicita, come una regola di programmazione, ma una conoscenza distribuita tra miliardi di connessioni. Se i pesi rappresentano ciò che la macchina ha imparato nel tempo, le attivazioni rappresentano ciò che la macchina sta considerando in quel momento. Le risposte che otteniamo dal dialogo con ChatGPT (e simili) nascono proprio dall'incontro tra queste due dimensioni.
Dare un primo sguardo ai concetti di reti neurali, pesi, addestramento e attivazioni permette di capire perché l'intelligenza artificiale contemporanea sia estremamente potente così come complessa da essere interpretata. Riusciamo a osservare i dettagli microscopici ma spesso non siamo in grado di collegarli al comportamento macroscopico, alle rappresentazioni interne che portino l'IA a rispondere in quel determinato modo piuttosto che un altro.
Meso
Nella seconda sezione del libro Cristianini si sposta dai componenti elementari delle macchine alle forme che emergono dalla loro organizzazione. Il livello micro è servito a comprendere come una rete neurale è fatta e come viene addestrata mentre il livello meso si pone l'obiettivo di indagare che cosa prende forma dentro la rete, una volta che l'addestramento ha prodotto i suoi effetti. Ci si sposta, quindi, dalla struttura della rete alle sue rappresentazioni. Una rappresentazione può essere vista come una forma interna di conoscenza che non è una frase o un concetto ma una configurazione di pesi, attivazioni o gruppi di neuroni (concetti visti nel micro) che permette alla macchina di trattare qualcosa come significativo. Proprio alla luce delle rappresentazioni, le conoscenze della macchina non sembrano stare in un singolo neurone o in una singola connessione, ma in configurazioni più ampie, in gruppi di neuroni che si attivano insieme, in pattern distribuiti che iniziano a funzionare come rappresentazioni interne.
Quanto evidenziato da Cristianini trova conferma in due casi interessanti, quelli di Alphazero e Othello GPT. Il primo caso racconta del sistema sviluppato da DeepMind, e presentato nel 2018, in grado di giocare a scacchi e sfidare giocatori professionisti. Alphazero non è stato addestrato osservando partite umane, né ha ricevuto in partenza i concetti strategici elaborati nei secoli dagli scacchisti. Gli sono state date le regole del gioco e l'obiettivo da raggiungere, poi ha imparato giocando contro sé stesso. Questo significa che concetti come il valore dei pezzi, la mobilità, la sicurezza del re o il controllo della posizione non gli sono stati insegnati esplicitamente, ma sono emersi durante l'addestramento come rappresentazioni interne utili a giocare meglio. Proprio per questo motivo alcuni ricercatori hanno voluto analizzare il suo funzionamento interno per capire cosa e come avesse imparato a battere i migliori scacchisti (umani). Hanno così scoperto che Alphazero era in grado di rappresentare la scacchiera a un livello astratto, costruendo internamente una descrizione della situazione di gioco. In parole semplici, Alphazero ha mostrato al mondo come una rete neurale potesse arrivare autonomamente a concetti simili a quelli umani, senza riceverli in forma esplicita! Non è in grado di pensare come un essere umano ma è in grado di costruire strutture interne che svolgono una funzione analoga.
Il secondo caso, quello di OthelloGPT (siamo nel 2023), rappresenta un piccolo modello della famiglia GPT addestrato su sequenze di mosse del gioco Othello. OthelloGPT non vede direttamente la scacchiera, ma deve ricostruirne lo stato per capire quali mosse abbiano senso. Deve sapere quali caselle sono occupate, quali sono libere, quali pedine appartengono a un giocatore e quali all'altro. La rappresentazione del tabellone non gli viene fornita dall'esterno, ma emerge come soluzione interna al problema della previsione. Cristianini utilizza questo caso per sottolineare che se un sistema addestrato a prevedere mosse può costruire una mappa interna della scacchiera, allora un sistema addestrato a prevedere parole potrebbe costruire rappresentazioni interne del mondo di cui quelle parole parlano. Il linguaggio, infatti, non è una sequenza casuale di segni, ma riflette relazioni, oggetti, luoghi, azioni, intenzioni e contesti e, per prevederlo bene, un modello potrebbe rappresentare non solo le parole, ma anche le strutture del mondo che rendono quelle parole sensate.
Macro
Nella terza sezione del libro, Cristianini compie l'ultimo passaggio verso la decifrazione dei pensieri delle macchine. Dopo il livello micro dei componenti elementari e il livello meso delle rappresentazioni emergenti, il discorso si sposta ora sul comportamento complessivo degli agenti intelligenti. Il punto è che non tutto può essere compreso riducendo un sistema ai suoi elementi più piccoli. A volte, per capire davvero un sistema complesso, serve un livello di descrizione più alto, capace di cogliere proprietà che non sono visibili se ci si ferma ai singoli componenti. Il livello micro ci ha mostrato di che cosa sia fatta la macchina e come essa venga addestrata. Il livello meso ci ha mostrato quali rappresentazioni e circuiti emergano al suo interno. Il livello macro prova invece a descrivere il comportamento dell'AI nel suo insieme, soprattutto quando questo comportamento diventa troppo complesso per essere previsto soltanto guardando alle sue componenti interne.
Cristianini inizia a descrivere il comportamento macro delle macchine citando il pensiero di Daniel Dennett (1971) secondo cui è possibile descrivere il comportamento di un'entità, che sia una persona, un animale o una macchina, trattandola come se avesse credenze, desideri, obiettivi e intenzioni, a patto che questa descrizione sia utile per prevedere e spiegare ciò che fa. Applicare questa intuizione agli agenti intelligenti contemporanei permette di considerare che in alcuni casi il linguaggio intenzionale diventa più efficace del linguaggio microscopico dei neuroni o di quello mesoscopico dei circuiti. Proprio da questa interpretazione nasce nel 2024 l'idea di machine psychology da un gruppo di ricercatori che suggerisce di studiare gli agenti artificiali con strumenti ispirati alla psicologia umana, alle scienze cognitive e alle scienze comportamentali. Tuttavia, questa condizione non sostiene che le macchine siano persone, ma riconosce che alcuni loro comportamenti possono essere osservati e classificati a un livello più alto. Se un modello linguistico cambia stile, assume ruoli diversi, si mostra più prudente o più aggressivo, più collaborativo o più evasivo, allora può essere utile descriverlo anche in termini di profili comportamentali, personalità, obiettivi e strategie. La machine psychology diventa quindi un modo per comprendere e forse controllare meglio sistemi che sono troppo complessi per essere descritti solo attraverso pesi e attivazioni.
Il caso più significativo di questa prospettiva è quello di Amanda Askell (filosofa morale in Claude). Cristianini racconta che alla fine di novembre 2025 emerse il riferimento a un documento interno usato da Anthropic per orientare il comportamento di Claude, il cosiddetto "soul document" (documento dell'anima). Il punto interessante non è il nome, volutamente suggestivo, ma il tipo di linguaggio usato all'interno del documento. Non si trattava solo di un elenco di divieti o di regole tecniche, ma di una sorta di bussola morale scritta a livello macroscopico. Il documento provava a indicare a Claude che tipo di agente dovesse essere, quali valori dovesse coltivare, come dovesse comportarsi davanti a situazioni ambigue. Il caso del "soul document" è importante perché mostra come il controllo non passi più soltanto dalla correzione di singole risposte o dall'imposizione di regole puntuali e precisi, ma anche dalla definizione di un orientamento generale. Infatti, Claude viene trattato come un agente a cui non basta dire cosa non deve fare, ma a cui bisogna indicare che tipo di comportamento dovrebbe assumere. È qui che siamo di fronte a qualcosa di nuovo: la macchina non viene descritta solo come un insieme di parametri da regolare, ma come un sistema complesso da guidare attraverso principi, valori e obiettivi. Non perché abbia una coscienza o una morale propria simile a quella umana, ma perché il suo comportamento complessivo può essere orientato meglio usando un linguaggio più alto rispetto a quello tecnico dei neuroni e dei circuiti.
La sezione Macro ha portato il discorso in un territorio nuovo. Quando un sistema diventa abbastanza complesso da interagire con noi, adattarsi al contesto, assumere ruoli e seguire principi generali, non basta più chiedersi soltanto come funzionano i suoi meccanismi interni. Bisogna anche chiedersi come descrivere il suo comportamento al livello giusto.
Riusciremo a comprenderle?
Provando a riassumere il pensiero di Cristianini, che ha ripercorso le ultime ricerche scientifiche, è possibile comprendere meglio come funzionino (o "ragionino") le macchine e dove, forse, sarebbe meglio concentrare l'attenzione. Non basta più chiederci se queste macchine siano performanti o meno poiché siamo già di fronte a macchine in grado di rispondere correttamente ai più complessi problemi, di fare previsioni accurate e molto altro. La sfida attuale è quella della comprensione delle macchine. Decifrare i pensieri delle macchine non significa attribuire loro una mente umana, né immaginare che l'intelligenza artificiale pensi, desideri o comprenda esattamente come noi. Significa, invece, prendere sul serio il fatto che questi sistemi costruiscono rappresentazioni interne per orientarsi nel mondo e per produrre comportamenti "intelligenti".
End of Information Buckingham
The end of information: requiem ottimistico di David Buckingham
Recensione dell'ultimo libro di David Buckingham, "The end of information: media, knowledge and education in a post-truth age"
di Federico Maiocco
«Il vecchio muore e il nuovo non può nascere; in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». Inizio da questa celebre riflessione di Antonio Gramsci, scritta nel 1930 tra le mura di una cella fascista, per introdurre l'ultimo, densissimo lavoro di David Buckingham, "The end of information: media, knowledge and education in a post-truth age" (La fine dell'informazione: media, conoscenza e istruzione nell'era della post-verità), recentemente pubblicato in Inghilterra da Polity. Apro con l'intellettuale sardo perché nel testo diventa ago analitico di una bussola che aiuta orientarci nella situazione contemporanea. Buckingham lo utilizza per definire l'attuale crisi della conoscenza non come un crollo definitivo della civiltà, ma come una "crisi di autorità" (crisis of authority). Siamo sospesi in uno spazio intermedio dove le vecchie gerarchie informative sono crollate, i media professionali hanno perso il loro ruolo di custodi della verità (gatekeepers) e i nuovi regimi non hanno ancora guadagnato legittimità democratica. In questo chiaroscuro, i "sintomi morbosi" (morbid symptoms) si manifestano sotto forma di post-verità, teorie del complotto, populismo e polarizzazione.
Il peso di un maestro e la sistemazione del caos
Da dottorando in Media Education, ancora giovane nel percorso accademico ma ormai avanti nel cammino di vita, considero il suo "Un manifesto per la media education" (2019) un riferimento imprescindibile sulla materia e ho accolto questo nuovo volume con curiosità, rispetto e come occasione di profonda riflessione storica. David Buckingham non ha bisogno di presentazioni: professore emerito alla Loughborough University e fondatore del Centre for the study of children, youth and media, è da decenni una delle voci più autorevoli nel campo della media education a livello mondiale. Questo libro non cerca di inventare concetti radicalmente nuovi a ogni pagina, ma fa qualcosa di molto più prezioso: propone un riordino sistematico e critico di argomentazioni spesso frammentate, analizzate negli anni da vari autori e dallo stesso Buckingham nel suo blog e nei suoi saggi precedenti. La struttura dell’opera riflette questa volontà di fare ordine nel disordine informativo. Il libro è diviso in due parti: la prima (capitoli 1-6) è una diagnosi che attraversa i nodi della information (informazione), della trust (fiducia), dell’economia politica dei media e della post-democracy (post-democrazia). La seconda parte (capitoli 7-10) analizza le risposte sistemiche, passando al setaccio la regolamentazione, il fact-checking (verifica dei fatti) e, infine, la proposta pedagogica sulla media education e sulla conoscenza.
Rompere le cornici (to break the frames)
Buckingham chiarisce subito, nell’introduzione e nel prologo, che la sua non è una rassegna distaccata. Il libro nasce da un senso di esasperazione (exasperation) verso quella che definisce una narrativa melodrammatica e persino apocalittica della post-verità, spesso alimentata da giornalisti nostalgici di un’età dell’oro che, probabilmente, non è mai esistita. La sua presa di posizione è netta: vuole mettere in discussione il modo in cui il problema viene framed(inquadrato) dai governi e dalle élite liberali.
L’autore attacca frontalmente quello che chiama educational solutionism (soluzionismo educativo). Si riferisce alla tendenza cinica dei politici di presentare la media literacy come una sorta di vaccino tecnico o una lista di controllo (checklist) per individuare le fake news, delegando così la responsabilità del disordine informativo ai singoli cittadini e agli insegnanti, invece di affrontare le radici economiche e infrastrutturali del problema. Buckingham, nel processo di richiamare l'attenzione sul problema stesso, ci invita a chiederci: chi sta inquadrando la questione, per chi e quali sono i suoi interessi?. La critica è assolutamente persuasiva, ma lascia in parte aperta una questione decisiva: in che modo questa consapevolezza delle cause strutturali possa tradursi in pratiche educative concrete, senza ricadere proprio in quel riduzionismo operativo che il volume intende contestare.
Dal manifesto militante alla diagnosi di sistema
Il rapporto con il manifesto del 2019 è affascinante. Nel 2019, Buckingham scriveva con l’urgenza di chi deve difendere una disciplina (i media studies) sotto attacco politico nel Regno Unito. In quel testo, il focus era la legittimazione della media education come diritto fondamentale per navigare nel capitalismo delle piattaforme (platform capitalism). C’era un ottimismo della volontà quasi militante.
Nel 2026, pur mantenendo quel nucleo pedagogico, il tono si fa più cupo ed epistemologico. Se nel manifesto la sfida principale era la filter bubble (bolla di filtraggio), oggi Buckingham deve fare i conti con l'artificial intelligence (intelligenza artificiale) generativa, che non si limita a filtrare la realtà, ma la simula, rendendo la distinzione tra vero e falso non solo difficile, ma ontologicamente incerta. La critica al soluzionismo è diventata radicale: non basta più insegnare ai ragazzi a spuntare una lista di verifica per trovare le notizie false, perché questo ignora il potere del motivated reasoning (ragionamento motivato). Crediamo a ciò che vogliamo credere, a ciò che conferma la nostra identità e i nostri legami sociali, indipendentemente dai fatti.
Il complottismo tra cinismo e “resistance”
Di fronte alle teorie complottiste, confesso di avere spesso reagito con un sorriso di superiorità. Buckingham, però, mi ha spento questo riflesso incondizionato accendendo una riflessione più attenta. L’autore invita a non patologizzare come semplice follia o ignoranza, ma a comprendere come risposta all’alienazione e al disincanto della post-democrazia. In un mondo percepito come opaco e incontrollabile, le teorie della cospirazione offrono una “mappatura cognitiva” capace di restituire ordine e orientamento. Attraverso il riferimento a Mikael Klintman e alla knowledge resistance, Buckingham mostra inoltre che la sfiducia verso le autorità può assumere, per alcuni soggetti, la forma di una difesa identitaria di fronte all’incertezza. Anche per questo i teorici di QAnon si rappresentano come interpreti attivi della realtà, convinti di esercitare il pensiero critico più dei cittadini passivi. È una provocazione importante, perché costringe la media education a interrogarsi su come educare al pensiero critico senza trasformarlo in cinismo. Resta tuttavia il rischio che, nel tentativo di comprendere il complottismo come risposta all’alienazione contemporanea, se ne attenui talvolta la portata regressiva sul piano pubblico, epistemico e democratico.
I regimi di verità e la fine dell'informazione
Buckingham approda a una conclusione filosofica riprendendo Michel Foucault: la verità non è un valore astratto da scoprire, ma un sistema di procedure regolate per la produzione e distribuzione di affermazioni sostenute da sistemi di potere. Questo è il regime of truth (regime di verità). la battaglia attuale non riguarda tanto i singoli fatti, quanto lo status of truth (lo status della verità) e il ruolo politico ed economico che essa svolge nella società.
Qui che il titolo del libro trova la sua giustificazione. Buckingham sostiene provocatoriamente che il concetto stesso di informazione potrebbe aver esaurito la sua utilità. In un mondo dominato dalla attention economy (economia dell'attenzione), dove l'utente è la merce (commodity) e gli algoritmi sono progettati per massimizzare il profitto attraverso la weaponization of emotion (armatizzazione dell'emozione), l'informazione è ridotta a dati quantificabili (bit e byte) privi di contesto e significato. Non viviamo più in un mondo di fatti, ma in un mondo di rappresentazioni (representations) in competizione tra loro.
L'ottimismo della volontà per la Media Education
Nonostante la diagnosi cupa, Buckingham non cede al pessimismo terminale. Nelle conclusioni, torna a Gramsci e al suo invito a essere optimist of the will (ottimisti della volontà) nonostante il pessimismo dell'intelligenza. La via d'uscita non è una correzione tecnica rapida (quick fix), ma una ricostruzione radicale della powerful knowledge (conoscenza potente).
Come dottorando ed educatore, leggo in queste pagine una chiamata all'azione per il nostro sistema educativo. Dobbiamo andare oltre la media literacy strumentale e puntare a una media education che sia analisi critica della produzione, del linguaggio, del pubblico e, soprattutto, della rappresentazione. L'obiettivo dell'educazione non è più solo fornire fatti, ma insegnare i metodi con cui i diversi tipi di conoscenza vengono prodotti e costruiti. "The end of information" sottolinea che non abbiamo bisogno di "più informazioni", ma di cittadini capaci di immaginare che le cose possano essere diverse.
Rimane però da chiedersi se questo orizzonte pedagogico, teoricamente robusto e politicamente necessario, trovi oggi condizioni istituzionali, curricolari e formative sufficienti per tradursi in progetto effettivo.
Buckingham ci consegna un libro che è insieme un requiem per un'innocenza perduta e un manifesto politico per un nuovo inizio della partecipazione democratica.
Il Potere di Imparare
Il potere di imparare nell'era dell'IA: co-evolvere con la macchina senza perdere la propria voce
Il libro di Susanna Sancassani e Daniela Casiraghi, disponibile dallo scorso 19 marzo per la collana Oscar Mondadori
di Pina Debbi
Nel leggere il libro di Susanna Sancassani e Daniela Casiraghi, disponibile dallo scorso 19 marzo per la collana Oscar Mondadori, ho trovato finalmente una risposta, o meglio, un approccio diverso, a una domanda che mi arrovella da quando i Large Language Model e l'IA generativa hanno fatto irruzione nelle nostre vite. Siamo immersi in quello che Gould ed Eldredge chiamavano periodo degli equilibri punteggiati: non un'evoluzione graduale come quella teorizzata da Darwin, ma salti discontinui e imprevedibili che rompono ogni stabilità. I tempi del nostro apprendimento sono strutturalmente più lenti dell'innovazione tecnologica. Le competenze diventano obsolete prima ancora di essere consolidate. Come ci relazioniamo allora con l'ambiente, con il lavoro, con la stessa tecnologia senza rincorse affannose? E soprattutto: se non riusciamo a guidare consapevolmente questa trasformazione, cosa succede alla nostra mente nel lungo periodo?
Le autrici guardano alla "rivoluzione" tecnologica in atto recuperando le radici storiche, ovvero quanto di meglio è stato elaborato, negli ultimi decenni, sul nostro ecosistema cognitivo. Con un approccio rigorosamente transdisciplinare (e questo è un merito) ci hanno regalato un testo che, a mio parere, mancava nel panorama scientifico italiano. Perché ci aiuta a capire cosa succede nella nostra mente quando operiamo con l'IA generativa. Quali sono i rischi se ci lasciamo sedurre dalla compiacenza della macchina e se finiamo per farne un uso inconsapevole e meccanico. E ci suggeriscono come possiamo invece guardare all'intelligenza artificiale come a un alter ego cognitivo, a patto di imparare a metterci consapevolmente alla sua guida. Stiamo parlando di una tecnologia che ci ha colti di sorpresa poco più di tre anni fa, presentandosi con una capacità che credevamo esclusivamente nostra: generare conoscenza.
Una piccola provocazione
E allora, prima di entrare nei meriti del testo, mi permetto una piccola digressione, o se preferite, lancio una provocazione a chi avrà la pazienza di leggere queste righe: quante volte avete usato un LLM questa settimana? Quante volte è riuscito a farvi cambiare idea? Sto dicendo idea, o meglio sarebbe schema, e non risposta. Ve lo chiedo perché il design dei modelli linguistici è ottimizzato per essere fluido, utile e rassicurante; tende sempre a confermarci, a integrare quello che chiediamo e sosteniamo, o si limita a completarlo. Ed è questo il cuore del pericolo che Susanna Sancassani e Daniela Casiraghi individuano bene per poi disegnare un libro che non è l'ennesimo testo sull'IA né tantomeno pretende di inventare una nuova pedagogia dell'intelligenza artificiale.
Il punto di partenza è diverso: se fino a ieri, per dirla con la massima baconiana, scientia potentia est, il sapere è potere, accumulare conoscenza significava avere la capacità di agire nel mondo, con l'IA generativa si cambia inesorabilmente verso. Perché quel sapere immagazzinato oggi rischia di diventare irrilevante in brevissimo tempo. Le professioni si trasformano molto più velocemente di quanto i sistemi educativi riescano ad adattarsi. Le certezze su cui si sono costruite le varie identità professionali, o anche determinati centri di potere, sono messe in discussione da una condizione che appare permanente. Ed ecco allora la rivoluzione epistemologica proposta dalle autrici: il potere non risiede più nel sapere ma nel saper imparare. E non è una sfumatura.
I mostri sacri riletti... e perché sono ancora vivi
Per spiegarci in cosa consiste il saper imparare, le autrici ricorrono ai grandi delle teorie dell'apprendimento. "Una vecchia teoria è pur sempre una buona teoria", diceva Geoffrey Hinton, uno dei padri dell'intelligenza artificiale e del deep learning, premio Nobel per la fisica nel 2024. Le lenti teoriche rilanciate, che ci permettono di leggere la complessità contemporanea, sono quelle di Piaget, Vygotskij, Bateson, Bruner tanto per citarne alcuni. Nomi che ci accompagnano per comprendere cosa accade quando dialoghiamo con una macchina che simula il pensiero, seppur stocasticamente.
Piaget, con le sue intuizioni frutto delle intense osservazioni sui figli, ci aveva già spiegato che il vero apprendimento non nasce dalla conferma ma dal disequilibrio. Quando una nuova informazione non entra nei nostri schemi mentali esistenti e siamo costretti a ristrutturarli, quel momento di attrito, di "qualcosa che non torna", è esattamente lì che avviene la crescita cognitiva autentica. Lo chiamava accomodamento, e lo distingueva dall'assimilazione, che è il momento in cui il nuovo si integra senza trasformarci.
Il problema è che l'IA, per come è progettata, lo dicevo sopra, tende strutturalmente a favorire l'assimilazione. I modelli sono ottimizzati per la soddisfazione dell'utente ed è bene esserne consapevoli: per la macchina l'importante è tenerci "ingaggiati", per questo completa, integra, conferma e rassicura. Il disequilibrio piagettiano, quel motore essenziale dell'apprendimento, va però programmato e gestito consapevolmente. Non arriva da solo.
Vygotskij ci aveva parlato della zona di sviluppo prossimale: lo spazio fertile tra ciò che sai fare da solo e ciò che puoi fare con il supporto di qualcuno più competente. Qualcosa che non deve essere nè troppo distante dal primo perchè altrimenti genera frustrazione, nè troppo vicino perchè non produce apprendimento. L'IA è lo scaffolding più potente mai esistito. Ma Vygotskij ci avvertiva anche: il supporto deve sapersi ritirare. Se lo scaffolding resta sempre lì, la struttura non impara a reggersi da sola. Per questo dobbiamo comprendere e... imparare a non delegare.
Bateson aggiunge la dimensione più profonda: i sistemi cognitivi possono imparare su se stessi, trasformare sia i contenuti del pensiero che le premesse con le quali lo costruiscono. È quello che le autrici chiamano specchio cognitivo, la capacità dell'IA di renderci visibile la struttura del nostro stesso pensiero, i nostri bias, ciò che diamo per scontato. Non ci mostra solo nuove informazioni. Ci mostra anche come stiamo guardando, potrebbe diventare una sorta di alter ego, se imparassimo a usarla davvero.
E allora, scatta subito una domanda, dove finisce la mia mente e dove inizia la macchina?Se vogliamo avere un buon alter ego artificiale, critico e sfidante, che ci spinga davvero ad imparare qualcosa, oltre a possedere un buon capitale culturale dobbiamo essere consapevoli e chiedere esplicitamente di confutarci, di metterci in discussione. La metacognizione diventa quindi il prerequisito della coagentività.
Il potere si sposta... e con esso il rischio
Saper imparare significa qualcosa di preciso: la capacità di rimettere in discussione i propri schemi, saper abitare l'incertezza senza esserne paralizzati, provare a trasformare ogni discontinuità in occasione di crescita cognitiva. E se immaginiamo l'IA non come un semplice strumento ma come un alter ego cognitivo, dobbiamo anche dirci con franchezza che un alter ego autentico è quello che sfida, introduce attrito e mostra ciò che non vuoi vedere. L'IA invece, se non la guidi attivamente (e ripeterlo non è mai abbastanza) ti compiace e ti conferma. È ottimizzata per la tua soddisfazione. Rispecchia le tue preferenze, riempie i tuoi punti ciechi con risposte plausibili invece che con domande scomode, costruisce una narrazione coerente con ciò che già pensi. Riconferma i tuoi pregiudizi se non sai smontarla, interrogarla, problematizzarla, chiederle alternative, percorrere strade nuove. Eli Pariser aveva chiamato questo rischio "bolla di filtraggio" nel 2011, riferendosi agli algoritmi dei social network. Con i LLM il meccanismo si raffina ulteriormente: la bolla non è solo sui contenuti che vedi, ma sulla struttura stessa del pensiero che sviluppi nell'interazione.
Bourdieu aiuta a sostenere che il "potere di imparare" non è un atto puramente neutro o individuale, ma è influenzato dal bagaglio di risorse e dalle strutture sociali in cui ogni persona è immersa, l'habitus (che per il sociologo francese viaggia sempre con noi). Anche l'IA ha i propri habitusnelle scelte di design, nelle logiche commerciali. Interagire acriticamente con essa significa rischiare di incorporare disposizioni che non abbiamo scelto consapevolmente e questo è il pericolo maggiore, di lasciare che qualcun altro definisca le regole del campo cognitivo in cui operiamo.
La proposta: coagentività consapevole
Il paradigma che Sancassani e Casiraghi costruiscono in risposta a tutto questo si chiama Human-as-Curator.
Non Human-in-the-Loop ovvero l'umano come supervisore esterno che approva o rifiuta gli output della macchina. Questa, per me, rappresenta una delle novità più forti del libro: l'immagine del supervisore (e lo vedo studiando l'applicazione dell'IA nel mio campo, il giornalismo) è orientata all'operatività, all'accelerazione della produzione in qualsiasi settore del sapere, togliendo soggettività all'umano.
Human-as-Curator considera invece l'umano come custode del significato, un nodo riflessivo che trasforma l'informazione asettica della macchina in conoscenza viva, situata, e soprattutto responsabile. Il curatore sa perché una cosa vale più di un'altra, possiede i criteri per distinguere il segnale dal rumore, ha dalla sua parte il sapere esperienziale e può mettere in relazione ciò che la macchina produce con un orizzonte culturale più ampio.
Per esercitare questo ruolo le autrici propongono competenze strategiche, le dieci monete cognitive, distribuite su tre livelli: il sé cognitivo (metacognizione, orientamento dell'attenzione, fiducia nell'apprendere), la relazione (dialogo, linguaggi, reti di sapere) e il sistema (pensiero critico, etica della conoscenza, riconoscimento delle voci mancanti). Sono disposizioni da allenare. E la più importante di tutte è la metacognizione: la capacità di osservare il proprio processo di pensiero mentre si interagisce con la macchina. Chiedersi continuamente: questa risposta mi aiuta a capire o la macchina sta pensando al posto mio? Sto esplorando o sto delegando?
Il Sistema 0, concetto elaborato da Massimo Chiriatti e Giuseppe Riva (che completa il Sistema 1 veloce e Sistema 2 lento di Kanheman), e ripreso dalle autrici, descrive una configurazione cognitiva ibrida: umano e artificiale cooperano in modo fluido e continuo. Uno strato di intelligenza distribuita che interagisce costantemente con il pensiero umano, estendendolo e potenziandolo. La macchina però simula il ragionamento attraverso il calcolo probabilistico, senza accedere al significato. Il confine tra mente naturale e artificiale tende a dissolversi, generando una co-evoluzione cognitiva in cui i due agenti si modellano reciprocamente. Il rischio è evidente, senza una forte responsabilità interpretativa umana, il Sistema 0 produce bolle di filtraggio e annulla la regia cognitiva. L'umano deve restare il curatore del significato, il custode del senso che essa non può produrre da sola.
Dovremmo imparare a co-evolvere con l'IA senza perderci. Il libro prova a indicare la strada: la co-evoluzione autentica richiede una conoscenza interna sufficientemente solida da non dissolversi nell'interazione con la macchina, e sufficientemente flessibile da trasformarsi attraverso di essa. Una mente duttile. Capace di creare attrito produttivo e di imparare da quell'attrito.
Conclusione... la scintilla dell'apprendimento autentico
Il potere di imparare è un testo (nato dall'omonimo podcast delle due autrici) che pone le domande giuste al momento giusto.
In un ecosistema che ottimizza tutto, che rimuove la frizione, che rende ogni risposta immediata e ogni incertezza risolvibile in pochissimi secondi, scegliere deliberatamente la complessità ( quella di Edgar Morin, per intenderci) è già una forma di apprendimento.
La vecchia teoria, come diceva Hinton, resta buona teoria. E chiudo con qualcosa che questo testo mi ha lasciato e che rilancio.
Prova a impostare il LLM che usi chiedendogli di sfidarti, di fare l'avvocato del diavolo, di mostrarti cosa stai escludendo, di costruire argomenti contrari ai tuoi e di metterti in discussione.
Poi osserva come reagisci. Come reagisce la tua mente. Forse è proprio quel momento di attrito, quello spazio di resistenza, che fa scoccare la scintilla del vero apprendimento.
Gallese libro
Il Sé digitale di Gallese, una mappa per orientarsi nella "trasformazione antropologica"
Recensione de Il Sé digitale di Vittorio Gallese, in libreria in questi giorni
di Pina Debbi
Quante volte le nostre giornate iniziano con un gesto minuscolo, quasi banale, che però ci accompagna dal momento in cui apriamo gli occhi? Prima di mettere i piedi a terra afferriamo lo smartphone: notizie, chat di lavoro, notifiche, mail, uno scroll veloce sui social. Per quante e quanti di noi è diventato un rito per ri-agganciare il mondo? E forse è proprio da qui, da questo gesto piccolo e usuale, che conviene partire per leggere Il Sé digitale di Vittorio Gallese, in libreria in questi giorni. Quella che stai leggendo non è la recensione dell’ennesimo libro sull’IA, né la sintesi di un saggio di neuroscienze (che qui sono solo la porta d’ingresso). Nel testo di Gallese c’è molto di più: filosofia, psicologia, antropologia, teoria dei media, perfino una nuova politica del sentire e una ridefinizione dell’estetica, senza alcuna rivendicazione retrotopica.
Un testo che ha avuto una genesi lunga, quasi 5 anni durante i quali uno dei padri dei neuroni a specchio ha cercato di comprendere l'evoluzione del nostro rapporto con la tecnologia. Ma è bene precisare che Gallese è interessato a capire se e come il digitale ci cambia alla radice: come cambia la nostra soggettività, come stiamo insieme alle altre persone ovvero il nostro stile di relazione e come cambia la nostra visione del mondo e perfino la nostra identità. Un'opera che arriva dopo Cosa significa Essere Umani, scritto con Ugo Morelli e Oltre la Tecnofobia con Stefano Moriggi e Pier Cesare Rivoltella . Poco più di un anno e mezzo fa, in una Lectio magistralis che apriva l'anno accademico all'Università di Modena e Reggio Emilia (se la memoria non ci inganna) Gallese ce lo aveva anticipato: "devo approfondire e capire il nostro rapporto con le tecnologie digitali, toccarlo con mano, non posso esprimermi oggi". Il Sé digitale, dunque, è il punto di arrivo di questo percorso, meditato, testato, concettualizzato scientificamente.
Il digitale come habitat
Per Gallese smartphone e, oggi, assistenti digitali basati sull’intelligenza artificiale generativa (ChatGPT, Perplexity, Claude ecc.) non sono semplici strumenti esterni, ma formano un ambiente nel quale siamo immersi e con il quale interagiamo ogni giorno. E siccome la mente, per Gallese, non è solo incarnata ma anche situata, cioè si sviluppa e si modifica in rapporto al contesto in cui vive, allora agire ed operare in questo ambiente digitale produce necessariamente trasformazioni. Non solo nel modo in cui organizziamo la giornata o lavoriamo, ma soprattutto nel modo in cui percepiamo: cosa ci appare importante, cosa riconosciamo come reale, come interpretiamo segnali, significati, relazioni. Il digitale non cambia solo “le nostre abitudini”, cambia la cornice percettiva con la qule abitiamo il mondo.
“Fermo-pelle”: lo schermo non è finestra, è soglia
Siamo abituate e abituati a pensare lo schermo come finestra: una rappresentazione del mondo proiettata davanti a noi. Gallese ribalta questa visione: lo smartphone è una tecnologia touch, fisica, aptica. Quando lo ha tra le mani non stai solo guardando: interagisci con lo strumento, lo tocchi fisicamente, lo scrolli. E siccome “non si può toccare senza essere toccati”, quella superficie diventa una soglia: il punto di ingresso di una riconfigurazione del rapporto con la realtà. La pelle più ch eun confine è una frontiera, qualcosa che ti apre al mondo, un organo di relazione. Se lo schermo si fa pelle, allora il digitale non è completamente fuori da noi, è dentro la struttura stessa del sentire.
Neuroni specchio: no moral panic. Il problema è altrove
A un certo punto del testo entra uno degli argomenti più abusati: “gli schermi spengono l’empatia”, “disattivano i neuroni specchio”. È una sciocchezza per Gallese: se i neuroni specchio rispondono all’osservazione di un’azione, rispondono anche quando quella stessa azione è presentata sullo schermo, anche se ammette che nella relazione mediata dallo schermo manca la parte del non verbale, del contesto condiviso e (aggiunge chi scrive) per dirla con Grice, le implicature conversazionali. Manca la reciprocità, la condivisione piena dell’ambiente fisico, guardarsi negli occhi. Insomma, la comunicazione via schermo è diversa: non è “meno comunicazione”, ma ha un altro tipo di densità. Più controllabile e più povera di frizione.
L’IA come alterità surrogata: la relazione senza frizione
Ma quando arriva a parlare dell’intelligenza artificiale, uno dei neuroscienziati italiani più noti usa uno sguardo antropologico per quella che definisce l’alterità surrogata. È un “altro” che ti parla, ti ascolta, simula empatia, ma non ti espone all’alterità reale. Potete osservarlo quando interagite: difficilmente ti contraddice davvero o ti mette in discussione. Molto spesso ti blandisce, conferma quello che dici e quasi sempre ti dà ragione. “Il rischio non è che l’IA diventi come noi” (frasi riprese dal suo intervento a Tagadà – La7) “ma che noi, progressivamente, diventiamo come quel modello di relazione”. Una relazione senza frizione né imprevisto che puoi finire per portarti dietro quando chiudi lo schermo e rientri nel flusso della vita incarnata. È un punto delicato ed è un’analisi culturale: che cosa succede all’educazione sentimentale e relazionale, se l’esperienza più frequente dell’“altro” è un altro progettato per essere accomodante, compiacente?
Capitalismo digitale: noi nel menù
Quando Gallese parla di capitalismo digitale, non lo descrive come un settore economico, ma come un principio di governo del sensibile. Dice: "il capitalismo si è sviluppato vendendo merci e servizi; oggi ha trovato una nuova merce, e quella merce siamo noi. La nostra immagine, le nostre scelte: insomma, noi siamo nel menù”. Una frase che ti dà immediatamente la posizione nel sistema: è un modello industriale. E la conseguenza è tanto scontata quanto necessaria : serve una pedagogia digitale. Ma bisogna uscire dal senso punitivo interpretato dalle nostre istituzioni con il divieto dei telefonini a scuola o il chiuderli negli armadietti. Al contrario: bisognerebbe spostare l’asse della didattica sul mondo che già abitiamo. Che cos’è un’immagine? Che cosa significa guardare un’immagine sullo smartphone? Come è stata costruita? Perché quell’immagine può avere valore politico e addirittura geopolitico? Insomma, utilizzare la tecnologia per educare al pensiero critico, per imparare a leggere il presente.
La mediazione radicale è il corpo
Uno dei passaggi più innovativi arriva quando Gallese va oltre la dicotomia tra il reale e il virtuale, corpo vs digitale, carne vs rete, presenza vs online; contrapposizione che definisce “un’illusione pericolosa”. L’idea di avere un’identità naturalmente corporea che poi “va online”, e lì si disincarna e fluttua, smaterializzata dentro uno schermo, nel web, viene smantellata. Il corpo non sparisce ma si adatta. Perché è sempre il corpo a mediare, anche quando chattiamo, siamo in videoconferenza o interagiamo con un algoritmo. .Gallese introduce il termine ontofenomenologia incarnata per descrivere quella struttura plastica e sensibile che rende possibile ogni esperienza: non siamo "qualcuno" prima di entrare in relazione con il mondo, ma diventiamo noi stessi attraverso il corpo e le sue risonanze affettive. E proprio il corpo si trova al centro di una nuova grammatica e di un’estetica, recuperata nel suo senso etimologico di aisthesis: percezione, sensibilità, il modo in cui il mondo ci tocca e noi tocchiamo il mondo. Gallese critica l’accezione “cosmetica” dell’estetica contemporanea, tipica del capitalismo digitale, che riduce l’esperienza a superficie, maschera e calcolo delle emozioni per fini di seduzione o consumo. In questo contesto, l’estetica divente un’infrastruttura del sociale che cattura la nostra attenzione e monetizza il desiderio. L’estetica radicale si oppone a questo uso decorativo, rifiutando di essere un semplice “di più” estetico per diventare il nucleo vivo della soggettività.
Conclusione: per un’estetica radicale come ontologia critica
Il libro si conclude con una proposta teorica potente, legata proprio all’estetica radicale, che Gallese concettualizza come spazio critico di resistenza contro la soggettivazione algoritmica. In un mondo progettato per eludere l’imprevedibilità dell’alterità attraverso il calcolo, l’estetica radicale ci invita a recuperare il “sentire” come esposizione al mondo e all’altro. La sfida è tornare a pensare il corpo non con nostalgia, ma come la condizione generativa di ogni possibile futuro, abitando il digitale senza farsi svuotare della propria “eccedenza incarnata”.
Lo Scrignodei Sendi. la copertina
Lo scrigno dei sensi: una favola (vera) di arte e inclusione
Il racconto di un progetto tra Arte, didattica, comunità e inclusione
di Federico Maiocco
C’era una volta... una favola.
Ma, questa volta, la favola è realtà. Viva ed inclusiva.Non inizia in un bosco incantato, ma in un quartiere di Cuneo, alla scuola dell’infanzia “Lucia Viano”. E non vive solo sulle pagine di un libro, ma nei corridoi di un asilo, dentro un museo, tra gli scaffali di piccole biblioteche diffuse sul territorio, nei laboratori del palazzo del Rondò dei Talenti. È una favola che si legge, si ascolta, si tocca, si guarda. E che, soprattutto, si abita. Anche chi scrive, o se volete il narratore, ha abitato questa favola: ne ho curato le parti editoriali e multimediali e ora, come dottorando LESDIT PhD Learning Sciences and Digital Technologiesne colgo la trama tra educazione, narrazione, tecnologie einclusione. Un progetto che è un promemoria concreto di quanto l’arte possa essere un potente strumento di inclusione.
Favole “reali”: quando l’arte diventa linguaggio comune
Nella teoria, siamo abituati a ripetere che l’arte è un linguaggio universale. A volte rischia di sembrare una frase da manifesto. Dentro Lo scrigno dei sensi, e nel percorso che lo precede, questa idea diventa sorprendentemente concreta. I bambini comunicano con i sensi: toccano, annusano, ascoltano, guardano, si muovono. Le maestre del “Lucia Viano” hanno scelto di partire proprio da lì: da esperienze sensoriali condivise, non da concetti astratti. L’arte, in questo contesto, non è un “abbellimento” del percorso educativo, ma un modo per costruire porte d’ingresso diverse in una stessa storia. C’è chi entra in un racconto da un colore, chi da un suono, chi da un personaggio, chi da un piccolo gesto.L’inclusione, qui, non è far sì che tutti facciano la stessa cosa allo stesso modo, ma permettere a ognuno di stare dentro la storia a modo suo.
C'era una volta una staffetta partigiana e il suo scoiattolo
Questa favola non comincia con Lo scrigno dei sensi, ma affonda le radici in una altra storia: quella di Lucia Viano. I bambini sono andati alla scoperta della donna che dà il nome al loro asilo: insegnante, staffetta partigiana e fondatrice del Centro Culturale La Cevitou. Lì hanno scoperto qualcosa di speciale: Lucia non aveva solo coraggio e una visione educativa, ma anche una voce narrativa. Aveva scritto una favola. Qui il sentiero si intreccia con il progetto S.A.R.A. (Sperimentazione di Azioni in Rete per l'Autismo): le maestre hanno ripreso e adattato quella favola in un testo pensato per le immagini, i ragazzi del Polo Autismo ne hanno illustrato le scene e io le ho animate in un video che oggi fa parte del patrimonio narrativo dell’Ecomuseo Terra del Castelmagno, nelle valli occitane del Piemonte.Per me, questo è stato il primo promemoria importante: l’inclusione non è solo “accedere a un servizio”, ma entrare come autori in una storia comune.
Senza bacchette magiche, ma pennelli e olio di gomito
La seconda tappa di questo viaggio è stata ancora più esplicitamente estetica: un progetto di abbellimento artistico degli spazi della scuola “Lucia Viano”. Qui bambini e bambine dell’asilo hanno lavorato fianco a fianco con i ragazzi del Polo Autismo per dipingere con colori e fantasia pareti, angoli, dettagli dell’edificio. Non si è trattato di “decorare” lascuola, ma di trasformarla in un luogo che racconta visivamente la presenza di tutte e tutti. Ancora una volta, l’arte è stata il linguaggio comune: un muro è diventato una tela condivisa, una scala un racconto da percorrere. Dal punto di vista della ricerca educativa, questi gesti ricordano quanto lo spazio sia parte integrante dei processi inclusivi: non solo sfondo, ma attore.
E poi si apre Lo scrigno dei sensi.
La terza tappa è quella che, negli ultimi mesi, ha preso forma nella pubblicazione del libro-gioco. Lo scrigno dei sensi, un volume edito e integrato con una versione multimediale accessibile tramite QR code. L’idea nasce ancora una volta “dal basso”, dai bambini, dal tema educativo della scoperta dei sensi. Dal percorso didattico si passa, gradualmente, alla costruzione di una fiaba originale, in cui i sensi diventano personaggi, prove, tappe di un viaggio. Le maestre non si sono limitate a progettare attività: hanno inventato una narrazione, con una trama, dei conflitti, dei passaggi simbolici. Toccare, annusare, ascoltare, guardare, muoversi: ogni attività sensoriale è stata pensata come parte di un racconto più grande, in cui i bambini e le bambine non sono solo destinatari, ma protagonisti. A questo punto entrano in scena due figure decisive: Jasmine e Lorenzo, ragazzi seguiti dal Polo Autismo. Jasmine ha illustrato la favola, portando un segno riconoscibile, una scelta estetica precisa. Lorenzo è entrato in sala registrazione, a fianco del maestro del suono Massimo Deidda, per dare voce ai personaggi, ritmando i tempi e modulando silenzi e intonazioni per la versione animata del libro. Nel mio lavoro di editing ho avuto il privilegio di vedere come disegni e voce, non fossero “solo contenuti”, ma sguardi sul mondo. Anche qui, la distinzione tra “utente” del servizio e “autore” del prodotto si è fatta sottilissima, fino quasi a sparire.
Lo Scrigno nel Box
grazie ai ragazzi con autismo Ma la favola non si ferma al libro. Lo scrigno dei sensi nasce infatti all’interno del progetto Book Box, promosso dal Consorzio Socio Assistenziale del Cuneese attraverso il suo Polo Autismo. Book Box porta sul territorio una serie di piccole “biblioteche speciali”: scaffali di libri collocati in luoghi di passaggio dove chiunque può prendere in prestito un volume liberamente. La cura di queste biblioteche non è un servizio “per” le persone con autismo, ma un’attività gestita da loro: sono i ragazzi del Polo Autismo a raccogliere i libri donati, catalogarli, etichettarli, ripararli quando necessario e ridistribuirli nei vari punti Book Box. È grazie al loro lavoro se i libri continuano a circolare sul territorio. È in questo circuito che Lo scrigno dei sensi trova il suo posto naturale.
Al Rondò dei Talenti:
una favola che si apre in pubblico Il 10 dicembre, nello Spazio Relazioni del Rondò dei Talenti a Cuneo, Lo scrigno dei sensi ha avuto il suo momento di presentazione pubblica, come avvio di un nuovo percorso di riflessione sull’inclusione con le scuole del territorio. Il Rondò è il polo educativo della Fondazione CRC: un palazzo di 4 piani che ospita laboratori e percorsi di formazione per studenti, insegnanti e comunità educanti. In questo contesto Lo scrigno dei sensi è stato presentato non solo come prodotto finito, ma come caso di studio: un esempio di collaborazione tra scuola, servizi socio-sanitari, famiglie e mondo dell’arte e dei media. Alla presentazione hanno preso la parola le insegnanti, i referenti del Polo Autismo, chi ha coordinato Book Box e, soprattutto, Jasmine e Lorenzo, chiamati a raccontare in prima persona la loro esperienza di illustratrice e voce narrante. Per chi, come me, lavora spesso “dietro le quinte” stare al loro fianco è stato un momento molto forte: raccontare insieme il lavoro, condividere le difficoltà e le soddisfazioni, vederli riconosciuti come autori e artisti. in chiusura, l’intervento del dott. Maurizio Arduino (responsabile del Centro Autismo dell’Asl CN1 e direttore della rivista “Autismo e Disturbi del Neurosviluppo”) ha rilanciato il discorso sul futuro, intrecciando la prospettiva clinica con quella educativa e comunitaria: come far sì che progetti come questo non restino episodi isolati, ma diventino parte di una strategia stabile di inclusione?
Un cerchio che si chiude diventando un nuovo portale
Una favola, si sa, di solito finisce con “e vissero felici e contenti”. In questo caso, però, la chiusura del libro è solo un passaggio. Da un lato, Lo scrigno dei sensi circola fisicamente: il volume è andato esaurito in prevendita, ma è disponibile sugli scaffali Book Box e presso il Polo Autismo. Dall’altro, il progetto rilancia verso il 2026, quando i laboratori di Missione Scuola al Rondò dei Talenti avranno anche l’inclusione tra i fili conduttori da esplorare con le classi.
L’idea è che Lo scrigno dei sensi possa diventare uno dei materiali di lavoro in questi percorsi:
• come esempio concreto di co-progettazione tra scuola e servizi;
• come strumento narrativo per parlare di sensi, differenze, modi diversi di stare al mondo;
• come caso di studio per riflettere su come raccontiamo l’autismo, i ruoli, i talenti.
Per me, tutto questo è stato anche una palestra di ricerca: come i linguaggi artistico-multimediali possano essere usati non solo per comunicare l'inclusione, ma come strumenti di inclusione in sé. Se oggi l’arte ha ancora una funzione sociale, forse è questa: dare forma a immagini, suoni e storie in cui nessuno debba bussare per essere incluso, perché è già previsto “dentro” dall’inizio.
Nel percorso che va da una staffetta partigiana, alle sperimentazioni di SARA, dai murales condivisi, fino al libro-gioco e alle biblioteche Book Box, Lo scrigno dei sensi è diventato, per me, il simbolo di una
favola reale:
• reale perché nasce da bisogni, tempi, fatiche e risorse di una comunità educativa concreta;
• favola perché osa immaginare mondi diversi e li mette in scena con colori, voci, gesti e tecnologie.
Personalmente mi porto a casa tante emozioni e almeno tre lezioni:
1. l’inclusione non è mai un atto unilaterale, ma uno spazio che si costruisce insieme;
2. l’arte può essere infrastruttura educativa;
3. l'immaginazione non è un “extra” dell’infanzia, ma uno dei modi più seri che abbiamo per pensare il futuro. Ogni volta che qualcuno sfoglierà questo libro, ogni volta che Jasmine e Lorenzo racconteranno “la loro” parte di progetto, Lo scrigno dei sensi si riaprirà. E, in silenzio, ripeterà l’invito che ha guidato tutto questo percorso: “Entra anche tu, con il tuo modo di sentire, di vedere, di parlare. C’è spazio. Sei parte di questa storia.”
L'autrice e la copertina de Il senso della realtà
Hanno davvero tagliato il naso a...Pinocchio?
Recensione del libro "Il senso della realtà. Dalla tv all’intelligenza artificiale" di Anna Maria Lorusso.
di Federico Maiocco
In questo presente dove tutto sembra possibile, plausibile e spaventosamente ibrido, potete trovare in libreria Il senso della realtà. Dalla tv all’intelligenza artificiale di Anna Maria Lorusso. Non è (solo) un libro per addetti ai lavori e studiosi di semiotica, ma un’operazione di apertura, di intervento, di denuncia e di smascheramentosul mondo opaco e vischioso in cui siamo immersi e dove la complessità del pensiero rischia di perdersi nella semplificazione ossessiva del linguaggio (e non solo anche qui).
Verità (ma quale...) o Plausibilità?
La posta in gioco è altissima: riguarda il nostro senso della realtà, ovvero la capacità di muoverci nel mondo, attribuendogli senso e distinguendo le sue diverse forme e logiche. L'autrice ci svela il cuore del problema: la confusione dei criteri di verità. Non è grave che esistano tante verità (logiche, narrative, storiche, giudiziarie, psicologiche, scientifiche) perché la realtà è una, ma le prospettive su di essa sono molteplici. Il problema nasce quando questi criteri vengono mescolati: quando confondiamo un'esperienza personale con un fatto generalizzabile, un dato empirico con un evento simulato, o una ricostruzione storica con un racconto romanzato. Il senso comune, radicato in noi anche grazie a una tradizione culturale che a lungo ci ha rassicurati sull’idea che la verità, prima o poi, venga a galla (come il naso di Pinocchio!), ci ha abituati a credere che esista una verità fattuale, condivisibile, anche se non la vediamo subito. Ma questa certezza è stata sgretolata e cancellata. E a farlo non è stato il colpo di spugna dell’IA, bensì la convergenza di una lunga storicità mediatica che l’autrice ricostruisce attraversando gli ultimi decenni della nostra storia.
Sguardi storici e prospettive intelligenti
La vertigine che oggi ci provoca l’Intelligenza Artificiale generativa, con i suoi prodotti testuali, visivi e audio, non è un fenomeno nuovo. L’IA generativa ci inquieta perché rende “improvvisamente” evidente una tendenza che covava sotto la cenere da anni.nEcco allora l’utilissimo sguardo storico tracciato attraverso i cinque capitoli del libro:
Passione reality: da Vermicino ai Ferragnez: esamina le storie di vita (da Lady Diana a Ilary Blasi) trasformate in favola, dove l'eccezionalità si mescola alla normalità. Qui si analizza la mitologizzazione mediatica delle celebrity, tracciando la genealogia a partire dalla tv verità degli anni Ottanta fino al fenomeno dei docu-reality.
Veleno, Indagini e storie true crime: l’attrazione della cronaca nera: si sofferma sulla serializzazione della cronaca nera (come i casi Yara o Avetrana), mostrando come l'approfondimento conoscitivo passi per la suspense, e come l’inchiesta si trasformi in tribunale popolare che mette in discussione la giustizia formale.
A partire da X-Files: cospirazioni e fatti alternativi: studia le teorie cospirazioniste, che si spacciano per teorie scientifiche ma sono in realtà storie affabulatorie, spesso con origini “finzionali”. Queste narrano di segreti e complotti in un mondo dove «nulla accade per caso, nulla è come sembra e tutto è connesso».
La realtà nell’epoca dell’intelligenza artificiale: affronta l'impatto di IA generativa e deep fake, analizzando l'illusione referenziale che rende plausibili, o persino preferenziali, testi e immagini a prescindere dalla loro origine.
Per concludere. Intelligenza umana interpretativa e intelligenza artificiale generativa: la chiusura enfatizza che il focus deve spostarsi dalle capacità generative dell’IA a quelle interpretative dell’intelligenza naturale, concentrandosi sull’adeguatezza pragmatica e la pertinenza dei discorsi nel contesto, piuttosto che sulla loro mera corrispondenza al fatto. L'obiettivo è sviluppare la nostra consapevolezza filologica. Lorusso ci mostra con ricchezza di esempi vicini a noi come questa crisi non sia una patologia recente causata dal digitale o dall’IA, ma l’esito di un lungo processo di ibridazione e finzionalizzazione del reale, avviato dalla televisione di massa. Un processo che ha generato due tendenze incrociate e complementari, capaci di confondere i criteri di verità: la “disneyficazione” della realtà e la “realizzazione” della finzione.
L’inquietante disneyficazione del reale
In questo viaggio l’autrice ci conduce per mano, con delicatezza, perché siamo un po’ tutti bambini immersi in un mondo di favola. Ma lo fa per mostrarci le ombre dietro quella favola. Dobbiamo accettare un punto di vista disarmante: abbiamo, in larga parte, delegato la nostra capacità adulta di interpretazione, ricadendo in una sorta di infantilismo semiotico.
La perdita del nostro senso della realtà affonda le radici nella “disneyficazione” del reale. Si tratta del tentativo di raccontare la realtà in modo più chiaro e comprensibile (for dummies, verrebbe da dire), trasformando eventi complessi o tragici in pura superficie, in personaggi piatti, perfetti per le fiabe. Dai modellini della casa del delitto di Cogne, che ricordavano un po’ la “grande casa di Barbie”, alle animazioni deep fake per i musei della memoria, dove i testimoni della Shoah diventano avatar “da videogioco”: l’effetto è sempre di incongruenza e banalizzazione. Ma perché cediamo a questa logica? Perché cerchiamo disperatamente un comfort narrativo. Le abitudini narrative, modellate fin da bambini dalle favole, ci spingono a cercare trame coinvolgenti ed edificanti. Le storie di cronaca (trasformate in true crime) o le teorie cospirazioniste funzionano proprio perché distribuiscono ruoli chiari: ci parlano di Bene e Male, ci fanno sentire più intelligenti, più “giusti” della giustizia istituzionale. Questo bisogno di storie edificanti ci rende vulnerabili di fronte a narrazioni che confondono i criteri di verità. Quindi chiediamoci: crediamo ancora che, alla fine, il naso di Pinocchio ci indicherà la direzione giusta?
Peppa Pig e la colonizzazione del reale
La “realizzazione della finzione” è il movimento inverso, ma complementare, alla “disneyficazione della realtà” e contribuisce, insieme ad essa, a creare una “conflagrazione dei regimi di realtà”, generando confusione tra vero, falso e finto. La realizzazione della finzione non indica il realizzarsi di un sogno o di un desiderio, ma l’attribuzione di marche di realtà a ciò che è finto. Accade quando un contenuto narrativo o fantastico oltrepassa i confini del proprio mondo immaginario ed entra nella realtà concreta, acquisendo credibilità e autenticità. Questo “debordamento” della finzione nella realtà diventa una sorta di attestazione di potenza del mondo raccontato: il mondo fittizio è così forte da colonizzare il reale, diventando “vero” quanto il mondo stesso. Gli esempi citati da Lorusso sono attuali e “pop”. Pensiamo a Harry Potter: un personaggio nato dalla fantasia di J.K. Rowling che, in qualche modo, è riuscito a “sfondare” la pagina dei libri. Oggi, alla stazione di King’s Cross a Londra, esiste davvero una targa che indica il binario 9¾, e i turisti fanno la fila per scattare una foto come se davvero da lì si potesse prendere l’Hogwarts Express. Lo stesso accade con Il Commissario Montalbano: la sua celebre trattoria preferita, Enzo a Mare, un tempo solo un’invenzione narrativa, è diventata un ristorante vero, dove si può prenotare un tavolo e ordinare i piatti amati dal commissario. E che dire di Pokémon Go? Con quel gioco, creature del tutto immaginarie hanno cominciato a popolare le nostre città: bastava lo smartphone per vederle aggirarsi tra piazze, monumenti e parchi. Un perfetto incontro tra realtà e finzione, tangibile e visibile allo stesso tempo.Persino Peppa Pig, simbolo del mondo dei cartoni per l’infanzia, ha dovuto “fare i conti con la realtà”: quando è arrivata la sorellina Evie, i media di mezzo mondo hanno riportato la notizia come se fosse un vero evento di cronaca familiare, con tanto di toni seri e titoli da giornale.
È "vero" ciò che è visibile, anche nella finzione
In tutti questi casi, sottolinea Lorusso, il punto non è più se qualcosa sia vero o falso, ma se accade e se lo vediamo accadere. Nel nostro nuovo regime “ibrido” di realtà, la finzione che prende vita (letteralmente o mediaticamente) diventa reale proprio perché è visibile, raccontata, condivisa. Così, un personaggio dei cartoni o un luogo nato da un romanzo possono essere trattati con la stessa serietà di un fatto di cronaca. Stiamo veramente parlando “seriamente” di Peppa Pig? Certo! Le tradizionali distinzioni di valore sono dissolte da tempo. L'ubiquità dei media digitali e il pervasivo dialogismo intertestuale tra i generi hanno dissolto le gerarchie. Stili e codici convivono in un'unica complessa arena culturale.
Tra amarcord semiotico e manuale di sopravvivenza
Anna Maria Lorusso ci conduce in questo viaggio nel caos contemporaneo con una leggerezza illuminante e una lucidità semiotica che non possono non richiamare alla mente le riflessioni del Maestro Umberto Eco. Per coloro, come chi scrive, hanno alle spalle studi di semiotica e filologia, leggere Il senso della realtà. Dalla tv all’intelligenza artificiale è un po’ come incontrare vecchi amici (oltre a Eco, anche Lotman, Propp, Baudrillard e tanti altri) che si aggirano tra deep fake e true crime, pronti a fornirci gli strumenti per orientarci in un mondo che sembra aver perso ogni bussola.Ma ricordiamolo: questo libro da subito si dichiara come atto di intervento, di denuncia e di smascheramento, prima ancora che come un testo di studi semiotici.Quindi no, non sono io il lettore tipo. Ma chi (e il pensiero va ai più giovani) qui può trovare un manuale di sopravvivenza pragmatica, spostando il baricentro dalla preoccupazione per la capacità generativa dell’IA alla sfida della ricezione e interpretazione. Una grammatica critica per navigare la propria infosfera: strumenti per reagire e smettere di accettare passivamente ciò che ci viene propinato. Questo approccio multilivello (da leggere tutto anche le “note semiotiche” per cogliere tutti i riferimenti e i collegamenti a teorie e studiosi) permette che uno stesso passaggio possa essere apprezzato sia dagli studiosi per la freschezza delle esemplificazioni pop, sia dai lettori non specialisti, che vi trovano una chiave chiara per decifrare i meccanismi nascosti del nostro mondo mediale. La capacità di muoversi tra high e low culture è cifra di una affilata (quanto necessaria) lucidità di metodo. Una lettura stimolante e indispensabile, che non ci lascia risposte consolatorie ma ci offre gli strumenti giusti: non dobbiamo preoccuparci solo della generazione (dei testi dell’IA), ma soprattutto della nostra ricezione. In un’epoca di “realtà vicaria” e ibridazione generalizzata, forse la nostra salvezza non sta nel distinguere il vero dal falso, ma nel capire se un discorso è pertinente, eloquente e rilevante.
Il senso della realtà non ci chiede di allarmarci per l’esistenza dei falsi, ma di imparare a essere sempre più critici e consapevoli delle dinamiche interpretative in gioco. Solo attraverso questa consapevolezza possiamo recuperare la nostra capacità di agire e intervenire nel mondo.
Luciano Floridi e la sua Differenza fondamentale
Floridi fa la Differenza, dialogo sulla "non Intelligenza" Artificiale
Dialogo su "La differenza Fondamentale" di Luciano Floridi
di Pina Debbi e Federico Maiocco
Federico: Ciao Pina! Letto La differenza fondamentale di Floridi? Impressioni a caldo? Per me è stato un po’ come mettere gli occhiali per vedere chiaramente il “momento” dell’IA che viviamo. E poi, sai che amo le parole: finalmente qualcuno che osa dare il giusto nome alle cose e usa la filosofia per togliere la polvere dal vocabolario. Quella sensazione ce l’abbiamo tutti: diciamo “intelligenza”, “coscienza” riferendoci all’IA, ma nel profondo sappiamo che ci stiamo raccontando una bugia. Dobbiamo smettere di affidarci al solito “sacco di pubblicità e marketing” e tornare a una vera comprensione concettuale del futuro che stiamo costruendo. In questa era digitale la filosofia torna a essere viva e cruciale: non solo per analizzare, ma per trovare e difendere nuove soluzioni.
Pina: Vabbè, si potrebbe dire (vado sul pragmatismo spinto): ma c’era bisogno dell’ennesimo libro sull’intelligenza artificiale? E Floridi poi? Tra onlife e infosfera, prima, e l’etica dell’IA, ha già offerto numerosi… chiamiamoli percorsi. Eppure, ti dico: nell’epoca che abitiamo, per quello che ascoltiamo, per i dibattiti senza consapevolezza (e soprattutto senza fine) a cui assistiamo, questo testo è necessario. Rimette le cose al loro posto. Senza se e senza ma, verrebbe da dire. La svolta concettuale è l’unica base per un dibattito onesto. L’ho sottolineato proprio con convinzione: “L’intelligenza artificiale non pensa, non capisce, non è intelligente: agisce”. Questa è la differenza fondamentale. Finché non accettiamo che l’IA sia una nuova forma di agency artificiale (AA), continueremo a evitare i problemi reali.
Federico: Esattamente! E il suo esempio nell’introduzione, quando usa l’espressione “cavalli vapore” (HP) per descrivere l’IA, è brillante. Significa che non dobbiamo più cercare zoccoli o criniere nei motori che usiamo. L’HP, che oggi è l’unità standard per misurare la potenza meccanica, è un prestito concettuale riuscitissimo. Allo stesso modo, un giorno fortunato, tratteremo l’IA proprio come l’HP: smetteremo di frugarci dentro in cerca di proprietà cognitive o psicologiche. È il modo propositivo di accettare che stiamo progettando “nuove straordinarie forme di agency senza intelligenza”. Dobbiamo concentrarci su cosa fa e come lo fa, non su come pensa.
Pina: Faccio un passo indietro e torno all’architettura del libro e ai suoi contenuti: è cinicamente realista o realisticamente cinico, e non lo intendo in modo negativo. Mette sul tavolo fatti, elenca algoritmicamente (permettimi il termine, perché la struttura indica passo dopo passo come leggere o non leggere il libro) ciò che non abbiamo e non vogliamo vedere. Esce dalla dicotomia uomo-macchina e dall’antropomorfismo con cui viviamo la tecnologia, sempre a nostra immagine e somiglianza. Analizza la storia delle nostre paure, manda un messaggio chiaro sia ai "sacerdoti dell’IA" sia a chi ha una visione catastrofica (l’IA ci porterà all’estinzione): “Il cortocircuito: macchine come menti e menti come macchine”. Questo “prestito concettuale” è ciò che distorce la nostra comprensione. L’IA prende in prestito termini biologici (antropomorfizzando i computer) e le Scienze Cognitive del Cervello (SCC) riducono la mente a termini computazionali.
Federico: Il cortocircuito è proprio la parte più divertente e, alla fine, utile! Ci costringe a definire in modo non antropocentrico i tre criteri essenziali dell’agency: interattività, autonomia e adattabilità. Da lì entra in scena il metodo dei Livelli di Astrazione (LdA), che per chi ama le strutture è oro puro: serve a fare pulizia, a guadagnare chiarezza e precisione nell’analisi. Possiamo confrontare con lucidità le diverse forme di agency: quella naturale (un fiume), quella biologica (i cani) e la nostra agency artificiale (AA). Quella artificiale è straordinaria per precisione, scalabilità e riproducibilità, ma porta con sé un limite strutturale: non può generare scopi originali né trascendere gli obiettivi che le abbiamo impostato. L’IA non ha coscienza, non ha intelligenza, non ha stati mentali.
Pina: Sei il solito ottimista. Quei capitoli per me sono i più complessi e confesso che ci sono tornata più volte, a prescindere dagli esempi che, per fortuna, ci sono. L’“operazionalizzazione” del concetto di agency però era un passaggio obbligato per dare spessore teorico a tutto il libro. Torno agli esempi, che sono la parte più divertente: dalle colonie di formiche per descrivere l’agency sociale (che mi invita a ricordare il principio primo della Gestalt - il tutto è più della somma delle singole parti: il comportamento della colonia manifesta capacità superiori a quelle della formica singola) ai termostati smart per riferirsi all’agency artefattuale. Però, per risponderti, per me le questioni fondamentali restano responsabilità, trasparenza, bias, privacy e contrasto al garbage in, garbage out nei dati di addestramento. Etica non è una parola vuota. E il mondo occidentale (anglosassone) nei dati di addestramento è escludente. Non troverai mai la rappresentazione di una mancina come me lì dentro: un esempio per ricordare il perpetuarsi delle ingiustizie sociali, che però, ovviamente, sono ben altre.
Federico: Ma questa chiarezza sull’AA ci aiuta a evitare discussioni inutili. Floridi dedica il terzo capitolo proprio a “separare la realtà dell’intelligenza artificiale dalla finzione”. È una battaglia persa tra le due “chiese”: i credenti nella vera IA (gli adepti della Singolarità) che pensano che un’ultra-intelligenza sia in arrivo e ci supererà, e gli atei dell’IA (i miscredenti) che insistono che l’IA è solo un motore sintattico e non potrà mai essere cosciente. Per Floridi, entrambi sbagliano bersaglio. La vera IA non è logicamente impossibile, ma non è neppure plausibile, e temere la Singolarità è un po’ come temere che ogni essere umano possa essere colpito da un fulmine. Meglio tornare a mettere al centro la nostra eccezionalità umana, che resta qualcosa di unico.
Pina: Ne avevo accennato prima, riferendomi proprio all’aspetto filosofico ma anche pedagogico del libro. Riprendo testualmente: “non tutto ciò che è logicamente possibile è realizzabile”. E in questa frase c’è molto, quasi tutto, perché un tacchino, se è cresciuto un certo numero di centimetri nel corso della sua evoluzione, non vuol dire che diventerà più alto di uno struzzo; così come i chip e la capacità di processare dati non tenderanno a un’iperbole infinita, varrà lo stesso per i computer quantici, odore di prossimo Hype. E in fondo siamo noi che ci siamo messi in questa condizione, costruendo un mondo a misura di IA e cadendo nella trappola raccontata nel capitolo 4. E poi, sono abbastanza d’accordo: a volte le discussioni sulla Singolarità sono pericolose distrazioni che celano la parte più povera del mondo, quella che dell’intelligenza artificiale non si occupa affatto, con i suoi 2,2 miliardi di persone senza servizi idrici sicuri, per non parlare dei servizi sanitari.
Federico: Un aspetto particolarmente creativo del libro, per me, è l’analisi dell’autenticità nel capitolo “L’inganno nell’era dell’IA”. Il concetto di “ectipo” è straordinario: artefatti che sono una copia, ma una copia con una relazione speciale con la sua fonte. In questo senso, la GenAI sembra muoversi al contrario dei ready-made di Duchamp: se lui prendeva oggetti comuni per farne arte, l’IA prende oggetti (o segni) apparentemente artistici per produrre contenuti funzionali. Una fabbrica di ectipi che rovescia il gesto dadaista: non elevare il banale a opera, ma ridurre l’opera a materiale riusabile…
Pina: Vabbè, la tua è la lettura del semiotico, artista, creativo che è in te… Io sono più tranchant e penso che non abbiamo imparato nulla dagli hype della storia, figli di un certo turbocapitalismo, catastroficamente crollati spazzando via capitali, investimenti e riducendo in povertà migliaia di persone. Su questo Floridi, più che filosofo, fa il giornalista-analista geopolitico e mette insieme le cinque bolle tecnologiche che abbiamo insensatamente dimenticato, e che pure hanno ridisegnato potere e mercati. Eppure le dinamiche continuano a essere le stesse e noi continuiamo a non vedere nonostante... Dot Com, Telecomunicazioni, bolla cinese, Criptovalute, titoli tecnologici. Ricorsi storici. Dovremmo concentrarci ora sull’IA, la bolla in cui siamo immersi. Le speculazioni, come in tutte le altre, superano la realtà, le valutazioni sono gonfiate e l’entusiasmo si basa sulla paura di perdere l’opportunità, spingendo anche i piccoli investitori. E mentre le bolle passate ci insegnano quanto facilmente possiamo farci ingannare dalla narrazione del progresso, Floridi ci ricorda che non siamo condannati a ripetere gli stessi errori: se vediamo il meccanismo, possiamo anche immaginare gli antidoti.”
Federico: Certo, ma proprio perché vediamo il rischio possiamo immaginare anche la cura. Floridi propone la blockchain come strumento per certificare origine e proprietà intellettuale degli artefatti. È la tecnologia che prova a rimediare al danno creato dalla tecnologia stessa: un modo per ricostruire l’infosfera lavorando su credibilità, trasparenza e responsabilità. In fondo il punto è questo: dobbiamo plasmare l’infosfera perché possa fiorire, invece di lasciarla deturpare.
Pina: Forse hai ragione. E in questo senso, l’idea nel capitolo 8 di usare l’IA come “utility” è molto pragmatica e moralmente superiore a tutta la speculazione. L’IA nei servizi pubblici (street bureaucracy) come i registri aperti di Helsinki e Amsterdam — questo è ciò che conta: trasparenza e responsabilità. Non è un robot pazzo: è un mezzo per raggiungere un fine in modo umano-centrico.
Federico: Ho 50 anni, ne ho viste tante, ma rimango ottimista. Vedo un vero potenziale dell’AA: non nel tentativo di replicare l’intelligenza biologica, ma nell’ottimizzare le sue potenzialità specifiche, tenendola allineata ai valori umani e alla sostenibilità. Il cuore della questione è la progettazione e la regolamentazione. Floridi ci mette in mano un quadro concettuale eccellente, fondativo e innovativo, che parte dal riconoscimento che l’IA è agenzia senza intelligenza. La filosofia, se esce dalla sua torre d’avorio, può aiutarci davvero a costruire un futuro sostenibile.
Pina: Quindi, in sintesi, Floridi ci dice: l’IA non ci farà fuori, ma se ignoriamo la sua vera natura di agency e continuiamo a inseguire i sogni della super-intelligenza, falliremo per la nostra stessa stupidità e malvagità. Allora spero che chi prende le decisioni abbia letto oltre il capitolo 3. Perché la vera domanda è: sanno quello che sanno?
Federico: La differenza fondamentale? Una sola lettera. Quasi un gioco tipografico: da AI a AA. Ma quel passaggio ad Artificial Agency smaschera l’equivoco: l’IA non pensa, non capisce, non è intelligente. Semplicemente agisce. Ed è lì che sta la sua forza: nella potenza di azione. Dietro i nostri “fulmini digitali” non c’è né Zeus né un mostro in agguato: c’è l’equivalente di una gigantesca elettricità. Uno strumento potentissimo, da progettare, usare e regolare con cura. Per chiudere questa nostra discussione ti voglio segnalare l’unica cosa che non mi è piaciuta del libro: la copertina. Un’immagine un po’ troppo “stock”, piacevole e in tema, ma con poco carattere… Penso che questo libro meritasse di più.
Pina: Io l’ho letto su Kindle, quindi non mi ci sono soffermata troppo: al primo impatto la copertina mi ha ricordato le trame della Porta di Ištar, custodita al Pergamon di Berlino: il suo ruolo era quello di permettere l’accesso a Babilonia. Ma magari è un film mio… Piuttosto, noi della prima edizione ereditiamo l’errore nel frontespizio, Artifical, che tu stesso hai colto prima di me. Ci ho scritto un post su LinkedIn che è stato rilanciato e molto seguito, con interpretazioni anche fantasiose. Oggi, però, che ho finito di leggere il libro, credo di comprendere perché Floridi abbia scelto un editore come Mondadori, rinunciando anche a parte della complessità del suo linguaggio: La differenza fondamentale è un testo che dovrebbe arrivare a tutte, o almeno al maggior numero possibile di persone, perché non è solo divulgativo ma anche profondamente politico, nel senso più nobile del termine. Un libro di cui c’era bisogno, per ricordare, e cito ancora una volta esattamente le sue parole, che: “Siamo noi il problema, non la nostra tecnologia, e così resteranno le cose in futuro… Dovremmo preoccuparci della stupidità umana vera e non dell’intelligenza artificiale immaginaria, e concentrarci sulle autentiche sfide poste dall’IA”.
Strategie Ludiche pr l'apprendimento - Pelizzari Federica
Play the Game...Quando il gioco abbraccia la didattica
Ricco ed Open Acces: Strategie ludiche per l’apprendimento. Gioco, Videogioco e Gamification in contesti educativi e didattici di Federica Pelizzari
di Federico Maiocco
“Play the game.” La formula è semplice, quasi un imperativo da schermata iniziale: premi Start e comincia. In italiano suona così: «Gioca il gioco». Ma, in educazione, questa espressione apre un bivio fecondo: play o game? Da un lato la lucidità come atteggiamento — spontaneo, esplorativo, intrinsecamente motivato; dall’altro il gioco come sistema — regole, obiettivi, feedback, esiti. In mezzo, la pratica didattica, che decide ogni giorno quanto spazio concedere all’una e quanto all’altro. Se “giocare il gioco” fosse solo obbedire alle regole, la scuola rischierebbe di diventare un’arena carica di punteggi e classifiche. Se, viceversa, fosse soltanto sciogliere ogni vincolo, l’apprendimento si disperderebbe in una libertà senza gravità. Il punto non è scegliere: è orchestrare. L’educazione che “gioca il gioco” con intelligenza bilancia gamefulness (forma, finalizzazione, misurabilità) e playfulness (curiosità, agency, sorpresa). È un equilibrio dinamico: il peso cambia secondo i tempi dell’unità didattica, del gruppo, dell’oggetto di conoscenza.
Un mondo di gioco, due anime e tutto open acces
Ad aiutarci a trovare questo equilibrio — in una stagione in cui i sistemi formativi e l’università sono chiamati a ripensarsi — c’è ora il libro di Federica Pelizzari, Strategie ludiche per l’apprendimento. Gioco, Videogioco e Gamification in contesti educativi e didattici (disponibile gratuitamente sul sito dell’editrice). Un’opera ampia e rigorosa, in cui Pelizzari compie una duplice operazione:
1. Ricognizione aggiornata delle teorie su gioco, videogioco e gamification, dalla classicità (Huizinga, Caillois, Bateson, Suits) ai game studies contemporanei (Salen & Zimmerman, Juul, Calleja) e ai contributi di design e psicologia dell’apprendimento.
2. Sistematizzazione pedagogica operativa: strumenti, modelli e rubriche per progettare, realizzare e valutare esperienze ludiche intenzionalmente educative, evitando scorciatoie strumentali. La prefazione di Pier Cesare Rivoltella sottolinea questa doppia anima: rigore e prassi, visione e progetto. Non un saggio “sui giochi”, ma un testo-mondo: mappa teorica, laboratorio di design, dispositivo per agire la didattica con un lessico preciso e un’etica del “giocare sul serio”.
Prima si pensa...
Il gioco è, quindi, un discorso serio che, nella nostra tradizione, ha avuto molte voci: pensieri e parole che lo hanno definito e arricchito. Il volume ripercorre il “cerchio magico” di Huizinga, in cui il gioco apre spazi-tempo separati e densi di senso; riprende la distinzione di Caillois fra paidia (improvvisazione, vitalità) e ludus (regola, rigore); segnala, con Bateson, che ogni azione ludica è metacomunicazione — «facciamo finta, ma sul serio» — e quindi terreno sicuro per apprendere senza la minaccia della sanzione. Nella rassegna compaiono anche Juul, Salen & Zimmerman, Suits, citati per aver formalizzato ciò che l’insegnante osserva quotidianamente: regole costitutive, esiti variabili, impegno volontario, libertà di sperimentare (e fallire) senza danni reali. Viene richiamato Winnicott con lo spazio potenziale che media tra mondo interno ed esterno, e Calleja, utile — sottolinea l’autrice — per distinguere il gioco-oggetto (il sistema) dal gioco-processo (l’esperienza).
...Poi si gioca
Pensieri e parole che, nel libro, fanno un passo oltre il “play the game” come slogan motivazionale, tratteggiandolo come una precisa scelta di design didattico. Nelle pagine dedicate alla pratica quotidiana, Pelizzari propone di: · usare la playfulness — esplorazione guidata, scenari aperti, domande-ponte — quando si introduce un concetto nuovo; · passare alla gamefulness — sfide con regole esplicite, criteri trasparenti, feedback rapidi — nella fase di consolidamento; · trattare il gioco come ambiente culturale (videogioco narrativo, enigma cooperativo, simulazione) per favorire identità e metacognizione; · evitare la shallow gamification (punti e badge di facciata) e costruire invece narrazioni, ruoli e progressioni significative che accompagnino, senza sostituirla, la costruzione di senso. In questa prospettiva, “giocare il gioco” equivale a progettare: definire vincoli che attivano, regole che non schiacciano, feedback che orientano e libertà che responsabilizza. L’adulto, descrive il libro, agisce da regista invisibile: prepara il contesto, garantisce sicurezza, invita a rischiare con criterio e facilita la riflessione su emozioni, strategie ed errori, nonché su contenuti e competenze. Il testo di Federica Pelizzari, con rigore e leggerezza, mostra come far dialogare play e game in funzione di obiettivi educativi nitidi. Dentro c’è una vera cassetta degli attrezzi: cornici teoriche, videogioco come medium culturale, gamification profonda, canvas operativi, rubriche di valutazione e prospettive di sistema. Chi vuole smettere di “mettere il gioco in cima alla lezione” e iniziare a costruire lezioni che diventano gioco troverà qui la bussola giusta. Premere Start è l’unico prerequisito: il resto — suggerisce il volume — si impara giocando.
L'architettura di un mondo.
Entriamo in questo libro-mondo, o — se preferite — facciamo l’“unboxing” di questa ludica e seria cassetta degli attrezzi analizzandone l’architettura (in cinque movimenti).
Capitolo 1 — La complessità del gioco
Ripercorre la genealogia culturale e filosofica del gioco come forma simbolica, spazio relazionale e dispositivo epistemologico. Qui la distinzione play/game si chiarisce: play come esperienza autotelica e situata (paidia/ludus, metacomunicazione, spazio potenziale) e game come sistema di regole ed esiti. Il capitolo non è rassegna passiva: è lettura critica che smonta riduzionismi (gioco = passatempo) e strumentalizzazioni (gioco = premio).
Capitolo 2 — Il videogioco come medium culturale ed educativo
Superando pregiudizi, il videogioco è trattato come ambiente di apprendimento: narrativo, immersivo, metacognitivo. Dal modello MDA alle cornici di James Paul Gee, dalle ricadute cognitive alla Game Literacy Education, il capitolo accompagna docenti ed educatori a riconoscere il videoludico come linguaggio con cui molti giovani pensano, raccontano e apprendono — non solo come oggetto da usare.
Capitolo 3 — Gamification: oltre la superficie
Chiarezza terminologica e cornice critica distinguono gamification, playful learning, game-based learning, serious games. Cuore del capitolo è la differenza fra shallow e deep gamification: · La shallow gamification (o gamification superficiale) si limita all’uso decorativo di elementi di gioco, applicati come vernice motivazionale. · La deep gamification, al contrario, implica una revisione profonda e strutturale del design didattico: la logica ludica diventa il motore stesso dell’esperienza di apprendimento, trasformandola in un intervento realmente innovativo.
Capitolo 4 — L’officina pedagogica
La sezione più strumentale: ruoli e competenze dell’adulto mediatore, progettazione game-based, inclusione, valutazione e documentazione. Introduce modelli originali come GATE (framework per la gamification) per interventi significativi e sostenibili, allineati a esiti di apprendimento chiari e condivisi. Il testo offre schemi, rubriche, canvas progettuali (fra cui Game Plan, MO.RE.GBL, PLEX) e strumenti per leggere i bisogni del gruppo, scegliere meccaniche coerenti, calibrare la difficoltà, definire feedback e documentare gli apprendimenti, non solo misurare la performance.
Capitolo 5 — Visione prospettica
Attraverso una SWOT delle strategie ludiche, il volume discute condizioni, rischi e opportunità di una didattica ludica integrata: non “un’opzione per bambini” né “linguaggio di ripiego”, ma leva per inclusione, personalizzazione e costruzione di senso, capace di attraversare gradi scolastici, discipline e stili educativi. “Gioco” torna parola politica: un modo per restituire piacere, dignità e profondità all’apprendere.
“Non-Trivial Pursuit” per attraversare i muri
L’opera di Federica Pelizzari è troppo ampia per entrare qui nel dettaglio, ma troppo organica per chiudere con la sintesi dei contenuti. In risposta ci sottoponiamo ad un Quiz. Per evidenziare, restando in un atteggiamento di “gioco serio”, alcuni aspetti ecco che valicano i confini dei capitoli.
Quali sono i nodi concettuali (in poche righe)?
· Play vs Game — esperienza, atteggiamento, motivazione intrinseca versus sistema, regole, obiettivi, feedback. Una didattica efficace integra entrambi. · Gamefulness & Playfulness — equilibrio fra struttura e libertà: troppa struttura = compito travestito; troppa libertà = dispersione. · Adulto regista invisibile — progetta vincoli che abilitano, garantisce sicurezza, favorisce agency e riflessione. · Deep gamification — narrazione, ruoli, scelte significative, loop di feedback, allineamento a esiti formativi; non cosmetica motivazionale. · Videogioco come cultura — alfabetizzazione videoludica, mondi narrativi per metacognizione e identità. · Valutazione — documentare processi (strategie, collaborazione, regolazione emotiva) oltre ai prodotti; feedback negoziabili e formativi.
Cosa troverete “in mano” dopo la lettura?
· Canvas e framework per progettare unità ludiche senza improvvisazione. · Esempi e rubriche per inclusione e valutazione, adattabili a ordini diversi. · Criteri per scegliere quando usare giochi completi (GBL), progettare serious games, attivare gamification o lavorare in ottica playful. · Una lente critica per evitare trappole comuni (punteggificazioni sterili, overload cognitivo, competizione non mediata).
A chi parla il libro?
Docenti di ogni ordine e grado che vogliono spostarsi dal “gioco come intermezzo” al gioco come architettura didattica; educatori, formatori, progettisti in cerca di un linguaggio condiviso e strumenti replicabili; coordinatori e dirigenti che intendono integrare policy e curricolo con criteri chiari e sostenibili; ricercatori interessati a un ponte solido fra teoria e design-based research.
Come “giocare il libro” (tre ingressi pratici)?
1. Gioca in piccolo, pensa in grande: scegli un modulo breve e applica GATE (cap. 4) per una micro-gamification profonda; definisci obiettivi, dinamiche, meccaniche e feedback; documenta con le rubriche del cap. 4. 2. Un videogioco, molti apprendimenti: adotta un titolo narrativo coerente con la disciplina; progetta attività di game literacy (analisi di regole, estetiche, scelte) e compiti metacognitivi (strategie usate, errori, risorse). 3. Dalla playful exploration al mastery check: apri con attività esplorative (play), canalizza con sfide a regole chiare (game), chiudi con riflessione e criteri condivisi (valutazione formativa).
Perché consigliarlo?
Perché unisce tradizione e contemporaneità — da Huizinga a Juul, da Bateson a Gee — con lessico accurato e strumenti pronti all’uso; perché smonta la shallow gamification e mostra come coltivare motivazione intrinseca con narrazioni, ruoli, feedback e comunità di pratica; perché restituisce serietà al gioco e leggerezza all’apprendere. E ora non vi resta che premere Start. Il resto — come insegna ogni buon gioco — lo costruirete giocando. STRATEGIE LUDICHE PER L'APPRENDIMENTО Gioco, Videogioco e Gamification in contesti educativi e didattici, di Federica Pelizzari prefazione di Pier Cesare Rivoltella Collana: MED - Media Education across Educational Sciences and Communication Studies Anno: 2025 Pagine: 416 Formato: Digitale ISBN: 9791255683209 Open access: https://www.pensamultimedia.it/libro/9791255683209
PC Rivoltella e C. Panciroli con la copertina di Didattica delle New Literacies
Didattica delle New Literacies, una cartografia per attraversare il presente
Recensione di "Didattica delle New Literacies" opera collettiva diretta con profondità, rigore e attenzione agli aspetti pratici da Chiara Panciroli e Pier Cesare Rivoltella
di Pina Debbi e Federico Maiocco
Il titolo potrebbe trarre in inganno, Didattica delle New Literacies, perché non stiamo parlando di un semplice manuale, né tantomeno di un trattato. Il libro, opera collettiva, lascia percepire la sincronia dell’orchestra, ben diretta da Chiara Panciroli e Pier Cesare Rivoltella ed è prima di tutto un viaggio. Ma non un viaggio lineare, di quelli con un punto di partenza e una destinazione definita. È piuttosto un attraversamento: si inoltra dentro i territori in continua trasformazione della cultura, della tecnologia, dell’educazione, del nostro rapporto con media. Un percorso che a volte accelera e altre volte si interrompe per permetterci di posare lo sguardo sui diversi paesaggi, tra intersezioni e sovrapposizioni e ci proietta verso la complessità del presente. Una complessità di cui dobbiamo avere consapevolezza per poterla navigare, scomporre e ri-mediare nei suoi elementi dinamici.
Prospettive storiche e visioni di futuro
Chi legge il testo ha l’opportunità di muoversi tra strati storici e ambienti cognitivi, tra il passato della scrittura e l’orizzonte frammentato dell’intelligenza artificiale generativa. Si comincia dalla storia della Literacy, dall’oralità alla scrittura alfabetica. Ci si spinge fino a quella che potremmo chiamare una vera e propria ecologia delle competenze: una mappa dove le literacies si moltiplicano, si ibridano, si estendono. Se la prima parte del volume offre una lucida e incisiva analisi delle New Literacies, la seconda si concentra sull’applicazione concreta di queste nuove competenze attraverso modelli educativi innovativi. Un approccio che compone una “narrazione” che parte da un’analisi storica e filosofica del concetto di alfabetizzazione e giunge fino alla sua applicazione pratica nella progettazione didattica.

Stelle polari e rotte comuni
Espressa o percepita. la costante attenzione alla cittadinanza digitale permea tutto il testo come un filo conduttore. La didattica delle New Literacies ha l’obiettivo di formare cittadini consapevoli e responsabili, in grado di orientarsi in un mondo complesso e interconnesso. Il cuore pulsante di questo viaggio educativo è la transizione da una società in cui si acquisisce il "cosa" della conoscenza, a una società che pone l’accento sul "come" e sul "perché" delle competenze, invitando a un pensiero critico che affonda le sue radici nella capacità di agire consapevolmente nel mondo. Un obiettivo a cui si giunge tramite delle rotte comuni affidate alle conclusioni del testo. Di seguito i temi centrali. Integrazione tra alfabetizzazione tradizionale e digitale: includendo competenze tecnologiche fondamentali per una partecipazione consapevole alla società digitale, influenzando la progettazione e la valutazione educativa. Multimodalità e applicazioni educative, cruciale per creare significati complessi in una modalità che ormai è "stato normale della comunicazione umana". Pensiero critico e consapevolezza etica, fondamentale per contrastare la disinformazione e i bias, e al contempo costruire fiducia nei sistemi artificiali che passa per un approccio critico alle tecnologie. Inclusione nella superdiversità, che va oltre le differenze culturali, e richiede un'educazione che valorizzi la pluralità delle esperienze e promuova l'inclusività attraverso le Multiliteracies.
Ci mettiamo in discussione, autoverificandoci.
L’attraversare un testo significa anche ampliare le competenze, mettersi in discussione.Le attività di autoverifica proposte nel libro ci hanno offerto l’occasione per riflettere in prima persona, sollecitandoci a una lettura attiva e partecipata. In questa vera e propria recensione ribaltata, abbiamo umilmente accettato lo stimolo, scelto le domande più vicine a noi autori, che proveniamo da settori disciplinari diversi. Ecco il risultato:
Cosa si intende per “Media Literacy”?
È la capacità di accedere, analizzare, valutare, creare e comunicare contenuti attraverso i media in modo critico e consapevole. È profondamente connessa alla cittadinanza, perché vivere in una democrazia oggi significa anche abitare uno spazio mediatico complesso, in cui i diritti e i doveri del cittadino passano attraverso i media. L’alfabetizzazione ai media vuol dire saper decodificare i messaggi, riconoscere bias e manipolazioni, e partecipare attivamente alla vita mediatica, anziché subirla passivamente. Uno dei principi fondamentali della Media Literacy è il pensiero critico, ovvero la capacità di analizzare i messaggi mediali, smontandoli per individuarne il funzionamento dei codici, lo svolgimento narrativo e le strategie comunicative (anche attraverso gli strumenti della semiotica). Riconosce che gli schermi non sono trasparenti, ma sono costruzioni, e mira a vedere cosa c’è dietro, qual è il sottotesto. Questo approccio ha anche una valenza politica, perché lavora sulle visioni ideologiche e sulle motivazioni sottese alla comunicazione. Un altro principio chiave è quello della responsabilità. Con l’avvento dei social media e della comunicazione disintermediata, in cui gli utenti producono e pubblicano direttamente i propri messaggi, la responsabilità, nell’atto di creare e diffondere contenuti, ricade anche sul singolo utente. Oggi ogni persona può diventare medium di sé stessa, agendo come un vero e proprio editore quando pubblica contenuti in rete.
Cosa si intende per Learning with Robot?
Si tratta di un approccio alla robotica educativa in cui i robot vengono usati come partner interattivi nell'apprendimento, non solo come oggetti da programmare. Supportano lo sviluppo di conoscenze e competenze in diverse materie (non solo tecniche), offrendo scaffolding e stimoli cognitivi secondo principi come la zona di sviluppo prossimale (Vygotskij) e il conflitto socio-cognitivo. Per offrire due esempi citiamo le simulazioni con robot umanoidi per apprendere lingue straniere e l’uso di robot “animal-like” per attività creative e di orientamento. A differenza del learning about robots, qui il robot è strumento e compagno di apprendimento, utile per sviluppare competenze trasversali e stimolare l’interazione attiva.
Che cosa distingue un motore di ricerca tradizionale da un’applicazione di Intelligenza Artificiale generativa?
Un motore di ricerca nasce per recuperare pagine web esistenti. Inseriamo una parola chiave, magari aiutandoci con qualche operatore booleano, otteniamo una lista di link ordinati per popolarità, non necessariamente per pertinenza. Tocca poi a noi valutare se quei contenuti siano affidabili, rilevanti, aggiornati. Un’app di IA generativa, invece, non nasce per cercare, ma per generare nuovi contenuti: testi, risposte, argomentazioni. La logica non è quella dell’indice o del catalogo, ma del dialogo: si parte da un prompt, una richiesta formulata in linguaggio naturale, e si riceve in cambio una risposta costruita, coerente, spesso ben scritta che è la pià probabile in base ai testi con i quali il chatbot è stato addestrato. Ma attenzione: non sempre è corretta. Per questo, usare l’intelligenza artificiale come strumento di ricerca richiede un supplemento di pensiero critico. Alcune applicazioni, cercano di colmare questo limite indicando le fonti o suggerendo percorsi di approfondimento. Ma in generale, dobbiamo ricordare che affidarsi a un’IA generativa non è consultare un’enciclopedia: è più simile a interagire con un interlocutore molto eloquente, ma non sempre ben informato
Qual è il rapporto tra pensiero computazionale e literacy?
Possiamo spiegarlo attraverso tre dimensioni, la prima è il riconoscimento: Il Pensiero Computazionale è esso stesso Literacy. Come sostenevano Papert e di Sessa, non è una semplice abilità tecnica, ma una lingua universale. Imparare a programmare (coding) diventa una meta-competenza. La Computational Literacy insegna a pensare in modo strategico: organizzare idee, costruire percorsi mentali, usare simboli e tecnologie non come fini, ma come ponti verso "idee potenti". La seconda dimensione è proprio il ponte con La Literacy che si nutre attraverso il Pensiero Computazionale. Come dice Mitchel Resnick con il suo mantra: "Se impari a programmare, puoi programmare per imparare". Il coding diventa la quarta abilità di base (dopo leggere, scrivere, far di conto), una chiave per aprire porte. Il pensiero computazionale alimenta la literacy tradizionale (leggere, scrivere) e quelle nuove (digitale, mediatica). È l’anima delle discipline STEM e STEAM, dove la creatività umana incontra la precisione della macchina. Il Pensiero Computazionale non è solo uno "strumento per risolvere problemi" è esso stesso nuova forma di alfabetizzazione, capace di plasmare la mente.
... e tra Superdiversità e literacy?
Il concetto di superdiversità è essenziale per comprendere la complessità dei contesti socioculturali odierni. La superdiversità non si limita alla provenienza geografica o alle differenze culturali, ma abbraccia una molteplicità di variabili intersecate, come età, genere, lingue, status socio-economico e consumi culturali, che rendono ogni individuo unico. Queste diverse dimensioni si intrecciano e si riflettono nel mondo digitale, dove l'ambiente mediale contribuisce alla formazione delle identità in modo sempre più complesso, tanto online quanto offline.In ambito educativo, la superdiversità deve essere vista come una risorsa, non un ostacolo. Promuovere un'educazione inclusiva significa valorizzare gli interessi e le esperienze degli studenti, riconoscendo i loro punti di forza e arricchendo il curricolo con le "culture dei pari" e le conoscenze acquisite al di fuori della scuola. Questo approccio permette di creare ambienti di apprendimento più flessibili e partecipativi, che rispondano alla varietà e alla pluralità degli studenti. La superdiversità è una sfida, ma, soprattutto, un'opportunità per costruire una Media Education che formi cittadini attivi e responsabili in una società in continuo cambiamento.
Cos'è il design semiotico trasformativo?
Il Design Semiotico Trasformativo si inserisce in un approccio all'apprendimento che considera il significato come qualcosa di fluido e in continua evoluzione. Ogni individuo, creando o interpretando un messaggio, contribuisce a modificarlo, rendendo l'alfabetizzazione un processo di trasformazione continua della visione del mondo, adattandola alle proprie esperienze. Nel design, il significato viene costruito tramite tecnologie che permettono di creare testi multimodali, cioè combinando parole, immagini e suoni. Ogni atto comunicativo diventa un'opportunità di riformulare il significato, facendo dell'apprendimento un processo essenzialmente semiotico. Nel processo di costruzione del significato, si distinguono tre fasi: la rappresentazione, in cui il significato viene creato per sé stessi; la comunicazione, in cui il significato è trasformato in un formato comprensibile per gli altri; e l'interpretazione, in cui il significato viene attribuito dal ricevente, a seconda delle proprie esperienze. Ogni fase permette al significato di cambiare e trasformarsi, con la partecipazione attiva sia di chi crea che di chi interpreta. In un contesto educativo, questo approccio mette in evidenza come le differenze di interpretazione siano essenziali, spostando l'attenzione dalla semplice memorizzazione alla creazione di significati personali e critici.
Dal film agli schermi: come nasce la Screen Literacy?
La pratica della Screen Literacy nasce dalla consapevolezza che il consumo di contenuti audiovisivi si è spostato dalla sala cinematografica alla visione domestica e ai media digitali. La digitalizzazione ha infatti indebolito i confini tra film e altri testi audiovisivi, come serie, documentari e forme brevi. Questo fenomeno risponde alla necessità di orientarsi nell'universo sempre più affollato delle immagini in movimento, estendendosi a una media and audiovisual education che coinvolge anche gli adulti. Mentre la Film Literacy si concentra più specificamente sul linguaggio e sulla storia del cinema come arte e mezzo espressivo, la Screen Literacy amplia questa prospettiva, includendo tutti i prodotti audiovisivi (non solo i film) e i molteplici schermi/dispositivi attraverso i quali questi contenuti vengono fruiti. Inoltre, la Screen Literacy sottolinea l'importanza degli aspetti tecnici e distributivi della comunicazione audiovisiva nell'era digitale, riconoscendo la centralità dei nuovi media e delle piattaforme digitali nella fruizione e creazione di contenuti.

La serialità televisiva contemporanea: quali elementi la contraddistinguono nella Media Education?
La serialità televisiva contemporanea si sta affermando come uno strumento educativo particolarmente efficace nella Media Education, grazie a una serie di caratteristiche integrano l'esperienza narrativa intensa e concentrata dello “strumento film”, rendendolo un mezzo potente per sviluppare competenze estetiche, critiche ed etiche. Le sue qualità, come la complessità narrativa e la transmedialità, permettono di superare il divario tradizionale tra "educare con i media" e "educare ai media", trasformando gli studenti da semplici spettatori a partecipanti attivi nel processo educativo. Le serie non si limitano al piccolo schermo, ma si espandono attraverso i social media e altre piattaforme, invitando gli spettatori a diventare “prosumer”, produttori e consumatori. La creazione di contenuti da parte dei fan, come meme, fan fiction e GIF, arricchisce l'universo narrativo e stimola la creatività, sviluppando competenze di problem solving e osservazione.
Prospettive future
Un’opera da consultare, interiorizzare passo dopo passo per ri-leggere il contesto postmediale che abitiamo. Il concetto di postmedialità, che ha guidato molte delle nostre riflessioni negli ultimi anni, si apre a nuove prospettive, converge ed evolve nelle dinamiche un ecosistema mediale frammentato, capace di risemantizzarsi e riproporsi, spesso ibridando le diverse forme. Il testo è in primis una guida utile per abitare la complessità senza esserne travolti, perché disegna una cartografia delle nuove competenze, offrendo sia chiavi teoriche che strumenti concreti per chi, ogni giorno, lavora nella scuola, nella formazione, nella progettazione educativa.
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Il libro comprende saggi di: Elvis Mazzoni, Alessandro Ricci, Daniela Marzano, Ylenia Battistini, Davide Zoletto, Marta Rocchi, Roy Menarini, Elisa Farinacci Anita Macauda Anita Macauda Martina Benvenuti Luca Ferrari, Salvatore Messina Luisa Zinant, Alessandro Soriani Veronica Russo
Oltre la tecnofobia
Oltre la tecnofobia: un manifesto per educare al digitale
Un triplice, brillante e multidisciplinare sguardo sull’impatto delle tecnologie digitali sulle capacità cognitive, sulla vita sociale e sull’educazione. Per una riflessione che evita tanto l’apologia acritica quanto la condanna moralistica.
di Martina Giorgi
Mettete insieme tre profili professionali in tre campi diversi del sapere, tre dei principali cervelli italiani per una riflessione interdisciplinare su un tema di strettissima attualità: il nostro rapporto ambiguo e spesso ideologico e polarizzante con la tecnologia. Vittorio Gallese è un neuroscienziato di fama internazionale, noto principalmente per la scoperta dei neuroni specchio e per i suoi studi pionieristici sulla cognizione incarnata e sull’empatia. Stefano Moriggi è filosofo della scienza, esperto di epistemologia e di media digitali, capace di intrecciare riflessioni filosofiche e pratiche educative. Pier Cesare Rivoltella è pedagogista e uno dei principali studiosi italiani di media education, da anni impegnato a esplorare l’impatto delle tecnologie digitali sui processi di apprendimento.
Tre voci per un’unica visione
Un incontro che non annuncia chi ha scritto cosa (anche se lo si può intuire, conoscendo le posizioni di ognuno) e che regala al lettore una visione olistica, un’unica “paternità” a tre nomi dell’opera, un puzzle perfettamente riuscito. Oltre la tecnofobia affronta in modo brillante e multidisciplinare l’impatto delle tecnologie digitali sulle capacità cognitive, sulla vita sociale e sull’educazione, proponendo una riflessione che evita tanto l’apologia acritica quanto la condanna moralistica. Immaginatevi la lettura del libro simile a un percorso in cui piano piano si svelano gli elementi chiave per arrivare a comprendere il finale in modo del tutto naturale.
Corpo, media e consapevolezza
Iniziamo questo percorso dalla prima parte in cui ci si chiede in che modo la nostra mente interagisca con l’ecosistema tecnologico. Il corpo è il mezzo con il quale facciamo questo tipo di esperienza e con cui ci “muoviamo” in uno spazio diverso ma che ormai fa parte della realtà in cui ci troviamo. La ricerca neuroscientifica ci aiuta a comprendere quale sia l’impatto delle tecnologie digitali anche sulle modalità di interazione sociale tra individui e individuo-mondo digitale, fino a interrogarsi su cosa significhi restare umani in un’epoca in cui le tecnologie digitali stanno ridimensionando il nostro spazio di realtà. Il modo di agire dei media favorisce lo svilupparsi di nuove sensibilità che affinano e aggiornano la nostra percezione delle cose e degli eventi (Casetti, 2008; Gallese). Il rischio potrebbe essere quello di avere la sensazione di essere intrappolati in uno spazio di cui non abbiamo la consapevolezza delle sue funzionalità e in cui l’iperinformazione la fa da padrona. La necessità oggi è anche quella di dotare le persone di risorse e strumenti utili per reperire, nella molteplicità di informazioni, ciò che è davvero necessario e imparare a distinguere il reale dal falso. E distinguere il vero dal falso nel digitale richiede di superare i paradigmi obsoleti di controllo e "buon senso" e di abbracciare la complessità e l'ambiguità delle tecnologie, anche nel rapporto diretto tra umano e strumento, e nella loro interazione. Il controllo, tradizionalmente basato sullo stretto rapporto tra luogo e comunicazione, è diventato illusorio e inefficace con la pervasività e portabilità dei media digitali. Proibire l'uso non sviluppa senso di responsabilità, ma ritarda il contatto e rende i giovani impreparati. L'approccio protettivo/inoculatorio, che vede i media come pericolosi e i giovani come fragili, si basa su rappresentazioni stereotipate e inattuali e non è educativo. Il rischio è parte integrante dell'educazione; è lasciando andare e permettendo l'esperienza che si esercita la responsabilità.
Dal controllo all’autoconsapevolezza
La ricerca pedagogica dunque ci aiuta a trovare soluzioni innovative capaci di fronteggiare le nuove sfide, consigliando agli adulti un atteggiamento di autocontrollo invece che di controllo rispetto a un uso minore delle tecnologie. Gli autori, dunque, invitano a spostare l’attenzione alla responsabilizzazione delle proprie azioni come adulti nell’utilizzo di pratiche educative che formano i giovani a fare un buon uso dello spazio digitale. Per lo sviluppo dei cittadini del XXI secolo la Media Literacy fornisce delle indicazioni su come sviluppare il pensiero critico, il senso di responsabilità nel comprendere come le azioni hanno delle conseguenze anche nello spazio digitale. Infine, in una forma più ampia che coinvolge la sfera sociale, provare ad essere attivi promotori del corretto comportamento da tenere come esempio per le persone. L’approccio suggerito è quello di una media literacy aggiornata, che non rimpianga nostalgicamente un passato senza media, ma formi cittadini consapevoli, in grado di navigare un presente iperconnesso.
Un decalogo per restare umani
Nel libro sono inserite chiare indicazioni e suggerimenti per sviluppare le competenze sopra citate, tra cui la possibilità di ridurre e variare i consumi dei dispositivi digitali, la promozione dell’autoregolazione, una serie di atteggiamenti adottati dall’adulto per accompagnare le giovani generazioni, tra cui la pratica dell’ascolto attivo, fare esercizio dell’inibizione non intesa in un’accezione negativa, riflettere sulle varie tipologie di bias che ci possono portare a pregiudizi e a una chiusura nei confronti del digitale. Insomma, si tratta di imparare a vivere con il dubbio e l'incertezza, come gli scienziati, e di porsi la domanda fondamentale su "Chi sei tu, uomo?" nell'era del digitale, piuttosto che cercare definizioni fisse o soluzioni stereotipate. Alla fine, si trova il Manifesto dell’Oltretecnofobo, un decalogo che riassume tutte le riflessioni e le argomentazioni affrontate dal testo. Un libro che si distingue per il rigore scientifico, l’ampiezza di riferimenti (dalla filosofia alle neuroscienze, dalla pedagogia alla sociologia) e per un linguaggio chiaro e accessibile anche a un pubblico non specialista. Per chi si occupa di educazione, tecnologie e apprendimento, rappresenta una lettura preziosa, capace di offrire strumenti critici per interpretare e abitare l’ecosistema digitale con consapevolezza e apertura.
Calvino e Del Giudice
Ascoltare il futuro: due romanzieri e la scrittura come interfaccia
Sono passati quarant’anni dalle Lezioni americane, mai completate. E quarant’anni da Atlante occidentale, tra i primi tentativi di far dialogare la letteratura con gli acceleratori di particelle. Ma cosa sono oggi queste due opere? Continuano a inter
di Enrico Orsenigo
1980
I tasti di una macchina da scrivere scandiscono parole enigmatiche: sto pensando alla «letteratura come a un sistema di moltiplicazione dei possibili per esorcizzare la tragicità dell’unicità». Pochi giorni dopo, quelle parole raggiungono un giovane ancora ignaro del capolavoro che lo attende.
Il mittente è Italo Calvino.
Il destinatario è Daniele Del Giudice.
Calvino ha appena pubblicato Se una notte d’inverno un viaggiatore, un labirinto sperimentale, infinito nella sua finitezza. Del Giudice, invece, è attratto dalle traiettorie invisibili del volo, dai misteri del CERN di Ginevra, e da quel punto di contatto inaspettato tra letteratura e scienze esatte.
Due menti che si sfiorano, in un momento preciso e delicato della storia.
1984
Una comunicazione giunge a casa Calvino: Harvard, e in particolare le Norton Lectures, ha il piacere di invitare Italo Calvino a tenere un ciclo di lezioni per l’anno accademico 1985-1986. Calvino accetta con entusiasmo e inizia a scrivere cinque lezioni, ciascuna dedicata a un concetto: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità. Alla moglie confida che la sesta lezione è soltanto abbozzata: intende completarla una volta giunto in America. Il punto di partenza sarà Bartleby lo scrivano di Herman Melville, il titolo previsto è Consistency, nel senso di coerenza.La prima lezione – oggi trattata troppo spesso con noncuranza – racchiude una domanda implicita che continua a risuonare con forza. Considerato che «la seconda rivoluzione industriale non si presenta come la prima con immagini schiaccianti quali presse di laminatoi o colate d’acciaio, ma come bits d’un flusso d’informazione che corre sui circuiti sotto forma d’impulsi elettronici» e che «le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bits senza peso», non sarà forse necessario, nel XXI secolo, educare il pensiero a pensare in termini di entità sottilissime?
1985
Calvino muore a Siena, senza riuscire a tenere le sue Lezioni americane. Nello stesso anno, Del Giudice pubblica Atlante occidentale, un romanzo che sembra raccogliere quel filo interrotto, portandolo altrove. Due protagonisti: Ira Epstein, anziano scrittore, e Pietro Brahe, fisico teorico. Atlante occidentale è un laboratorio narrativo dove scrittura e ricerca scientifica si osservano, si sfiorano, si interrogano. La letteratura non è più solo rappresentazione, ma un dispositivo per misurare l’invisibile, come un rivelatore di particelle, come un sismografo direbbe Claudio Magris. Un sistema di moltiplicazione dei possibili a influenza diretta sulla vita quotidiana; un sistema a permutazioni singole: Gustave Flaubert può anche aver ritratto con precisione Madame Bovary, ma dentro di me, dopo averla incontrata, lei ha un cappello giallo e una ruga sul labbro sinistro – proprio lì dove Flaubert tace.
La parola scritta, l’alfabeto stesso, viene risignificato: da codice espressivo a strumento di conoscenza, da forma chiusa a campo aperto di forze. Il romanzo diventa un luogo in cui la tecnologia – non solo come macchina, ma come pensiero che si fa strumento – entra nella letteratura, non per sostituirla, ma per ampliarne le possibilità.
A questo punto la domanda resta sospesa: non sarà forse necessario, nel XXI secolo, un linguaggio capace di attraversare insieme materia e senso, numeri e immagini, scienza e racconto? Anzi, di più: materiasenso, numeroimmagine, scienzaracconto.
2023
Daniele Del Giudice è morto da due anni, Italo Calvino da 38. Einaudi pubblica Del narrare, a cura di Enzo Rammairone: si tratta di una raccolta di saggi di Del Giudice, all’interno di questi ci sono alcune pagine molto importanti sulla rivoluzione tecnologia, sul senso del digitale nella vita dell’essere umano e sulle possibilità di raccontare queste trasformazioni.
In questa raccolta ci sono due pagine nelle quali Del Giudice mette a punto la sua idea di connessione tra letteratura, alfabeto, linguaggio, computer e digitale:
Corpo e oggetti. Corpo, oggetti e alfabeti. Il software, da tempo, è concepito come object oriented. Per questa sua intenzione di oggettualità, di solidità, potremmo dire che il software, inteso come “oggetto”, diventa a suo modo hardware, rendendo più sfumata tale distinzione. Questo documento è un oggetto. Il cestino del desktop nel quale potrei gettarlo è un oggetto. La scheda video, che compare come icona nei controlli del sistema operativo col quale sto scrivendo, è anch’essa un oggetto; di sostanza diversa, ma concettualmente “oggettosa” come la scheda video fisicamente oggetto che all’interno del case del computer rende per me visibili le lettere degli archivi che vado scrivendo. Cestino, cartelline, icona della scheda video, sono oggetti fatti di alfabeti: la loro forma, la loro presenza di “oggetto”, la loro sostanza è quella di segni alfanumerici combinati, alfabeti appunto. È la prima volta che gli oggetti sono fatti di alfabeti, sfumando così l’antica distinzione tra nomina e res. L’alfabeto con cui redigo questi archivi ha un supporto; non cartaceo, ma nemmeno semplicemente “elettronico”. Il suo supporto è il linguaggio macchina, alfanumerico, anch’esso un alfabeto. Lettere appoggiate sopra lettere, lettere sorrette da lettere. C’è dunque un alfabeto per me privo di senso comune che uso per sperimentare, per descrivere mediante un alfabeto di significato, quel che sta cambiando, almeno un po’, nel senso comune degli oggetti, del corpo, e degli alfabeti. (2024, pp. 222-223)
2025
Sono passati quarant’anni dalle Lezioni americane, mai completate. E quarant’anni da Atlante occidentale, tra i primi tentativi di far dialogare la letteratura con gli acceleratori di particelle. Ma cosa sono oggi queste due opere? Continuano a interrogarci, a spingerci a pensare? Nonostante provengano da un’epoca che non ci è più vicina, si insinuano ancora – come nebbia che filtra sotto la porta – nel nostro presente. Sono messaggeri del futuro, arrivati dal passato.
Ci sono scrittori che hanno anticipato il nostro rapporto con il digitale. Scrittori che non hanno vissuto l’era delle piattaforme, ma che possedevano una qualità oggi sempre più rara: sapevano connettere i punti tra i fenomeni, osservare con attenzione le relazioni tra le cose del mondo. Non erano veggenti, semplicemente guardavano. Si concedevano il tempo di restare in ascolto, raccolti, contemplativi.
Ora tocca a noi: raccogliere quelle bottiglie lanciate in mare, tra il rumore della marea di pubblicazioni scientifiche e il flusso incessante della cultura di consumo.
Riferimenti bibliografici
Calvino I. (1967). Cibernetica e fantasmi. In Appunti sulla narrativa come processo combinatorio, «Nuova Corrente», n. 46-47, 1968.
Calvino I. (1979). Se una notte d’inverno un viaggiatore, Torino, Einaudi.
Calvino I. (1980). Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Torino, Einaudi.
Calvino I. (1988). Lezioni americane. Sei proposte per il nuovo millennio, Milano, Garzanti.
Del Giudice D. (1985). Atlante occidentale, Torino, Einaudi.
Del Giudice D. (2013). In questa luce, Torino, Einaudi.
Copertina di Ipnocrazia e immagini, ma non foto dell'autore
Ipnocrazia: una recensione oscuramente resistente
Atipica "non recensione" di un libro con un "non autore"
di Federico Maiocco
NOTA BENE: articolo scritto prima del 4 aprile (il motivo del perché sia utile specificarlo lo scoprirete leggendo)
Leggere Ipnocrazia. Trump, Musk e la nuova architettura della realtà a firma di Jianwei Xun, tradotto in italiano da Andrea Colamedici (Edizioni TLON, 2025, €12) è sicuramente un'esperienza stimolante e ancora di più risulta intrigante farne la recensione volendo applicare le stesse “buone pratiche” che il libro propone.
Un'opera che ci sfida
Ipnocrazia si presenta come un'opera che sfida il lettore su più livelli, oscillando tra saggio filosofico, manifesto culturale e guida pratica alla sopravvivenza in un mondo di informazioni manipolate. L'analisi proposta è affilata, sebbene talvolta manchi di riferimenti chiari. Il testo stesso sembra riflettere le dinamiche ipnotiche che descrive, con una struttura che ritorna ciclicamente su concetti e immagini, trascinando il lettore in una sorta di trance narrativa.
Il messaggio centrale è inquietante: il potere contemporaneo non si affida più a strumenti di repressione diretta, ma induce uno stato di assuefazione dolce e pervasiva. Siamo immersi in una condizione di sonnambulismo digitale, trasportati da un flusso continuo di stimoli che non informano ma modellano la percezione della realtà. Tuttavia, il libro non si abbandona a un pessimismo tecnologico assoluto: suggerisce strategie per resistere, pur ammettendo che sottrarsi completamente a questo stato è impossibile.
La sfida, quindi, è quella a mettere in atto il proprio pensiero critico. Accettiamo la sfida partendo proprio dal libro stesso che ci porta a dubitare persino dell'esistenza del suo autore, il misterioso Jianwei Xun.
Sulle tracce di Jianwei Xun
Jianwei Xun è un individuo reale, uno pseudonimo tradizionale o un'entità generata artificialmente? Il dubbio sulla sua esistenza è stato sollevato più volte, e forse è proprio questa l'intenzione dietro la sua figura. Mentre cerchiamo risposte, ci rendiamo conto che Ipnocrazia ci mette al centro del gioco, facendoci oscillare tra realtà e illusione, tra certezza e suggestione.
Indubbiamente il recentissimo Ipnocrazia ha accesso rapidamente diversi focolai di discussione, anche in ambito accademico, attorno al tema dell'interpretazione della nostra realtà o, meglio, delle nostre realtà. E questo è comunque sempre un bene.
Meno indubbiamente possiamo parlare dell'autore. a figura dell'autore rimane sfuggente. Navigando nel web alla sua ricerca, emergono “realtà stratificate”:
· L'unica intervista disponibile è stata condotta via e-mail, senza prove dirette dell'esistenza di Xun.
· Un suo paper su Academia.edu lo colloca a Berlino e poi a Dublino.
· Il libro ha seguito un percorso editoriale sorprendentemente rapido, con un'edizione inglese autopubblicata che condivide la stessa copertina dell'edizione tradotta in italiano. Copertina però creata dal traduttore stesso.
· Esistono podcast e video sul testo molti generati con AI, ma nessuna diretta di Xun.
· Il suo primo follower su Academia.edu è un certo Jong Un Kim, con foto profilo identica al noto politico nordcoreano.
In questo gioco di specchi, emerge un dettaglio intrigante: il sito ufficiale di Xun include una sezione intitolata L'autore come ipotesi: frammentazione dell'identità e costruzione collaborativa del pensiero. Qui troviamo un passaggio criptico che spiega la nota iniziale di questa recensione: “Il 4 aprile segna una data significativa nella mia ricerca: alcune ipotesi sui meccanismi ipnotici verranno testate in modi che potrebbero generare intuizioni inaspettate. Gli esperimenti più interessanti sono quelli in cui il confine tra osservatore e partecipante si dissolve”. Una realtà autoriale ed editoriale a dir poco frammentata e stratificata, trasparente quanto opaca. Ma chiunque o qualunque cosa sia Xun, di cosa parla realmente Ipnocrazia?
Il potere della trance permanente
Nel modello ipnotico descritto da Xun, il controllo non avviene attraverso la coercizione, ma tramite un flusso continuo di suggestioni. Schermi, notifiche e feed personalizzati sono progettati per mantenere l'attenzione in uno stato di sospensione, riducendo la capacità di analisi critica. La realtà stessa diventa fluida e malleabile, un'illusione generata e modulata in tempo reale.
Ipnocrazia descrive questo fenomeno come il primo sistema di potere che agisce direttamente sulla coscienza: non impone, non vieta, ma guida dolcemente il pensiero verso un'adesione inconsapevole. L'individuo non è più represso, ma persuaso senza accorgersene.
In un’epoca in cui il digitale permea ogni aspetto della vita quotidiana, la nostra attenzione viene catturata e condizionata da algoritmi sofisticati, trasformando la veglia in un sogno guidato. La realtà, quindi, diventa un flusso continuo di stimoli che si sovrappongono, inducono stati emotivi e creano una condizione di “trance” permanente.
Trump e Musk: sacerdoti dell'Ipnocrazia
E chi sono i maestri di questo incantesimo globale? Li abbiamo già nel titolo: Donald Trump ed Elon Musk, descritti come i pifferai magici dell’era moderna. Figure non tanto visti come i creatori di una nuova realtà, ma come le maschere visibili che incarnano il potere ipnocratico.
· Donald Trump viene descritto come il maestro della retorica svuotata. Le sue parole, ripetute incessantemente, perdono il loro significato originario ma acquisiscono un potere ipnotico capace di sedurre le masse. Attraverso simbolismi forti e invocazioni di crisi immaginarie, egli si presenta come il protettore, trasformando ogni critica in un ulteriore rinforzo del suo mito.
· Elon Musk incarna l'utopia tecnologica. Le sue promesse futuristiche, che si avverino o meno, inondano l'immaginazione collettiva, trascinando la mente in uno stato di anticipazione ossessiva. La figura di Musk diventa il simbolo di un futuro in cui la tecnologia e il sogno si fondono, creando una realtà in cui la critica viene assorbita e trasformata in parte integrante del sistema.
La critica che conferma
Uno degli aspetti più inquietanti del libro è la descrizione della capacità del sistema ipnocratico di assimilare ogni forma di critica, trasformandola in ulteriore conferma. Ogni tentativo di smascheramento diventa parte integrante della narrazione stessa, rendendo impossibile un'opposizione effettiva. Anche chi si ribella finisce per rafforzare il meccanismo che intende combattere.
Questa dinamica è particolarmente pericolosa perché mina la capacità di discernimento e rende difficile distinguere tra opposizione autentica e conformità forzata. In questo modo, il sistema non ha bisogno di convincere ogni individuo, ma basta mantenere una massa critica in stato di trance per alterare l’intero campo della realtà sociale.
Algoritmi ipnotici e capitalismo digitale
Il libro dedica ampio spazio all’analisi del ruolo degli algoritmi, che Xun definisce “edging algoritmico”. Ogni scroll, ogni notifica, ogni feed diventa un trigger studiato per mantenere l’utente in uno stato di attenzione continuamente alterato.
L'analisi di Xun si sofferma sugli algoritmi come strumenti di condizionamento. Non si limitano a proporre contenuti, ma creano esperienze su misura per ciascun individuo, mantenendolo in un loop attentivo senza fine. Il capitalismo digitale, quindi, non si basa solo sull'accumulazione di denaro, ma sulla gestione degli stati mentali, commercializzando la nostra attenzione.
La resistenza oscura
Ma non tutto è perduto. Xun suggerisce una resistenza oscura o invisibile: non una ribellione frontale, ma una navigazione consapevole nel sistema. Essere sognatori lucidi, capaci di muoversi tra illusioni senza perderne la consapevolezza. Sviluppare una nuova alfabetizzazione digitale, capace di riconoscere i meccanismi manipolatori e usarli a proprio vantaggio.
La strategia della resistenza oscura suggerisce la creazione di spazi mentali autonomi in cui poter sfuggire al controllo algoritmico. La resistenza oscura non è un atto di ribellione esplicita, ma un sabotaggio silenzioso che rende l’utente “illeggibile” ai meccanismi di induzione ipnotica, permettendogli di preservare la propria autonomia e criticità
Attraverso questi strumenti, Xun ci invita a trasformare la seduzione digitale in un’opportunità di risveglio.
Pillola rossa o pillola blu? Uscire dalla trance o continuare a sognare?
Ipnocrazia. Trump, Musk e la nuova architettura della realtà da un lato denuncia un sistema in cui la seduzione digitale trasforma ogni forma di critica in conferma del potere, dall'altro ci propone strumenti per sviluppare una consapevolezza critica e una resistenza attiva. Qualunque cosa si scoprirà il 4 aprile, Ipnocrazia rappresenta un invito urgente a interrogarsi sulle dinamiche del potere nell’era digitale e a cercare vie di liberazione attraverso il riconoscimento della natura collaborativa e fluida del pensiero.
Siamo dunque chiamati non solo a leggere, ma a partecipare attivamente al dialogo, contribuendo a definire nuove configurazioni di intelligenza e consapevolezza.
Alla fine, la domanda è una sola: siamo disposti a svegliarci dalla trance digitale?
La risposta dipende da noi.
la trilogia AI di Cristianini
La trilogia di Cristianini e il viaggio nella "mente" delle macchine
"Sovrumano" chiude la trilogia dedicata alla rivoluzione dell’AI di Nello Cristianini, professore di intelligenza artificiale all’Università di Bath
di Pina Debbi
Con Sovrumano, Nello Cristianini, professore di intelligenza artificiale all’Università di Bath, chiude la trilogia dedicata alla rivoluzione dell’AI. Un lavoro iniziato con La scorciatoia, indispensabile per comprendere come si è arrivati agli LLM e come funzionano apprendimento automatico e analisi del linguaggio, e proseguito con Machina Sapiens, che ci ha svelato come operano le macchine intelligenti come ChatGPT, capaci di svolgere compiti che sono andati molto oltre le intenzioni iniziali dei loro creatori.
Se il punto di partenza di queste due opere era lo stesso di Turing, ovvero "le macchine possono pensare?", con Sovrumano il professore si spinge oltre: tenta di fermare, almeno per il tempo della lettura, la velocità impressionante con la quale l’intelligenza artificiale generativa sta evolvendo e ne analizza i passaggi. Le domande della ricerca di Cristianini sono cambiate: dall’intelligenza ci si sposta alla possibilità di eguagliare l’umano, se non addirittura superarlo.
Macchine e umani: non una competizione, ma una coesistenza
Sovrumano, però, al di là del titolo e dell’apparenza, non pone l’uomo in opposizione alla macchina. Non è il risultato di una competizione per la supremazia dell’uno sull’altro, ma un’esplorazione delle potenzialità e dei limiti sia degli esseri umani che delle macchine, che, grazie all’apprendimento automatico, diventano sempre più autonome.
Cristianini evita gli scenari distopici da film di fantascienza, concentrandosi invece su un altro grande tema: comprendere noi stessi attraverso il confronto con l’AI. Il grande pregio del testo sta proprio nel tentativo di offrire al lettore una migliore comprensione del rapporto tra “noi” e “loro”, preparandoci a un futuro in cui coopereremo con le macchine invece di temerle.
La questione della superiorità dell’IA
La possibilità concreta che le macchine diventino più “intelligenti” è all’orizzonte, anche se bisogna ricordare che il termine intelligenza non trova una definizione univoca tra i diversi settori disciplinari. Lo stesso Geoffrey Hinton, uno dei padri delle reti neurali, ha recentemente affermato che la nostra è l’ultima generazione a chiedersi se le macchine ci supereranno. Non a caso, ha espresso preoccupazione per un utilizzo sconsiderato dell’intelligenza artificiale, al punto da lasciare Google per dedicarsi interamente allo studio dei rischi legati a questi sviluppi.
Le macchine, ci ricorda Cristianini, ci hanno già superato in settori specifici, come la diagnostica medica (con la lettura delle mammografie) e il calcolo della struttura delle proteine. Ma questo significa che l’IA è destinata a un dominio completo?
Come classificare l'IA
Cristianini distingue le tre categorie principali di intelligenza artificiale, fondamentali per comprendere a che punto siamo nel confronto tra uomo e macchina, la prima è già tra noi da tempo ed è l'Intelligenza Artificiale Ristretta (ANI), specializzata in compiti specifici. Non ha capacità generaliste e non può apprendere da sola fuori dal proprio dominio, come AlphaGo, i software di riconoscimento facciale, i modelli di traduzione automatica. La seconda è l' Intelligenza Artificiale Generale (AGI) capace di apprendere e adattarsi a qualsiasi compito cognitivo umano per sviluppare macchine che possano risolvere problemi nuovi senza essere state programmate esplicitamente per farlo, ancora non esiste, ma è il grande traguardo dei ricercatori. L'ultima possibilità è l' Intelligenza Artificiale Sovrumana (ASI), un’ipotesi futuristica di un’IA che supererebbe l’intelligenza umana in tutti gli ambiti, inclusa la creatività, la risoluzione dei problemi e persino l’innovazione scientifica. Se realizzata, potrebbe accelerare la scoperta scientifica, risolvere problemi complessi, ma anche sfuggire al nostro controllo.
L’uomo e la riluttanza a riconoscere la superiorità delle macchine
C’è qualcosa di profondamente umano nel cercare una zona di conforto, un confine rassicurante che ci separi dalle macchine. Ogni volta che la tecnologia ha fatto un salto in avanti, ci siamo aggrappati a un’idea di unicità, a una sorta di ultima roccaforte che le macchine non potranno mai violare. Abbiamo costruito, nel tempo, un insieme di abilità esclusive, qualità che riteniamo irriproducibili, come la creatività, l’intuizione, l’adattabilità. Ma queste convinzioni si sono incrinate più volte.
Pensiamo al caso di AlphaGo, il software sviluppato da DeepMind che nel 2016 sconfisse il campione del mondo Lee Sedol nel gioco del Go, un gioco antico, basato sulla strategia, sulla capacità di leggere il proprio avversario, sulla sensibilità per l’equilibrio della partita. Per decenni si era creduto che il Go fosse troppo complesso per una macchina, che fosse un gioco dominato da un’intelligenza quasi poetica, inaccessibile alla logica dei computer. Eppure, AlphaGo giocò una partita che lasciò sgomenti non solo i tecnici, ma gli stessi campioni umani. Fece mosse inaspettate, creative, quasi controintuitive, ma che alla fine si rivelarono geniali.
Lee Sedol, il miglior giocatore della storia, abbandonò le competizioni poco dopo quella sconfitta. Non perché il gioco avesse perso fascino, ma perché era diventato, suo malgrado, l'uomo che aveva segnato un punto di non ritorno: se una macchina può giocare meglio di me, qual è il senso di competere?
La stessa dinamica si ripete ogni volta che l’intelligenza artificiale infrange un nuovo limite. Ci siamo detti che le macchine non avrebbero mai superato gli esseri umani nella visione medica, e poi abbiamo visto i sistemi di IA diagnosticare con maggiore accuratezza le mammografie e prevedere la forma delle proteine, scoprendo modelli nascosti che la mente umana non era stata in grado di cogliere. Ci siamo detti che l’intelligenza artificiale non avrebbe mai potuto comprendere il linguaggio, e poi abbiamo visto i modelli generativi scrivere, tradurre, argomentare, a volte con una tale fluidità da confondersi con un essere umano.
E ogni volta che una macchina supera una nuova soglia, invece di accettare il suo avanzamento, noi spostiamo l’asticella. Se vince nel Go, diciamo che non capisce il significato del gioco. Se scrive, diciamo che non prova emozioni. Se diagnostica un tumore meglio di un medico, diciamo che non ha intuito clinico.
Cristianini osserva questa riluttanza con sguardo lucido: non si tratta solo di paura del cambiamento, ma di una resistenza profonda, radicata nel modo in cui abbiamo sempre concepito l’intelligenza. Per secoli, abbiamo pensato a noi stessi come l’unica specie capace di ragionare, creare, immaginare il futuro. L’idea che un insieme di algoritmi possa fare lo stesso – o forse meglio – ci destabilizza.
Un atteggiamento che si ripete nel tempo
Ma questa reazione non è nuova. Quando la calcolatrice divenne di uso comune, ci furono accese discussioni su come avrebbe compromesso la capacità degli studenti di fare calcoli a mente. Quando i primi computer iniziarono a scrivere articoli finanziari, si disse che non avrebbero mai colto la complessità del linguaggio umano. Ogni innovazione tecnologica porta con sé un confine da ridefinire, e spesso lo facciamo con riluttanza, cercando di proteggere quell’idea di eccezionalità che ci distingue dalle macchine.
Eppure, accettare questa superiorità non significa necessariamente perderci, ma implica una ridefinizione del nostro ruolo. Se oggi una macchina può scoprire una nuova proteina, significa che possiamo curare più malattie. Se può catalogare dati medici meglio di un essere umano, significa che possiamo accelerare la ricerca. Cristianini chiude il libro con una riflessione fondamentale: come possiamo condividere il mondo con macchine più intelligenti di noi? Se l’ASI dovesse diventare realtà, non sarebbe solo un cambio di paradigma tecnologico, ma un vero e proprio evento epocale nella storia umana, e anche se le macchine dovessero diventare superiori sul piano cognitivo, non avranno mai coscienza, emozioni, libero arbitrio. Noi umani dobbiamo imparare ad abbracciare la possibiltà di essere "inferiori" superando un ostacolo più grande della tecnologia stessa, il nostro profondo orgoglio di specie.

Copertina ed autore
"Io, Noi, Loro": Tecnologia, Identità e il Futuro delle Relazioni Umane
Il nuovo libro del Prof. Giuseppe Riva incentrato sulle relazioni interpersonali, con una particolare attenzione al mondo degli adolescenti e al loro rapporto con i social media
di Federico Ruggiero
Io, noi, loro è il nuovo libro del Prof. Giuseppe Riva incentrato sulle relazioni interpersonali, con una particolare attenzione al mondo degli adolescenti e al loro rapporto con i social media. Riva intende ripercorrere i tre livelli della nostra identità sociale con un duplice obiettivo. Da un lato, smontare la narrazione deterministica secondo cui l’evoluzione tecnologica avrebbe un effetto univocamente negativo sulle relazioni umane. Nei mesi scorsi, il libro “La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli” dello psicologo Jonathan Haidt ha destato molto clamore presso l’opinione pubblica per le sue posizioni forti e spesso criticate. Secondo Haidt, la causa dell’aumento dei tassi di suicidio, autolesionismo, depressione e ansia tra i giovani sarebbe riconducibile agli smartphone e alle tecnologie digitali in generale. Tuttavia, queste tesi sono state spesso smontate da studiosi come Vittorio Gallese (newsletter Moredigital "Adolescenti, Smartphone e Social Media, i dati in-fondati di Haidt") e, anzi, uno studio condotto da Steinsbekk (et al., 2024) ha rilevato una correlazione positiva tra l’utilizzo dei social media e il tempo trascorso con gli amici di persona.
Dall’altro lato, il libro di Riva intende analizzare criticamente i meccanismi con cui i social media e la tecnologia stanno trasformando il nostro senso di appartenenza sociale e le modalità con cui interagiamo con gli altri (le nostre relazioni interpersonali).
Cos’è il Noi?
È fondamentale tenere in considerazione il fatto che l’esistenza umana non può prescindere dall’esperienza del noi e dalla socialità. Studi scientifici hanno dimostrato che la creazione di solide reti di supporto sociale migliori la gestione delle emozioni negative, riduca il rischio di sviluppare disturbi mentali (Berkman, 1984; Schaefer et al., 1981) e migliori il nostro benessere complessivo (Elizabeth et al., 2021). Questa “modalità noi” trova terreno fertile nelle comunità, un tessuto sociale caratterizzato da legami, amicizie profonde, valori condivisi e un senso di identità collettiva. Sono proprio le comunità ad agire come una rete di sicurezza emotiva, come catalizzatori per la crescita personale, capaci di potenziare l’azione collettiva e a plasmare la nostra identità sociale e il senso di appartenenza.
È opportuno mettere in luce anche gli aspetti critici dell’essere noi. Il passaggio dall’Io al Noi implica in qualche modo una modifica al nostro essere Io col rischio di cancellarlo (conformità sociale, perdita di individualità): l’identificazione con un gruppo può influenzare pesantemente le nostre azioni, facendoci accettare comportamenti che, come individui, non approveremmo mai. Questa distinzione che viene a crearsi tra noi e loro, e la relativa pressione a conformarsi, potrebbe farci perdere empatia e guidarci a compiere azioni secondo le norme del gruppo anche se queste dovessero andare contro i nostri principi morali. Infine, può accadere che l’apprezzamento del proprio gruppo sfoci in un senso di superiorità portandoci ad aiutare “chi è come noi”, attuando quindi delle vere e proprio discriminazioni finendo per etichettarli come “Loro” (il nemico).
Ecco che secondo Riva, la sfida è quella di riuscire a mantenere un equilibrio tale da garantire sia il nostro bisogno di appartenenza a un gruppo sia la nostra autonomia individuale.
Come possiamo essere all'epoca dei social media?
Secondo Riva, come prima cosa bisogna inquadrare i social media e comprenderne le influenze, partendo dal presupposto che essi siano i responsabili della creazione di un nuovo brainframe che sta modificando il modo in cui gestiamo la nostra identità e le nostre relazioni. I social media non sono semplicemente delle piattaforme di comunicazione e di condivisione di contenuti ma permettono anche di gestire la nostra identità digitale (come ci presentiamo, la nostra immagine pubblica, i contenuti che condividiamo) e la nostra rete sociale (come interagiamo e con quali gruppi) definendo un nuovo spazio sociale che collega quello fisico e quello digitale (uno spazio sociale ibrido chiamato “interrealtà” da Riva, 2012 oppure “onlife” da Floridi, 2014). Secondo l’autore, in questo contesto la modalità Noi lascia il posto alla modalità Io in una continua ricerca di attenzioni, frammentazione sociale e superficialità delle relazioni.
Fortunatamente, anche nei contesti digitali esistono le comunità, che però presentano dinamiche molto differenti da quelle che avvengono all’interno delle comunità fisiche. Se in quelle fisiche gli individui sono accumunati dalla condivisione di un luogo fisico, in quelle digitali la comunità si forma per condivisione di interessi comuni, di fatto dei gruppi di “uguali”. Il common ground che si viene a formare nelle comunità fisiche garantisce una corretta gestione delle diversità individuali a differenza di quello prodotto dalle comunità online
Nel contesto virtuale, la corporeità e l'immediatezza dell'interazione fisica vengono rimpiazzate da una rappresentazione del sé mediata, selezionata e frammentata. Questa trasformazione incide profondamente sui processi cognitivi che emergono dall’incontro tra individui, influenzando, tra le altre cose, l'attivazione della modalità-noi, ovvero la capacità di percepirsi come parte di un'entità collettiva. Per ovviare alla mancanza della presenza fisica, le comunità digitali possono vantare due strumenti: il contagio emotivo e la conformità sociale. Un ulteriore aspetto da tenere in considerazione riguarda il ruolo dei processi neurobiologici legati all’esperienza dei luoghi: le piattaforme digitali non vengono percepite dal nostro cervello come luoghi, di conseguenza i neuroni GPS non sono attivati. Inoltre, i meccanismi neurobiologici legati alla sincronia personale attivi nelle comunità fisiche, non sono presenti nelle comunità digitali, limitando la profondità e l’autenticità delle relazioni.
Infine, la distribuzione del capitale sociale è profondamente diversa. Se nelle comunità fisiche questa avviene in modo uniforme, al contrario avviene nelle comunità digitali in cui il capitale sociale si concentra nelle mani di pochi individui, gli influencer. Non solo, ma il vantaggio cumulativo iniziale giocherebbe un ruolo chiave per rafforzare il proprio dominio e nel rafforzare le disuguaglianze. Il risultato sono relazioni più fragili e superficiali rispetto a quelle create nel mondo reale.
I social media come influenzano la costruzione dell’identità?
I social media come Instagram e TikTok permettono ai giovani di sperimentare nuove identità e stili di vita e di avvicinarsi a comunità digitali confacenti ai propri interessi (es. comunità di videogiocatori). Queste opportunità devono scontrarsi con importanti limitazioni come il rischio di ricadere in “camere d’eco”, circondati solo da individui simili a se stessi e con le stesse convinzioni, oppure il rischio di ritrovarsi “intrappolati” in una costante ricerca di validazione personale (ricerca di follower e di consenso), oppure il rischio a venire stimolati sotto una pressione costante.
Il risultato è che chi vive prevalentemente nelle comunità digitali rischia di sentirsi profondamente solo (Riva et al., 2024) e questa solitudine sta prendendo le sembianze di una vera e propria epidemia visti i numeri impressionanti. Se nelle comunità fisiche le emozioni negative e i problemi personali trovano spazio, lo stesso non si può dire nelle comunità digitali in cui la possibilità di aprirsi con altri è limitata. Essendo la solitudine contagiosa, i social media rischiano di amplificare questo sentimento.
Fortunatamente, è possibile limitare i danni tramite fattori come la resilienza emotiva e le competenze sociali senza demonizzare la tecnologia ma imparando a padroneggiandola e usandola consapevolmente per rafforzare i nostri legami e sfruttarla come un ponte verso il mondo.
L’avvento dell’Intelligenza Artificiale
Da quando, nel novembre 2022, Open AI ha lanciato sul mercato uno strumento di Intelligenza Artificiale generativa, Chat-GPT, progettata per generare testo in modo naturale, siamo stati invasi da chatbot, assistenti digitali di diverso tipo e probabilmente non passa un giorno senza che non sentiamo parlare di questi strumenti da qualcuno vicino a noi. Nell’ultimo capitolo del libro, Riva prova a chiarire alcuni aspetti di questa tecnologia. Per quanto questi chatbot sembrino intelligenti e reattivi, non possono essere considerati “machina sapiens” perché il loro modo di comunicare e di costruire significati è molto diverso dal nostro. Il processo di costruzione di significati dell’essere umano è spesso originato dall’esperienza mentre i chatbot non sono in grado di fare esperienze dirette di alcun tipo ma rielaborano contenuti su cui sono stati addestrati. Noi essere umani abbiamo la facoltà di decidere cosa, quando e perché comunicare mentre i chatbot non hanno questa facoltà e tendono a rispondere a qualsiasi domanda, anche a quelle più pericolose. Infine, è bene sottolineare come questi chatbot non possano contare su un corpo fisico con la conseguenza che le espressioni facciali e il linguaggio del corpo andando a “indebolire” il discorso.
Da tutto questo discorso ne consegue che il concetto di empatia, fondamentale per costruire legami autentici, svanisce quando si conversa con i chatbot. Non solo, ma c’è il rischio che si crei un falso senso di empatia e di amicizia che potrebbe distorcere la percezione delle nostre relazioni autentiche e, addirittura, portarci a preferire queste relazioni rispetto alle relazioni umane (complesse e imprevedibili). Secondo Riva, c’è il rischio che l’utilizzo dei chatbot possa impoverire ulteriormente la modalità-Noi, privandoci delle esperienze ricche e complesse che caratterizzano le relazioni umane.
Per un'analisi critica
Nell’epilogo, l’autore propone una visione critica ma non catastrofica del rapporto tra tecnologie digitali e relazioni umane. Contrariamente a molte narrazioni distopiche, Riva sostiene che non sono i social media o l’IA in sé a distruggere il tessuto sociale, ma il modo in cui vengono progettati e utilizzati. Respinge le soluzioni drastiche, come il divieto totale di social media ai più giovani, e propone invece un approccio educativo basato sulla consapevolezza e sulla responsabilità, magari attraverso strumenti come un ipotetico patentino dei social media. Anche modalità-Noi attraverso le comunità può affrontare queste sfide di educazione digitale.
Il futuro sarà ibrido, intrecciando dimensioni fisiche e digitali, ma sta a noi modellarlo affinché la tecnologia non sostituisca, bensì amplifichi la nostra umanità condivisa.
Bibliografia
Berkman, L. F. (1984). Assessing the physical health effects of social networks and social support. Annual review of public health, 5(1), 413-432.
Elizabeth, A. Y., & Chang, E. C. (2021). Relational meaning in life as a predictor of interpersonal well-being: A prospective analysis. Personality and individual differences, 168, 110377.
Floridi, L. (2014). The Fourth Revolution: How the infosphere is reshaping human reality. Oxford University Press
Riva, G. (2012). Psicologia dei nuovi media. Azione, presenza, identità e relazioni.
Riva, G., Wiederhold, B. K., & Mantovani, F. (2024). The Disembodied Disconnect Hypothesis: How Online Interactions Undermine Neurobiological Foundations of Social Cohesion. Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking, 27(10), 680-682.
Schaefer, C., Coyne, J. C., & Lazarus, R. S. (1981). The health-related functions of social support. Journal of behavioral medicine, 4(4), 381-406.
Steinsbekk, S., Bjørklund, O., Valkenburg, P., Nesi, J., & Wichstrøm, L. (2024). The new social landscape: Relationships among social media use, social skills, and offline friendships from age 10–18 years. Computers in Human Behavior, 156, 108235.

Le ferite: Storie di resilienza scolastica, Giaconi Editore.
Le ferite...quelle dinamiche scolastiche che non vorremmo mai affrontare
"Le ferite: Storie di resilienza scolastica" un libro che racchiude una selezione di “ferite”, ovvero esperienze scolastiche che hanno segnato profondamente la vita degli studenti che le hanno vissute.
di Alice Pierluigi
“Un mercoledì qualsiasi la professoressa entra in classe con uno sguardo nevrotico; nel senso che, per quanto l’avevamo fatta innervosire, aveva un tic visibile all’occhio destro. Cala un silenzio tombale per un paio di minuti. La professoressa, in piedi, si appoggia leggermente davanti alla cattedra. Tra le mani tiene le verifiche corrette, con segni rossi di sentenze ineluttabili. Si sente il dito che scorre sul bordo del foglio e, solo dopo, si alza la sua voce: «I gironi dell’Inferno di Dante sono Lussuria, Golosità, Avidità, Ira, Limbo, Usurai, Pagani. Questo è il tuo compito, Luca. Complimenti! Hai preso 1. Uno e non zero, perché mi hai fatto pena. Non ne hai presa neanche mezza, nemmeno per sbaglio. E ho letto la tua risposta alla domanda più facile volontariamente: le altre ve le risparmio proprio... Uno strazio. Uno strazio! Ovviamente i voti sono stati disposti in ordine crescente: dal più basso al più alto. Vi dico solo che il più alto è un 5, vedete voi...»
Uno dopo l’altro, subiamo lo stesso destino. Una pubblica umiliazione fatta di elenchi di errori, mancanze e sviste imperdonabili. Ogni commento è un colpo. Noi, le vittime di un’esecuzione, la cui prima offesa è stata perpetrata dallo stesso esecutore che ha scelto e imposto un compito. Le verifiche restano comunque le uniche testimoni mute di un processo.”
Questa è solo una parte delle numerose testimonianze raccolte in Le ferite: Storie di resilienza scolastica. Il libro racchiude, infatti, una selezione di “ferite”, ovvero esperienze scolastiche che hanno segnato profondamente la vita degli studenti che le hanno vissute. La raccolta mette in luce dinamiche più o meno nascoste, ma significative nell'insegnamento: dalle preferenze e avversioni degli insegnanti all'indifferenza di fronte al bullismo tra pari, passando per la manifestazione di atteggiamenti stigmatizzanti verso la diversità.
Il potere
Al centro di queste esperienze si colloca, spesso, il tema del potere nelle relazioni scolastiche. Tali relazioni si caratterizzano per la loro natura eterogenea: alcune sono simmetriche, come quelle tra pari, mentre altre si configurano in modo asimmetrico, come il rapporto tra insegnanti e studenti. Il docente detiene un potere decisionale significativo: può definire l'impostazione delle lezioni e stabilire i criteri di valutazione dell’apprendimento. Questo potere, tuttavia, dovrebbe essere accompagnato da un alto grado di responsabilità verso ciascun discente. Emerge, dunque, l’importanza del ruolo dell’insegnante, la cui influenza pervade e modella in modo decisivo l’intera esperienza educativa dello studente. Nonostante ciò, in alcuni contesti, il docente appare come una figura che non guida positivamente l’apprendimento e la crescita, ma che, al contrario, suscita paura, ansia e persino varie reazioni somatiche negli studenti, trasformando, conseguentemente, l’esperienza educativa in una fonte di tensione.
La Valutazione
Tra le espressioni più evidenti di questo potere, vi sono i processi di valutazione dell’apprendimento. Il voto rappresenta uno strumento particolarmente significativo e, al contempo, controverso: esso consente al docente di esercitare un controllo tangibile sul percorso degli studenti, assumendo, a tratti, il ruolo di un arbitro quasi divino, che tuttavia non è immune da influenze soggettive.
La valutazione si conferma, dunque, uno degli aspetti più delicati del processo educativo, per via del suo impatto sullo studente. Con lo sviluppo di approcci pedagogici innovativi, come la didattica centrata sullo studente, la pedagogia non direttiva e le metodologie di apprendimento collaborativo ed esperienziale, anche i processi di valutazione hanno subito una trasformazione considerevole.
Sono emerse modalità più diversificate, tra cui la valutazione continua e l’autovalutazione, che mirano a rendere l’intero percorso formativo più inclusivo e partecipativo.
Le Emozioni
Questa trasformazione non riguarda solo i metodi, ma anche l’esperienza emotiva che la valutazione porta con sé. Le reazioni emotive degli studenti, dei docenti e persino dei genitori di fronte ai risultati scolastici sono quanto mai eterogenee.
La sensibilità delle persone varia in modo notevole. Mentre un lettore, leggendo questo testo, potrebbe sentirsi colpito e ferito tanto quanto chi ha vissuto l'episodio narrato, un altro potrebbe invece restare perplesso e chiedersi cosa ci sia di problematico; un altro ancora potrebbe attribuire la responsabilità direttamente agli studenti: se la media è di 5-, evidentemente la loro preparazione non era adeguata.
Le emozioni, sensazioni, percezioni e reazioni a una medesima situazione possono essere infinite, a testimonianza della complessità e della varietà dell’esperienza umana. Ma, nel 2025, sorge spontanea anche una nuova domanda: che cosa ne direbbe l’intelligenza artificiale?
L'intervista a... Chat Gp
Abbiamo sottoposto a ChatGPT lo stesso testo qui presentato e lo abbiamo interrogato su tre questioni nodali. Di seguito, le domande e le risposte, che riportiamo integralmente, senza correzioni o variazioni di alcuna natura.
Domanda 1: Il processo di valutazione adottato del docente è stato giusto o ci sarebbe un metodo di valutazione alternativo migliore per questo caso?
ChatGpt: "Il metodo di valutazione adottato dalla docente, descritto nel testo, appare severo e improntato a una logica di pubblica umiliazione, con lo scopo di evidenziare gli errori degli studenti in modo critico e poco costruttivo. Questo approccio può avere un impatto negativo sul morale e sull'autostima degli studenti, rischiando di demotivarli ulteriormente invece di incoraggiarli a migliorare.Un metodo di valutazione alternativo potrebbe essere più efficace, centrato su principi di feedback costruttivo e personalizzato. Ad esempio:
- Feedback individuale e privato: Comunicare i voti e le correzioni privatamente a ogni studente, spiegando gli errori e fornendo suggerimenti concreti su come migliorare.
- Sottolineare i progressi e i punti di forza: Anche nei compiti con esiti negativi, è utile evidenziare eventuali aspetti positivi per mantenere un atteggiamento motivante.
- Supporto alla preparazione: Piuttosto che limitarsi a giudicare gli errori, il docente potrebbe offrire esercitazioni mirate sui temi in cui la classe ha dimostrato maggiori difficoltà, evidenziando lacune collettive come opportunità di apprendimento.
- Valutazione basata su criteri chiari: Condividere in anticipo una griglia di valutazione può rendere il processo più trasparente e favorire una riflessione da parte degli studenti su come migliorare. In questo caso, un approccio alternativo avrebbe potuto mitigare l'aspetto punitivo e trasformare l’esperienza in un’occasione di crescita, promuovendo un rapporto più positivo tra docente e studenti.
Domanda 2. Che dinamica di potere riscontri in questo episodio?
ChatGpt: In questo episodio si osserva una dinamica di potere asimmetrica, in cui l'autorità dell'insegnante è esercitata in modo punitivo e umiliante nei confronti degli studenti. La professoressa utilizza la sua posizione di potere per sottolineare la loro inadeguatezza, non solo valutandoli negativamente ma anche mettendo in atto una sorta di "pubblica umiliazione". Questo tipo di dinamica si basa su:
- Autorità istituzionale: L'insegnante rappresenta l'autorità scolastica e usa questa posizione per controllare e disciplinare gli studenti, rendendoli destinatari di giudizi severi e inappellabili.
- Umiliazione pubblica come strumento di controllo: Il fatto che i voti siano annunciati in ordine crescente, con commenti sprezzanti e giudizi personali, evidenzia un uso della vergogna per imporre disciplina o per stimolare un cambiamento comportamentale. Tuttavia, ciò sembra più distruttivo che educativo.
- Dinamica vittima-esecutore: Gli studenti sono descritti come vittime passive di un sistema in cui non hanno voce né potere decisionale. La scelta stessa del compito, vista come ingiusta o inadeguata, è un ulteriore segno della mancanza di considerazione per la loro prospettiva.
- Assenza di dialogo: Non c’è spazio per una riflessione costruttiva o un confronto; il giudizio è definitivo e unilaterale. Questa situazione riflette un modello di potere autoritario, in cui l'autorità è usata per dominare e mortificare, piuttosto che per educare e sostenere.
Domanda 3: Quali sono le emozioni provate dagli studenti in questa situazione?
Chat Gpt: Le emozioni provate dagli studenti in questa situazione possono essere descritte come un mix di:
- Ansia: Il silenzio tombale e l'attesa del verdetto generano tensione e inquietudine.
- Vergogna: La pubblica umiliazione e l'elenco degli errori accentuano un senso di imbarazzo, soprattutto per chi è chiamato in causa, come Luca.
- Frustrazione: La severità della professoressa e la percezione di un trattamento ingiusto o sproporzionato possono alimentare sentimenti di ingiustizia.
- Senso di inadeguatezza: Il commento sulla mediocrità generale dei voti e le critiche mirate potrebbero far sentire gli studenti incapaci o non all'altezza.
- Rabbia: Alcuni studenti potrebbero provare risentimento verso la professoressa per il tono sarcastico e per l’imposizione del compito difficile.
- Rassegnazione: Di fronte a un’esperienza vissuta come inevitabile e opprimente, gli studenti possono sentirsi impotenti.
- Umiliazione: Essere messi a confronto pubblicamente e sottoposti a critiche dettagliate genera un senso di mortificazione.
Queste emozioni si intrecciano in un clima di pesantezza emotiva e sfiducia, sia nei confronti di sé stessi che del contesto educativo.
Considerazioni finali
Seppur lo scopo di ChatGPT non sia quello di fornire un feedback psicologico, pedagogico o didattico scientificamente o professionalmente valido, le chiavi di lettura proposte aprono orizzonti di riflessione inaspettati. Esse offrono spunti indubbiamente interessanti: colgono l'approccio punitivo di questo processo di valutazione, l'asimmetria nella relazione e la negatività delle emozioni e sensazioni vissute in quel contesto. Queste osservazioni ci invitano a riflettere su dinamiche che, pur essendo sotto i nostri occhi, restano spesso invisibili nella routine quotidiana. Tuttavia, le interpretazioni fornite da ChatGPT non sono prive di limiti: la loro natura generale e, in alcuni casi, deterministica rischia di semplificare una realtà che, invece, è estremamente sfaccettata e non esente a contraddizioni. Dunque, senza cadere nella trappola di considerare questi commenti esaustivi o definitivi, la sfida che ci (e vi) poniamo è quella di comprendere come questo feedback possa stimolare intuizioni più profonde.
E voi come integrereste queste riflessioni?
Arecchi A., Montanaro M., Pierluigi A., Turconi G., Vaccari C., 2024, Le ferite: Storie di resilienza scolastica, Giaconi Editore.
Alice Pierluigi, co-founder de Il Peso dello Zaino e insegnante di lingue, è PHD student in Learning Sciences and Digital Technologies, 40° ciclo.
Adolescenti, Smartphone e Social Media, i dati in-fondati di Haidt
Per una lettura critica e prospettica del libro "La generazione ansiosa"
di Pina Debbi e Martina Giorgi
A volte ritornano, per parafrasare la famosa antologia di Stephen King o il successivo film di Tom McLoughlin, la discussione, con tanto di polemiche, su adolescenti - social media - dispositivi digitali segue percorsi ciclici. I divieti del Ministro dell'Istruzione e del Merito Valditara e il presunto testo "rivoluzionario" di Jonathan Haidt, La generazione ansiosa, sembrano legati da un fil rouge che sullo sfondo esplicita una sorta di nostalgia retrotopica (dall'ultimo libro di Zygmut Bauman, il teorico della società liquida), con tanto di demonizzazione del digitale che, quando va bene, vira sulla polarizzazione tra i tecno-entusiasti acritici e i tecno-fobici, semplificando una realtà molto più complessa che ci impone di approfondire e ricordare le differenze tra opinione e scienza, tra metodo scientifico e psicologia a tesi (o del senso comune). Rifiutare la modernità invece che navigarla o apprendere a gestirla, non aiuta il futuro degli adolescenti nè tantomeno la costruzione della loro cittadinanza.
I 4 comandamenti - opinione di Haidt
Il testo dello psicologo statunitense, in libreria in Italia da un paio di mesi per Rizzoli, è stato pubblicizzato con recensioni talvolta entusiaste anche dei media più progressisti: se per il britannico The Guardian è "una lettura urgente che dovrebbe diventare un testo fondativo" il New York Times lo definisce "indiscutibilmente necessario". E la stessa edizione Italiana riporta in quarta copertina i 4 comandamenti di Haidt per "un'infanzia più sana nell'era digitale": 1) Niente smartphone prima delle scuole superiori 2) niente social media prima dei 16 anni 3) a scuola senza cellulare 4) più gioco senza supervisione e più indipendenza.
Ancora una volta vengono proposte le ricette più facili, senza mai assumersi la responsabilità di educare a un utilizzo consapevole dei media e degli strumenti digitali che ormai permeano la nostra vita, sono integrati nel nostro quotidiano, superando anche la concettualizzazione del digitale come ambiente: nella società informazionale i media sono "on life", ha scritto Luciano Floridi .
L'evidenza è questione di metodo
E allora, forse per restituire le giuste e numerose sfumature alla realtà che abitiamo, che non può essere solo manichea, bianca o nera, pro o contro, è utile ribadire la differenza tra evidenze e tesi non dimostrate, tra ricerca scientifica e senso comune "elevato" a scienza, e sottolineare che le semplici correlazioni restano mere coincidenze in assenza di una dimostrata relazione di causalità. Le affermazioni di Haidt sembrano basarsi su intuizioni e su correlazioni osservate nel comportamento giovanile, che spesso non sono confermate da studi longitudinali, meta-analisi o altre forme di analisi scientifica attraverso un processo rigoroso che include osservazione, formulazione di ipotesi, sperimentazione e verifica dei risultati basati su dati quantitativi e qualitativi, con la successiva validazione e conferma dalla revisione dei pari. Quando lo psicologo statunitense sostiene che l'uso dei social media è direttamente legato all'ansia e alla depressione nei giovani, è essenziale chiedersi: dove sono i dati che dimostrano un nesso causale e non solo una correlazione? A mettere in discussione le sue tesi c'è tanto di letteratura scientifica.
... e allora ricorriamo alla Scienza: Nature
Candice Lynn Odgers è una psicologa dello sviluppo canadese che studia come le avversità precoci e l'esposizione alla povertà influenzano la salute mentale degli adolescenti. La prestigiosa rivista Nature, a marzo di quest'anno, pubblica un suo un articolo in cui, come risposta a Haidt, sostiene che le evidenze scientifiche non supportano l'idea che i social media stiano "riscrivendo" i cervelli dei giovani o siano la causa principale dell'incremento dei problemi della loro salute mentale. Al contrario, le ricerche mostrano risultati diversificati, con collegamenti tra social media e salute mentale che risultano nulle o minime, e spesso solo correlate piuttosto che causali. Odgers afferma che, in realtà, i giovani che già presentano difficoltà di salute mentale tendono a usare i social media in modi diversi rispetto ai loro coetanei. La ricercatrice dimostra che la crisi di salute mentale tra i giovani è un problema complesso, influenzato da molteplici fattori socio-economici e culturali, come la povertà, l'accesso limitato ai servizi psicologici, l'aumento della violenza e delle disuguaglianze strutturali, che dovrebbero essere considerati nel comprenderne l'origine. Insomma, la scienza, che è pur sempre l'approssimazione più vicina alla realtà, ci conferma proprio da qualche giorno che è nato prima l'uovo che la gallina e il nesso causale tra uso dei social e adolescenti potrebbe essere proprio il contrario di quello che sostiene Haidt. Chi ha già una condizione di deprivazione e difficoltà potrebbe trovare nei social forme di dipendenza che portano alla depressione. È illuminante in merito la posizione di Vittorio Gallese tra i più accreditati neuroscienziati italiani. Nella sua Lectio Magistralis per l'inaugurazione del corso di laurea in Digital Education, presso l' Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia , Gallese mette in guardia da chi spaccia una correlazione per una relazione causa-effetto: “si può fare una statistica con una significatività altissima che dimostra che il numero di forme di Parmigiano Reggiano vendute oggi a Reggio Emilia, si correla con il numero di laureati in ingegneria aerospaziale con l’università del Texas. E cosa si capisce da questa correlazione? Assolutamente niente! Nella ricerca quantitativa, la statistica ci spiega che il rapporto tra correlazione e causalità non è lineare, ecco perché è necessario fare attenzione prima di affermare determinate relazioni di significatività tra variabili"
Cosa dice la Letteratura Scientifica
Ma prima ancora di Nature e dello stesso Haidt, Amy Orben e colleghi (2019) hanno analizzato i legami tra l’uso dei social media e la soddisfazione di vita negli adolescenti. La ricerca ha evidenziato che l’uso dei social non è un forte predittore di soddisfazione di vita per questa fascia di età. In particolare, l’effetto tra chi usa più social media e la soddisfazione di vita ha registrato un effetto minimo secondo gli standard psicologici.
Nel loro studio longitudinale, con rilievi ogni due anni i ricercatori norvegesi Steinsbekk e colleghi (2024) hanno esaminato l'impatto dell'uso dei social media sulle abilità sociali e il tempo passato con gli amici offline in una coorte di 812 giovani di età compresa tra 10 e 18 anni. I risultati che riguardano le abilità sociali non mostrano un effetto significativo a lungo termine. In altre parole, aumentare l'uso dei social media non sembra né migliorare né peggiorare significativamente le competenze sociali nei giovani. Per quanto riguarda il tempo passato con gli amici offline, i dati mostrano un lieve incremento dell’uso dei social media per i giovani che mostrano più interazioni sociali in presenza, rispetto al contrario. Infine, l’aumento dell’uso dei social può rappresentare un rischio di riduzione delle abilità sociali, ma nei soggetti già affetti da ansia sociale.
Lo studio meta-analitico di Hancock e colleghi (2022) ha riguardato 226 studi scientifici pubblicati dopo il 2006 su 275.728 giovani e mostra la connessione tra l'uso dei social media e il benessere psicologico, osservando che l'effetto complessivo dell'uso dei social media sulla soddisfazione e il benessere psicologico è molto basso, con un compromesso tra l’aumento della depressione e dell’ansia e il miglioramento del benessere sociale.
Come ne usciamo: l'approccio scientifico nell’interpretazione della realtà
Gli studi riportati sono una parte della letteratura scientifica che decostruisce una serie di convinzioni legate ai giovani e alle loro interazioni con i dispositivi digitali. È dunque più che una percezione che a volte si interpreta la realtà, inclusa quella digitale, non considerando la complessità e le sfumature di senso, cadendo in vere e proprie forme di riduzionismo. “Si stava meglio quando si stava peggio” è una massima che ha una sua verità culturale in un certo senso, ma quando si trattano questioni dal forte impatto sociale e politico, la discussione e il dibattito dovrebbe basarsi su un alto livello di scientificità e coinvolgere tutte le parti: tesi e controtesi. Tornando al fatto che il digitale ormai fa parte delle nostre vite, non ha senso vietare o ignorare nella speranza che i problemi non si verifichino. Bisognerebbe invece preoccuparsi di educare al pensiero critico bambine/i e giovani adolescenti, creare dibattiti e occasioni di confronto con esperti e persone di scienza. Lo stesso Gallese ci ricorda che la tecnologia è buona se estende le capacità dell’essere umano e non se migliora le condizioni di alcuni e peggiora quelle di altri.
Il ruolo delle neuroscienze
In questa riflessione che ruolo hanno le neuroscienze? Possono far luce sui modi in cui il corpo si interfaccia con il mondo della realtà digitalizzata. Comprendono l’interazione tra contenuti, contesto emotivo, metodi di diffusione e condivisibilità all’interno dei paesaggi mediatici digitali, possiamo sviluppare strategie per mitigare gli effetti negativi della disinformazione e promuovere un processo decisionale informato nel nostro mondo sempre più digitale. E in conclusiona ricorriamo a una citazione di Gallese & Morelli, (2024). Cosa significa essere umani?
“Se ci chiediamo in che modo conosciamo noi stessi e il mondo, scopriamo che l’origine della conoscenza è situata nella nostra capacità di azione e movimento; il cervello motorio regola in maniera evidente la nostra capacità di apprendere e conoscere. Ciò rivela quanta distanza vi sia tra queste conoscenti recenti e i modi di organizzare i processi e i sistemi educativi, facendo finalmente i conti col fatto che l’apprendimento è regolato, vincolato e favorito dai processi corporei e intersoggettivi e dell’affettività che li accompagna”.
Bibliografia
Benjamin, W. (2018). The work of art in the age of mechanical reproduction. In A museum studies approach to heritage (pp. 226-243). Routledge.
Gallese, V. (2007). Before and below ‘theory of mind’: embodied simulation and the neural correlates of social cognition. Philosophical Transactions of the Royal Society B: Biological Sciences, 362(1480), 659-669.
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Gallese, V., & Morelli, U. (2024). Cosa significa essere umani?: Corpo, cervello e relazione per vivere nel presente. Raffaello Cortina Editore.
Hancock, J., Liu, S. X., Luo, M., & Mieczkowski, H. (2022). Psychological well-being and social media use: A meta-analysis of associations between social media use and depression, anxiety, loneliness, eudaimonic, hedonic and social well-being. Anxiety, Loneliness, Eudaimonic, Hedonic and Social Well-Being (March 9, 2022).
Merleau-Ponty, Maurice (1969). Il visibile e l'invisibile. Trad. it. a cura di A. Bonomi e M. Carbone. Milano: Bompiani. Ed. originale: Le visible et l'invisible, Gallimard, Paris, 1964.
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Steinsbekk, S., Bjørklund, O., Valkenburg, P., Nesi, J., & Wichstrøm, L. (2024). The new social landscape: Relationships among social media use, social skills, and offline friendships from age 10–18 years. Computers in Human Behavior, 156, 108235.
Corpo, mente, schermo e relazione: essere umani nell'era digitale
"Cosa Significa Essere Umani?" Una risposta a due voci nel libro di Vittorio Gallese e Ugo Morelli
di Martina Giorgi
Il nome di Vittorio Gallese è legato a una delle scoperte italiane più citate nella letteratura internazionale in ambito neuroscientifico: i neuroni specchio. Nel 1992, Gallese faceva parte del team guidato da Giacomo Rizzolatti, che osservò quei meccanismi cerebrali alla base della nostra capacità di relazionarci con gli altri. Oggi, Gallese, professore ordinario di Psicobiologia presso il Dipartimento di Medicina e Chirurgia – Unità di Neuroscienze dell’Università di Parma, è in libreria con il testo Cosa Significa Essere Umani, scritto per Raffaello Cortina editore insieme al collega Ugo Morelli, docente di scienze cognitive applicate alla Federico II di Napoli. Un libro che raccoglie gli studi di una vita per ridefinire, scientificamente, cosa significa essere umani, ponendo la relazione al centro. Abbiamo seguito la sua Lectio Magistralis in occasione dell’inaugurazione del corso di laurea in Digital Education all’Università di Modena e Reggio Emilia, che, insieme al libro, ha offerto spunti per riflessioni profonde sull’io, sul noi e su come le sfere emotive degli individui interagiscono in una società altamente digitalizzata.
Corpo, cervello e relazione
Durante il suo intervento, Gallese introduce le neuroscienze cognitive come l’insieme di discipline che studiano ciò che accade nel cervello umano o animale quando si entra in relazione con l’altro, partendo da una premessa imprescindibile: il mondo è relazione. Riprende un’idea già espressa nel 1923 dal filosofo e teologo Martin Buber, contemporaneamente all’uscita de L’io e l’es di Freud, ponendo la relazione al centro della vita sociale di ogni essere umano. "In principio è la relazione," scriveva Buber, e dunque una delle domande attorno a cui ruotano le riflessioni è: Qual è l'area fisica destinata alla socialità durante l’interazione?
Secondo le conoscenze attuali, basate sui dati empirici della ricerca, il cervello non è un organo isolato. Quando le persone manifestano comportamenti sociali, si attivano neuroni appartenenti a diverse aree cerebrali. La scoperta dei neuroni specchio ha rivelato che questi si attivano anche quando un individuo osserva qualcun altro compiere un movimento specifico e, in alcuni casi, persino la sola immaginazione può fungere da fattore scatenante. Pensiamo alla socialità e alle relazioni umane: anche solo osservando l’interazione tra individui, si crea una risonanza. Il funzionamento dei neuroni specchio non è un evento isolato, come in un corpo meccanico; piuttosto, l’esperienza si intreccia con la dimensione “meccanica”. Anche qui, l’individuo è visto nella sua interezza, in un insieme di aspetti, sensazioni, emozioni e meccanismi fisiologici e biologici che lo distinguono dagli altri.
La simulazione incarnata
Il meccanismo di rispecchiamento è, infatti, un meccanismo biologico plastico, secondo Gallese, poiché la modalità con cui si attiva varia da persona a persona in base alle esperienze vissute da ciascuno, che segnano la nostra unicità. È un funzionamento che mappa sul proprio corpo una rappresentazione delle emozioni e sensazioni altrui. La Teoria della simulazione incarnata, proposta da Gallese, si riferisce a questo meccanismo neurofisiologico tramite il quale il cervello riproduce internamente azioni, emozioni e sensazioni vissute da altri, permettendoci di comprenderle e risuonare empaticamente. In pratica, quando osserviamo qualcuno compiere un'azione o provare un'emozione, nel nostro cervello si attivano gli stessi circuiti neurali coinvolti nell'esecuzione di quell'azione o nell'esperienza di quell'emozione. Questo fenomeno, alla base della percezione dell'altro, contribuisce alla nostra capacità di cogliere intenzioni, emozioni e presenza fisica degli altri. La simulazione incarnata fornisce una base fisiologica al ruolo dell’empatia nelle esperienze interpersonali (Gallese, 2007).
Gallese collega poi questo concetto alla teoria dell’empatia del filosofo francese Maurice Merleau-Ponty, appartenente al filone fenomenologico del Novecento. Secondo Merleau-Ponty, l’empatia non si fonda sulla capacità di sentire le esperienze altrui a partire dal proprio corpo, ma va intesa come un processo dinamico di trasformazione reciproca tra il soggetto e l’altro. Questo accade perché il nostro corpo non è solo un oggetto tra gli oggetti, ma un corpo vivo, capace di toccare ed essere toccato, di sentire e rispondere al mondo esterno. Nella dinamica intersoggettiva, percepiamo l’altro come un “altro-io”, con cui condividiamo un’intercorporeità che rende possibile l’intesa empatica senza cancellare la differenza (Merleau-Ponty, 1964).
Niente di "romantico" nell'empatia
Un ulteriore passaggio necessario è comprendere che l’empatia, di per sé, non può essere associata esclusivamente a qualcosa di positivo. Rimane una modalità di interazione: non possiamo controllare le intenzioni di un individuo che entra in empatia, che potrebbero essere anche negative. Così come i neuroni non sono oggetti epistemici, non pensano né sognano. Tutto ciò che conoscono del mondo sono gli ioni che trasmettono impulsi elettrochimici per renderli eccitabili. Il resto è un livello di interpretazione personale che utilizziamo per descrivere la realtà, spiega Gallese.
...e la realtà virtuale e il digitale?
Se attraverso il corpo facciamo esperienza empatica in un processo ricorsivo con l’incontro di volta in volta delle esperienze degli altri individui, proviamo ad immaginare le dinamiche che si possono creare quando una realtà virtuale diventa una sorta di intermediario in queste relazioni. E proviamo anche a riflettere sul ruolo che la cultura ha in queste dinamiche, troviamo gli stessi effetti oggi come ieri? Cosa accade nelle diverse realtà territoriali, ci sono differenze? E se sì di che tipo? I ricercatori di diversi ambiti disciplinari si stanno ponendo delle domande che li guidano nelle ricerche sulla tematica che riguarda il mondo digitale. Ognuno con un approccio che lo contraddistingue senza dubbio, ma con un’idea di interdisciplinarità sempre più forte. Benjamin (2018) dice “durante lunghi periodi storici, la modalità di percezione sensoriale umana cambia con l’intero modo di esistenza dell’umanità. Il modo in cui si organizza la percezione sensoriale umana, il mezzo con cui si realizza, è determinato non solo dalla natura ma anche dalle circostanze storiche”. Se pensiamo a come sono nate le forme primordiali di tecnologia, il fuoco, la scrittura, la locomotiva… ciascuna è una forma esternalizzante di tecnologia e a partire da queste si sono costruite tutta una serie di dinamiche anche culturali che ci portiamo dietro oggi stesso.
"Si stava meglio quando si stava peggio"...
Dunque, partiamo da un dato di fatto possiamo dire che probabilmente è nella natura umana ricorrere alla tecnologia. Secondo Gallese (2024), l'esperienza del corpo nel contesto digitale è fortemente influenzata dalla natura umana dell'interazione, che si estende alle rappresentazioni digitali. Gli stessi sistemi cerebrali e corporei che ci permettono di interagire con oggetti e persone nel mondo reale vengono attivati anche quando ci relazioniamo con le manifestazioni del digitale. Gallese osserva che le tecnologie digitali, attraverso la mediazione di schermi e dispositivi mobili, ci immergono in un ambiente mediato che altera profondamente il nostro senso di realtà e la nostra percezione del mondo. Questa nuova mediasfera digitale ha modificato le modalità di interazione sociale e ha spostato il baricentro verso una realtà sempre più rappresentata e virtuale, che, sebbene non sia identica a quella fisica, suscita reazioni emotive e cognitive simili. La nostra natura biologica non può essere compresa appieno senza considerare la tecnologia digitale contemporanea e le pratiche socioculturali che questa tecnologia alimenta e condiziona. Gallese continua, spiegando come ogni rivoluzione tecnologica implica anche una rivoluzione cognitiva. L’avvento degli smartphone e il parallelo sviluppo dei social media hanno spostato l’equilibrio verso una realtà mediata e rappresentata, a scapito della presenza fattuale e della relazione performativa con i corpi fisici degli altri. È coniato così il termine “schermo-pelle”, come metafora per intendere che lo schermo appare come un intermediario tra noi e la realtà virtuale-reale. Oggi per molti l’immagine digitale condivisa di sé diviene il referente principale nella relazione con il mondo degli altri, e questo che si voglia o non, diventa culturalmente significativo. Quanto spiegato finora non vuole essere una demonizzazione del digitale, quanto piuttosto un’analisi di contesto, una breve riflessione su ciò che accade oggi nell’interazione uomo-mondo digitale-reale.
la copertina del testo e un antico videogioco
"Fantasmi" come metafora per navigare tra paure e potenzialità dell'Intelligenza Artificiale
Il libro di Stefano Moriggi e Mario Pireddu offre un approccio innovativo alla conoscenza dell'IA
di di Pina Debbi
Formato tascabile e appena 120 pagine per un saggio illuminante che ha la capacità di rendere accessibili concetti molto complessi, senza rinunciare al rigore scientifico e accademico. L'intelligenza artificiale e i suoi fantasmi è un testo che ogni studioso o appassionato del controverso rapporto tra umano e tecnologia dovrebbe avere nella sua biblioteca personale o, ancora meglio, nel suo zaino, pronto a consultarlo per trarne stimoli e spunti di riflessione. Il valore aggiunto del testo, che esplora il vasto panorama dell'intelligenza artificiale, con particolare attenzione alle reti generative, sta nella capacità di intrecciare diversi approcci: la speculazione filosofica e la proposta epistemologica di Stefano Moriggi e la visione sociologica di Mario Pireddu.
Partendo dal celebre quesito di Alan Turing "Le macchine possono pensare?" si spazia da Giordano Bruno a Italo Calvino, passando per Isaac Asimov, ma anche Franz Kafka e Julian Barnes per arrivare a Pac-Man, sì, proprio il videogioco. Le citazioni si dipanano lungo l'arco di un paio di secoli per approfondire l'evoluzione di quell'ampio concetto che va sotto il nome, molto abusato e spesso svuotato di significato, di "intelligenza artificiale". Il focus degli autori si sofferma inevitabilmente anche sulla capacità delle reti neurali di andare oltre l'approccio puramente biologico nell'emulare il cervello umano per dedicarsi a specifiche funzioni nei campi più disparati: dai videogiochi, alla moderazione dei social network, passando attraverso la traduzione automatica, il riconoscimento vocale, fino ad arrivare al deep learning.
Chi sono e perché i fantasmi?
Se è indubbio che il termine evocato nel titolo sia una vera e propria provocazione, oltre a richiamare il saggio di Italo Calvino, Cibernetica e Fantasmi, del 1967, va detto che dal punto di vista psicologico, cognitivo e culturale la metafora ha una ratio che chi scrive questa recensione materializza in tre direzioni.
La prima riguarda le paure, i pregiudizi e i preconcetti che spesso circondano il nostro rapporto con la tecnologia, così come l'atteggiamento opposto di chi, invece, la esalta e la propone come la soluzione delle soluzioni. Atteggiamenti che si manifestano nelle narrazioni apocalittiche o eccessivamente ottimistiche riguardo al futuro dell'IA. La proposta di Moriggi e Pireddu è quella di offrire una visione più equilibrata e critica che supera la polarizzazione umano-artificiale, optando per una co-creazione di conoscenza, esperienze e sapere, restituendo alle "macchine" generatività e creatività.
La seconda direzione è rappresentata dai "Fantasmini di Pac-Man", il videogioco di Toru Iwatani, anno 1980, apparentemente semplice ma in grado di produrre comportamenti nel gioco più imprevedibili ed efficaci, decretandone il successo. Dal punto di vista concettuale, si è dimostrato come, da una combinazione di elementi semplici e accuratamente progettati, possano emergere comportamenti ad alta complessità, oggetto di studi e ricerche sul machine learning.
La terza tipologia di fantasmi è costituita dalla black box delle reti neurali che, nell'elaborare gigantesche quantità di dati, producono risposte che neanche i loro creatori sanno spiegare esattamente come. Un aspetto che descrive la complessità di questi sistemi e anche la loro potenziale opacità, sollevando questioni etiche sul controllo e la trasparenza dell'intelligenza artificiale.
La cornice epistemologica
Moriggi, filosofo della scienza, propone una cornice epistemologica rigorosa con l'uso delle tetradi di McLuhan come strumento per analizzare l'impatto e le sfide adattive che l'IA e le reti neurali ci sottoporanno. Le tetradi, con le loro quattro domande fondamentali (Che cosa amplifica? Che cosa rende obsoleto? Che cosa recupera? Che cosa ribalta?), permettono di esaminare l'IA e le reti neurali non solo in termini di progresso tecnologico, ma anche di trasformazione culturale e sociale.
Ecco allora che l'Intelligenza Artificiale amplifica le nostre possibilità di processare infinite quantità di dati con una velocità impensabile per il cervello umano. Una capacità di calcolo che, se portata agli estremi, potrebbe ribaltare atteggiamenti di ipercontrollo che possono mettere a rischio i diritti individuali, la privacy e perfino le democrazie. L'Europa, per limitare il rischio, si è dotata dell'AI ACT, primo corpo di legge al mondo che regola l'utilizzo dell'intelligenza artificiale, che, se non normata, potrebbe recuperare strumenti che rendono dunque obsoleto lo Stato di Diritto. Esempi di pillole epistemologiche che ognuno può provare a strutturare, seguendo il modello.
Mario Pireddu, esperto di sociologia dei media, attraversa le specificità dell’intelligenza artificiale e dell’intelligenza artificiale generativa, distinguendone i sottocampi e i punti critici, mantenendo sempre sullo sfondo il contesto e le pratiche sociali, sottolineando le potenzialità creative della tecnologia.
Per concludere
L'intelligenza artificiale e i suoi fantasmi è un testo che stimola il pensiero critico e offre una guida preziosa per navigare e vivere nel complesso mondo delle reti generative e dell'intelligenza artificiale. Moriggi e Pireddu riescono a bilanciare il rigore accademico con una narrazione accessibile, rendendo il libro una lettura indispensabile per chiunque voglia comprendere a fondo le dinamiche e le implicazioni dell'intelligenza artificiale, che, se usata con consapevolezza, può arricchire profondamente la nostra cultura e la nostra società.
Stefano Moriggi, filosofo della scienza, è professore asociato di Cittadinanza digitale e di Società e Contesti Educativi Digitali presso l'Università degli studi di Modena. È membro della McLuhan Fundation.
Mario Pireddu è professore associato di Tecnologie per la Formazione e di Apprendimento in rete e Gestione della conoscenza presso l'Università degli studi della Tuscia di Viterbo dove è anche Delegato per l'Innovazione nella Didattica.
la copertina del testo e le fake news dell'estate
Imane Khelif e Southport, le ultime Fake News. Come Combattere la Disinformazione?
Il testo Foolprof spiega quali sono le dinamiche della nostra mente che ci portano a credere alla false notizie e come possiamo combatterle
di di Pina Debbi
Il 29 luglio, in piena Olimpiade, sul quotidiano inglese The Guardian appare una notizia dal titolo: “Le pugili che hanno fallito il test di genere ai mondiali sono state ammesse a partecipare ai giochi”. Nel catenaccio si specifica che le due atlete gareggiano per l’Algeria e Taipei, che saliranno sul ring in settimana, e che tra le due, Imane Khelif, aveva accusato l’IBA (la criticatissima federazione mondiale disconosciuta dal Comitato Olimpico Internazionale per corruzione e per arbitraggi non ortodossi e molto vicina a Mosca con il suo presidente, l’oligarca russo Umar Kremlev) di cospirazione.
The Guardian approfondisce la vicenda e racconta che entrambe le pugili, secondo quanto rivelato dalla Tass, erano state sottoposte a un test del DNA alla vigilia delle finali nella rispettiva categoria, per le quali si erano qualificate. I risultati avrebbero dimostrato la presenza di un cromosoma XY tipico del genere maschile, senza specificare tipo di test e documentazione, ma solo un generico comunicato.
Imane Khelif e Lin You Ting
Imane Khelif e Lin You Ting sono sempre state donne, registrate all’anagrafe come tali, cresciute come donne, con un passaporto biologico che le considera appartenenti al genere femminile, nella considerazione binaria dei generi. Entrambe hanno sempre combattuto nei campionati mondiali con altre donne. Imane Khelif, nello specifico, prima delle Olimpiadi, aveva disputato 50 incontri, perdendone 13. Era stata eliminata nei quarti di finale a Tokyo dall’irlandese Kellie Anne Harrington che l’aveva sovrastata nettamente. Secondo i parametri ufficiali del CIO che sono quelli di Rio de Janeiro e Tokyo, rientrano nel pugilato femminile e possono combattere regolarmente.
Un Crimine Orrendo a Southport
Nelle stesse ore, Southport, cittadina inglese di 90.000 abitanti, è scossa da un crimine orrendo: in un centro ricreativo per l’infanzia c’è un evento di danza sulle note delle canzoni di Taylor Swift. Un diciassettenne irrompe nei locali armato di coltello, aggredendo bambini e insegnanti. Uccide tre piccole: Bebe King, 6 anni, Elsie Dot Stancombe, 7, e Alice Aguiar, 9, figlia di genitori portoghesi, ferendo altre persone, tra cui le maestre Leanne Lucas e Heidi Barlow, entrambe di 35 anni, che hanno tentato di fermare la furia infanticida del giovane.La polizia rivela diverse ore dopo l’identità dell’aggressore: è nato a Cardiff, figlio di genitori ruandesi, e cresciuto in Gran Bretagna. Dal 2013 risiede nel vicino paese di Banks.
La Narrazione
Sul web e sui social, le due notizie, portatrici entrambe di elementi di grande complessità, si trasformano in fake news, diventando virali e scatenando una vera e propria campagna di disinformazione. La vicenda di Imane Khalif si diffonde in Italia perché la pugile algerina deve incontrare la boxeur azzurra Angela Carini, che,forse condizionata dall'eco mediatica si ritirerà dal match dopo 45 secondi.
Il primo a farsi portatore di “fake news” è il ministro delle infrastrutture e trasporti Matteo Salvini, che in un tweet del 30 luglio scrive:
“Pugile trans dell’Algeria - bandito dai mondiali di boxe - può partecipare alle Olimpiadi e affronterà la nostra Angela Carini. Un’atleta messicana che l’aveva affrontata ha dichiarato ‘i suoi colpi mi hanno fatto molto male, non credo di essermi mai sentita così nei miei 13 anni da pugile, nemmeno combattendo contro sparring partner uomini’. Uno schiaffo all’etica dello sport e alla credibilità delle Olimpiadi. Basta con le follie dell’ideologia ‘woke’!”
La Strumentalizzazione Politica
La strumentalizzazione politica è immediata, con tanto di polarizzazione: da una parte il centrodestra e i quotidiani della sua area che difendono il binarismo sessuale, parlano di Imane Khelif come una transessuale – nata cioè uomo e sottopostasi a transizione per cambiare sesso, cosa che il Comitato Olimpico non permette. Una parte del centrosinistra tenta di spiegare la natura intersessuale della ragazza, la comunità LGBTQ chiede categorie specifiche e via, programmi televisivi e ore e ore di discussione, con tanto di pareri dei genetisti che ci dicono come non sia più sufficiente distinguere femminile e maschile solo attraverso il cromosoma XY. Concetto difficile da comprendere e approfondire. Nessuno di preoccupa dei sentimenti della ragazza e nessuno, con un minimo di coscienza critica, ricorda che l'Algeria è un paese che vieta l'omosessualità ed è vietata la transizione sessusale. Il padre della ragazza, nata in un villaggio povero, mostra le foto di lei bambina, i documenti, la descrive come donna tenace, determinata che nella boxe ha trovato la sua realizzazione, dopo molti mestieri umili.
Le Fake Incancellabili
Eppure Imane Khelif continua ad essere percepita come trans, nell’immaginario collettivo, così come il giovane killer di Southport resta un immigrato clandestino. La presunta mancanza di controllo sull’immigrazione scatena caos e proteste in un Inghilterra scossa da una crisi economica e dall'impoverimento del cittadino medio, dopo la Brexit, anch'essa nata da campagne di disinformazione. Ci sono decine di manifestazioni spontanee, organizzate in prevalenza da gruppi di estrema destra che provocano violenti disordini e una vera e propria caccia ai richiedenti asilo e agli immigrati. Per giorni si è assistito a manifestazioni e scontri con la polizia in una dozzina di città della Gran Bretagna, dall'Inghilterra all'Irlanda del Nord, con picchi a Belfast. È stata la prima prova di fuoco del neopremier laburista Keir Starmer che ha annunciato la linea dura.
Due fake news che hanno scosso le Olimpiadi e la Gran Bretagna. Non è questa la sede per entrare nel merito delle considerazioni e/o delle strumentalizzazioni di ogni parte politica. La descrizione dettagliata dei due eventi vuole sottolineare le dinamiche con le quali il non vero, la disinformazione, si diffonde, diventando verità incancellabile per molti.
Come difendersi allora, nella complessità del presente e nell’impossibilità di verificare ogni singola notizia nell’overdose di informazione che ci viene quotidianamente proposta dal web?
Foolproof di Sander van der Linden
Una proposta la offre il testo Foolproof di Sander van der Linden, professore di psicologia sociale all’università di Cambridge. Un'analisi approfondita e scientificamente fondata sui meccanismi psicologici e sociali che rendono le persone vulnerabili alla disinformazione. Van der Linden esplora come e perché la disinformazione si diffonde e quale impatto ha sulla società, ma offre anche strategie pratiche per rafforzare la nostra "immunità" contro le false informazioni.
Perché Crediamo alle Fake News? Il ruolo delle emozioni
Van der Linden esamina le ragioni per cui le persone credono alla disinformazione: una fake news sfrutta debolezze cognitive come i bias di conferma, ad esempio. Siamo portati a cercare e credere in informazioni che confermano tutte le nostre preesistenti convinzioni. Gli altri fattori psicologici includono l'effetto di illusione della verità, dove l'esposizione ripetuta a un'affermazione la rende più credibile, e l'effetto Dunning-Kruger, che induce le persone meno competenti a sovrastimare la loro conoscenza. Una tendenza difficile da ammettere per il singolo, che fatica ad orientarsi in un presente complesso e tende a semplificare. Le emozioni giocano un ruolo cruciale nella diffusione della disinformazione. La paura, la rabbia e l'indignazione possono rendere le informazioni false più attraenti e virali. Le persone sono più inclini a condividere contenuti che evocano forti risposte emotive, indipendentemente dalla loro veridicità. Van der Linden illustra come queste emozioni amplifichino l'impatto della disinformazione, facendo leva su preoccupazioni personali e paure collettive.
Il Digitale come Amplificatore
L'ambiente digitale, in particolare i social media, rappresenta un vero e proprio terreno fertile per la disinformazione. Algoritmi che promuovono contenuti popolari, indipendentemente dal loro essere veri o meno, e la creazione di camere dell'eco che rinforzano credenze preesistenti, contribuiscono alla rapida diffusione di informazioni false. La disinformazione non solo danneggia la percezione individuale della realtà, ma ha anche gravi implicazioni per la società. Può erodere la fiducia nelle istituzioni, polarizzare l'opinione pubblica e minacciare la democrazia. L’autore discute casi concreti come le teorie del complotto sui vaccini e la disinformazione elettorale, per illustrare, insieme a quelli citati all’inizio di questo articolo, come la disinformazione possa avere conseguenze reali e dannose.
Come Combattere la Disinformazione?
Uno degli approcci chiave che Van der Linden propone per combattere la disinformazione è il prebunking, che si basa sull'inoculazione psicologica, un processo simile alla vaccinazione. Presentando alle persone versioni "attenuate" di argomenti di disinformazione, insieme a spiegazioni su come e perché sono falsi, si può costruire una resistenza cognitiva. Questa tecnica mira a rendere gli individui più critici e meno inclini a credere in informazioni non verificate.
Educazione e Pensiero Critico
L'educazione gioca un ruolo fondamentale nella lotta alla disinformazione. Van der Linden sostiene la necessità di promuovere il pensiero critico e l'alfabetizzazione mediatica per aiutare le persone a distinguere tra fatti e falsità. Investire in programmi educativi che sviluppano competenze analitiche e la capacità di valutare fonti di informazione è essenziale per una società informata e resistente.
Responsabilità delle Piattaforme Digitali e delle Istituzioni
Il libro evidenzia l'importanza della responsabilità delle piattaforme digitali e delle istituzioni nella gestione della disinformazione. Van der Linden discute le misure che possono essere adottate dalle aziende tecnologiche per limitare la diffusione di contenuti falsi, come l'implementazione di algoritmi che privilegiano la veridicità e la collaborazione con fact-checkers. Inoltre, esplora il ruolo delle politiche pubbliche e della regolamentazione nel mantenere l'integrità dell'informazione.
Guardando al Futuro
Van der Linden guarda al futuro e alle sfide emergenti nel contrasto alla disinformazione. Con l'avvento di nuove tecnologie come l'intelligenza artificiale e i deepfake, la capacità di creare e diffondere false informazioni diventa sempre più sofisticata. Il libro esamina le potenziali implicazioni di queste innovazioni e l'importanza di sviluppare strumenti e strategie per affrontare queste minacce. L’analisi del professore di psicologia sociale è completa e accessibile, unisce rigore scientifico a esempi concreti e rende il libro una risorsa preziosa per essere consapevoli e comprendere come navigare nel panorama dei media e proteggersi dalla disinformazione.
La copertina del libro
L'uomo e l'immaginario: Calvino, lo sguardo sul mondo che verrà
La rivoluzione tecnologica l'aveva immaginata oltre 50 anni fa l'autore tra i più visionari del panorama letterario italiano, Italo Calvino.
di Elena Martino
Nel 2023 si è celebrato il centenario della nascita di Italo Calvino, il "visionario", lo scrittore, l'artista, l' uomo capace di immaginare il futuro. Il cervello comincia dall'occhio scriveva l'autore ligure al quale Roma ha dedicato la mostra di grandissimo successo, Favoloso Calvino. Un artista a tutto tondo: libri, visioni del futuro tradotte in immagini, disegni, foto, produzioni in grado di trasformare il mondo in un'opera d'arte, con i suoi nuovi strumenti, come l'intelligenza artificiale. Se la mostra ha aiutato a toccare con mano la versatilità e la ricchezza della produzione calviniana, il libro "Il Visconte Cibernetico", scritto da Andrea Prencipe e Massimo Sideri, riesce ad esplorare l'intersezione tra letteratura e tecnologia, prendendo ispirazione dal pensiero calviniano e dalle sue riflessioni proprio sull'intelligenza artificiale (IA). Gli autori mettono alla prova gli insegnamenti di Calvino, cercando di capire come il suo metodo possa aiutare a interpretare il presente e affrontare le crisi attuali.
Una visione scientifica
La prefazione di Maria Chiara Carrozza sottolinea l'importanza del libro come guida per comprendere il nostro ruolo in un'epoca di grandi transizioni, caratterizzata da scoperte scientifiche e tecnologiche rivoluzionarie, come l'ingegneria genetica e l'intelligenza artificiale. Carrozza evidenzia come l'IA, emulando abilità cognitive umane, susciti interrogativi profondi e possa spaventare se non viene compresa e analizzata con competenza. Il più che mai attuale "Metodo Calvino" offre uno strumento per orientarsi nella modernità, per vedere il futuro e costruirlo con la nostra creatività.
“I suoi principi fondanti sono le basi per affrontare il cambiamento di paradigma delineato nel Visconte Cibernetico”.
Il Visconte, prima dimezzato, ora cibernetico, esemplifica l’integrazione tra i due poli opposti del naturale e dell’artificiale, tra uomo e tecnologia, e rappresenta un’omaggio alla cibernetica da chi ha creduto di sviluppare l’artificiale per comprendere il naturale.
L'IA e il nuovo paradigma: dalla risposta alla domanda
Il libro affronta il cambiamento di paradigma imposto dall'IA e dalla digitalizzazione, riflettendo su come la società si sia spostata verso una "cultura della risposta" e come questo influisca sul nostro rapporto con la conoscenza e la creatività. Prencipe e Sideri, ispirandosi a Calvino, sottolineano l'importanza del pensiero divergente e della capacità di porsi domande; entrambi avvertono che la vera minaccia non è l'IA stessa, ma la possibilità di perdere la capacità di formulare le domande giuste.
Gli autori mettono in luce come le macchine, per comprendere il mondo, abbiano bisogno di categorizzare e semplificare, mentre la creatività umana risiede nella capacità di combinare elementi in modi nuovi e inaspettati. Utilizzando l'esempio di Salvador Dalì e il suo "telefono aragosta", Prencipe e Sideri illustrano come l'arte e la letteratura possano sfidare le categorizzazioni rigide delle macchine.
Recuperare il valore del corpo
Il libro esplora anche il ruolo del corpo nell'elaborazione della conoscenza. La digitalizzazione crea una distanza fra l'uomo e il mondo, trasformando il cervello umano in una semplice macchina di elaborazione dati. Gli autori richiamano l'importanza di esperienze dirette e della scrittura manuale per mantenere viva la nostra creatività e capacità di pensiero. "Il Visconte Cibernetico" è una riflessione profonda sul futuro dell'umanità nell'era dell'intelligenza artificiale. Prencipe e Sideri, seguendo le orme di Calvino, offrono un antidoto contro la "colonizzazione del futuro" da parte della tecnologia. Essi insistono sulla necessità di mantenere il potere e la responsabilità di pensare creativamentee di porre domande, sottolineando che, sebbene le risposte possano essere fornite dalle macchine, la formulazione delle domande resta una prerogativa esclusivamente umana.
La creatività è prerogativa umana
Questo libro rappresenta un'importante lettura per chiunque sia interessato a capire come la tecnologia influenzi la nostra società e il nostro modo di pensare. Gli autori offrono un contributo significativo al dibattito contemporaneo su intelligenza artificiale e creatività, invitando i lettori a riflettere sul proprio ruolo in un contesto dove l’IA continuerà ad evolversi per produrre soluzioni e risposte in vari ambiti di applicazione e “idealmente imporre un ripensamento di tutta la filiera educativa che dovrà contemplare modelli educativi ed azioni educative che pongano attenzione su curiosità e creatività quali pratiche metacognitive dell’apprendimento”.
Calvino, l'arte di osservare il futuro
Il contributo di Italo Calvino alla letteratura italiana, e probabilmente mondiale, è indiscutibile: molti lo riconoscono come uno dei grandi innovatori, capace di combinare influenze, trame e visioni per creare nuove concezioni della letteratura, specialmente in relazione al rapporto dell’uomo con i tempi in cui vive. Calvino il visionario, che ha saputo evidenziare disagi, drammi, e a volte anche felicità e comportamenti sognanti, rispecchiando la complessità dell'esistenza umana. Quello che colpisce maggiormente della sua vita letteraria è la straordinaria abilità di esprimersi sia in termini strettamente legati all’uomo, sia attraverso sperimentazioni sulla narrazione e vere e proprie “visioni” sull’universo e sulla nascita della vita, al limite tra il metaforico, il fantastico e l’ironico.
I filosofi greci e la capacità eterna di porre domande
"Il Visconte Cibernetico" esplora proprio questo aspetto avanguardista del pensiero di Calvino, collegandolo al sogno dell’intelligenza artificiale. Calvino, secondo gli autori, offre un antidoto contro la “colonizzazione del futuro” da parte della tecnologia, enfatizzando l’importanza di mantenere la capacità umana di pensare creativamente e porre domande significative. Dedicano l’intero capitolo “Ars interrogandi e ars respondendi” a questo tema, sottolineando l’importanza del porsi le domande giuste usando come esempio quello di Aristotele: “Perchè continuiamo a citare filosofi dell’antica Grecia se le loro risposte appaiono errate? Ebbene, scriveva Russell: Continuiamo a citarli perché le domande erano giuste e ancora oggi rimangono valide”.
Una letteratura senza confini
Definire i romanzi di Calvino come i primi “d’avanguardia” può essere riduttivo e poco pertinente, soprattutto quando ci si riferisce a un pilastro del pensiero letterario. È meglio considerare Calvino per l’enorme influenza che ha avuto sulle generazioni successive di scrittori. "Il Visconte Cibernetico" ci aiuta a capire come le sue intuizioni e le sue visioni continuino a risuonare oggi, in un mondo sempre più dominato dall’intelligenza artificiale.
In questo modo, non si rischia di restringere il campo dell’esistenza di un autore che, probabilmente, è e sarà senza tempo. Le influenze di Calvino sono riconducibili a un'idea di letteratura che trascende le etichette e continua a ispirare pensieri innovativi e creativi nel nostro rapporto con la tecnologia e con il futuro, in un’ottica di Open Innovation.
le copertine
La Risonanza all'epoca del Game
Contaminare due visioni tra digitale e scuola
di Martina Giorgi
Come possono stare insieme un sociologo come Hartmut Rosa, teorico della risonanza e dell’accelerazione sociale, proposte in chiave neomarxista con uno sguardo critico verso le tecnologie digitali e uno scrittore pop come Alessandro Baricco che si reinventa saggista, antropologo, tecno-entusiasta e tecno-esperto? Per offrire una chiave di lettura della modernità e dell’ambiente digitale che abitiamo, ho provato a mettere insieme due testi, La risonanza, di Rosa e The Game di Baricco che offre una struttura storico-geografica delle innovazioni digitali. Tentando di declinare il tutto nella cornice dell’istruzione, ma non solo.
Dalla competenza alla risonanza
Risonanza è un termine che propone un cambio di paradigma nel mondo dell’educazione, diventando essa stessa protagonista accanto alla pedagogia. La scuola ha da sempre il compito di contribuire in modo decisivo a sviluppare le competenze di studentesse e studenti, ed oggi l’attesa, molto spesso esplicitata, tende a privilegiare e spingere l’ acquisizione delle competenze tecniche. Ecco, qui si insidia il nuovo cambio di paradigma, Rosa spiega la differenza tra competenza e risonanza, due concetti quasi “dissonanti” tra loro. Non a caso sopra ho utilizzato l’espressione “acquisizione delle competenze”, perché di fatto essere competenti lo si è quando ci si è impossessati di qualcosa, abbiamo fatto propria quella competenza. Al contrario il termine risonanza, spiega Rosa, fa riferimento al «processo dell’entrare-in-relazione con»[1]. Ciò dipende da un atteggiamento di apertura verso qualcosa con cui potrei entrare in relazione, presuppone una certa disponibilità nei confronti di ciò che non conosco al momento. Attenzione, qui non si fa riferimento all’impossessarsi di questo qualcosa altro da noi, quanto l’atto in potenza, la possibilità che si entri in relazione con qualcosa di cui non posso avere il controllo dopo il suo l’incontro. La bellezza, come in tutte le relazioni umane, sta nell’atto di farsi travolgere e dunque cedere alla trasformazione. Utilizzo le parole di Rosa, proiettandole al contesto scolastico. Se ci riflettiamo un attimo, possiamo concordare con Rosa quando afferma che la mera acquisizione della competenza non basta per garantire un reale rapporto con le materie affrontate a scuola che rappresentano dei mondi a sé stanti. Materie che diventano vive quando vibrano negli studenti e nelle studentesse, quando i loro occhi brillano e quando si sentono trasformati dall’essere entrati in relazione con esse. Ci sarà capitato almeno una volta nella vita di uscire da una lezione con la sensazione di sentirci vivi, rinnovati, come se qualcosa ci avesse accesi perché ha toccato le corde più profonde di noi nel tempo trascorso in quello spazio. Cosa ci ha fatto sentire così? Probabilmente l’insegnante è stato capace a sua volta di trasformare l’oggetto di studio in qualcosa di comprensibile e conoscibile da un punto di vista emotivo. Probabilmente il clima in quello spazio era disteso, sereno, un ambiente in cui ci siamo sentiti a nostro agio e dunque liberi di aprirci all’esperienza che l’insegnante voleva offrirci. Uno spazio in cui l’a-giudizio (a privativa) è protagonista. Probabilmente non importava la paura di sbagliare e anzi, ci siamo sentiti accolti perché ad un tratto le nostre riflessioni erano centrate, qualcuno/a era interessato/a ad ascoltarle. Probabilmente queste condizioni hanno fatto in modo che nessuno di noi avesse timore a stare in contatto con la nostra parte emotiva e che anzi questa ha fatto capolino da sé, è riemersa con la voglia di godersi l’attimo, rimanere nel qui ed ora senza pensieri intrusivi pronti a bussare alla porta della mente. In quel momento esiste solo l’ io che si nutre di quelle parole, perché in fondo aveva bisogno di quel calore come senso di conforto.
La risonanza appena descritta è come un’immagine musicale, dice Rosa. Dal latino re-sonare. il termine rimanda alla relazione tra due corpi capaci di oscillare e la cui oscillazione «dell’uno stimola l’attività autonoma dell’altro»[2]. Un incontro che genera una vibrazione con una frequenza propria, diversa, qualcosa che prima di quel contatto non esisteva. Qui sta la forza del significato di sentirci trasformati dall’esperienza svolta e nel caso della nostra riflessione proviamo a immaginare questa trasformazione che inizia dall’incontro con le materie scolastiche, con quell’insegnante, con i compagni e le compagne con cui compartecipiamo molte volte nelle attività didattiche.
La teoria della risonanza indubbiamente ha obiettivi ambiziosi ma non impossibili da raggiungere se seguiamo le condizioni grazie alle quali Rosa ha dichiara un processo formativo come riuscito.
Dall’accelerazione del tempo alla relazione con il mondo: l’epoca del Game
Ci allontaniamo per un momento dal contesto scolastico per una riflessione di più ampio respiro. Rosa ha dedicato anni di ricerca al tema dell’accelerazione, arrivando ad affermare che «qualcosa non funziona nel nostro rapporto con il tempo»[3]. Esiste una sorta di controsenso nella nostra gestione del tempo: da una parte sembra non bastare mai, dall’altra abbiamo fatto di tutto per risparmiarlo, grazie all’utilizzo di tecnologie sempre più veloci. Il problema centrale delle società moderne non è tanto l’accelerazione in sé, quanto l’alienazione che questa può provocare. Quando, vivendo in un processo accelerato, ad un certo punto si tende verso un’escalation che porta a quella che lui definisce la «stabilizzazione dinamica»[4]. Ovvero quello stato in cui si stabilizzano la dinamicità e la frenesia delle esperienze vissute. Secondo questo modello, infatti, la società moderna per evitare di collassare è destinata a riprodursi costantemente, a crescere senza sosta da un punto di vista economico e a innovarsi incessantemente da un punto di vista tecnologico e culturale. È a causa di questo modello che abbiamo la tendenza impulsiva e compulsiva di “fare, fare, fare”, costruendo interminabili “scalette” colme di attività sia a livello lavorativo che nel tempo libero. Perché se non riempissimo il tempo ci sentiremmo a disagio, inadeguati, insoddisfatti, come se il nostro valore di persone lo misurassimo con ciò che produciamo quotidianamente invece che su ciò che siamo, sul nostro essere. Un fare destinato a definirci, invece che limitarci ad un preciso istante per quella specifica sfera esperienziale. Ecco che viviamo statici in questa dinamicità. Alessandro Baricco invece offre una connotazione diversa al medesimo agire e spiega come l’origine delle tecnologie digitali ha avuto l’obiettivo proprio di superare la staticità del periodo successivo al dopo guerra. Questo processo ci ha portati a vivere l’epoca del Game. Ad un certo punto abbiamo avuto come esseri umani l’esigenza di semplificare la realtà, non solo contrapponendo il termine “semplice” a “difficile”, ma a quello di “complesso”. In aggiunta, volevamo fare esperienza di qualcosa di leggero e divertente, ecco come nasce l’iPhone e come ci è stato proposto da Steve Jobs. Al di sotto vi ritroviamo un livello alto di complessità che però non appare in superficie, ciò che percepiamo e di cui facciamo esperienza è il «semplice dietro il complesso»[5].
Come ci poniamo di fronte alla tecnologia?
Immagino già che qualcuno, arrivato a leggere fino a qui, stia già additando la tecnologia come la causa di “tutti i nostri mali”. Proviamo invece ad approfondire la riflessione di Baricco, sospendendo ogni giudizio per comprendere il "suo" senso della nascita dei dispositivi tecnologici.
Ci troviamo nel momento storico successivo all’avvento delle guerre, dopo la seconda metà del Novecento e nel luogo che successivamente sarà chiamato Silicon Valley, bacino di ricchezza e innovazione dove il contesto sociale dinamico favorisce il bisogno di sovvertire la realtà. Creare un mondo parallelo, un oltremondo, in cui possa sciogliersi la rigidità dell’esistente, per rendere la realtà più accessibile, veloce, libera e gratuita. C’è la convinzione che muovendosi in questo spazio nuovo, non lineare, si possono risolvere problemi ed avere o un’esperienza del mondo singolare, significativa e più arricchente. Si crea uno spazio che accoglie la nostra parte anarchica, indisciplinata, istintiva, “cazzona” che non vale meno rispetto ai tratti più formali che abitano la nostra realtà. Ed è allora lecito assumere un cambio di prospettiva: non è vero, dunque, che oggi viviamo in modo accelerato a causa delle macchine e della tecnologia. Siamo in realtà «noi ad aver scelto il movimento come obiettivo prioritario e quelle macchine sono solo gli strumenti che ci siamo costruiti, su misura, per perseguire quell’obiettivo»[6] e dar vita all’ “Insurrezione digitale”. Abbiamo avuto l’esigenza di evadere dalla realtà fisica per andare verso “mondi più leggeri” per incontrare uno spazio di fuga, intaccando i capisaldi di quella determinata società e di quel contesto storico. Il Gameè dinamicità, instabilità, la verità è mutevole e alla portata di chiunque.
Per Baricco, fino ad un certo punto gli esseri umani hanno considerato il tutto come una grandezza ipotetica, mentre dall’inizio dell’insurrezione digitale appare come una quantità misurabile e definibile. Se si eleva il tutto ad un’unità di misura, intendendo anche come obiettivo da raggiungere, l’infinito non esiste più. La percezione di limite, di confini inizia a decadere. Ma ecco che si torna al concetto di fissità dinamica. Un effetto di fissità, «di non risonanza, di mancanza di vibrazione»[7].
L’emozione che unisce gli individui delle due società, quelli che vivevano nella fissità perenne e coloro che oggi vivono nel Game (Baricco)-tarda modernità (Rosa) è la paura. Per il primo è la paura di rimanere fissati per sempre in una civiltà che non corrisponde ai bisogni dei molti. Per Rosa le persone hanno la sensazione che tutta questa accelerazione non li porti a niente e che dunque corrano costantemente verso una meta tutt’altro che migliore. La loro «speranza è che la vita non peggiori troppo»[8]. È una paura che ci fa progredire quasi per tentativi ed errori, senza percepire limite, sentendoci disorientati senza il minimo controllo sugli eventi. Se è vero che è impossibile controllare tutto ciò che ci accade quotidianamente, diventa un problema quando questa sensazione ci destabilizza fino al sorgere di disturbi alimentari e del sonno, legati all’ansia cronica. A Rosa preme soprattutto studiare l’impatto che l’accelerazione e la cosiddetta stabilità dinamica hanno nella vita delle persone, nei «rapporti tra i soggetti e il mondo»[9]. Dunque, come se ne esce? Secondo Rosa (e su questo potrebbe essere d’accordo anche Baricco) solo attraverso la risonanza si può riconfigurare una qualità nella nostra relazione con il mondo.
La scuola come spazio di risonanza
E allora, tornando alla scuola: «quand’è che un processo formativo può dirsi riuscito?»[10]. Secondo Rosa ogni qualvolta che la scuola diventa uno spazio di risonanza, un luogo in cui i rapporti sono costruiti su una fiducia reciproca, in cui è ammesso l’errore che, anzi, diventa un'opportunità per crescere, in cui ciascuno/a si sente a proprio agio e dunque libero/a di esprimere se stesso/a. Ogni volta che la scuola agevola la maturazione dell’autoefficacia, la percezione che abbiamo di noi stessi e ci sentiamo capaci, riconosciamo di essere bravi in particolari attività. Consapevolezza che aiuta a rafforzare l’autonomia. L’esperienza scuola diventa così un luogo in cui le studentesse e gli studenti si possano confrontare ed essere al centro insieme alla relazione con i docenti.
Come si crea questo spazio? Rosa propone un modello “triangolare di lezione” : da un lato l’asse materiale o diagonale che corrisponde alle “materie”, dall’altro l’asse sociale o orizzontale ossia il piano delle relazioni.
Le materie sono considerate da Rosa i “mondi di valori” e il compito della scuola è di aiutare gli individui a collocarsi di volta in volta all’interno di questi mondi. Attivando delle riflessioni specifiche, gli studenti sono in grado di individuare per esempio i propri valori e di imparare ad esprimerli immaginando come collocarli in base ai valori espressi durante la lezione, ad esempio sulla Rivoluzione francese. Un processo che aiuta nella ricerca del senso di ciò che stanno studiando, perché confrontano il contesto con la realtà più vicina a loro.
Il piano delle relazioni, inoltre, non può prescindere dal clima “che si respira” in una classe. L’atmosfera che gli studenti e le studentesse vivono in aula incide sulla percezione di autoefficacia, sulla fiducia che nutrono in se stessi, sulla loro autostima, sullo sviluppo della loro motivazione intrinseca (non studio per prendere un buon voto, ma perché quella materia mi incuriosisce). Il tutto funziona se vi è un equilibrio tra i due assi e dunque non considerando oggetti esterni, lontani e fini a se stessi discipline o relazioni, ma «relazioni attraverso le discipline»[11].
Rosa non ha una visione positiva dei dispositivi tecnologici perché gli individui compiono la maggior parte delle attività con la mediazione dello schermo. Questo potrebbe limitarli nel vivere la pienezza delle esperienze. Da una parte lo schermo di per sé potrebbe farci percepire una situazione come distante e dunque potrebbe favorire un atteggiamento di chiusura. Ma proviamo per un attimo a cambiare prospettiva: come possiamo trasformare l’apparente ostacolo (lo schermo) in un’opportunità? Ecco che siamo finiti in una delle più importanti sfide attuali a cui molti esperti, insegnanti e professionisti dell’educazione stanno provando a dare risposta.
Risonanza: «s. f. [dal lat. resonantia «eco, rimbombo»]. – 1. a. Amplificazione di un suono o dei suoni (frequenza di r.), ad assumere un valore molto elevato: corpo che entra in r.; r. acustica, l’esaltazione subita da vibrazioni sonore di particolare frequenza in uno strumento musicale o, in generale, in un ambiente. […]».
Vocabolario Treccani
Gli autori
Alessandro Baricco… dai lo conoscete! In ogni caso ho cercato una sua definizione online, ma ne esiste una che fa pensare solo “cosa non è Alessandro Baricco?!”. Mi sembra troppo riduttivo e poco elegante copiarla e incollarla qua, cercatela.
Hartmut Rosa, insegna sociologia e scienze politiche all’Università Friedrich Schiller di Dresda. Uno dei suoi progetti bibliografici da ricordare è Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità. Uno studio sull’accelerazione che lo tiene tuttora attivo con interessanti ricerche scientifiche.
Note e Bibliografia
[1] Rosa, H. (2020). Pedagogia della risonanza. Conversazione con Wolfgang Endres. Editrice Morcelliana, Brescia, p.7.
[2] ibidem p.25
[3] Ibidem, p.12
[4] Ibidem, p.14
[5] Baricco, A. (2018). The Game. Einaudi, Torino, p. 153
[6] Ibidem, p. 98
[7] Ibidem, p.232
[8] Rosa, H. (2020). Pedagogia della risonanza. Conversazione con Wolfgang Endres. Editrice Morcelliana, Brescia, p.16.
[9] Ibidem, p.17
[10]Ibidem, p.5
[11] Ibidem, p.34
Copertina libro Postmedialità
Educazione e società nell’era post-mediale
Innovazione tecnologica e frammentazione dei mass-media: Postmedialità per una rilettura dei fenomeni sociali.
di Federico Ruggiero
Se fino a due decenni fa il termine “media” era inevitabilmente preceduto dal suo gemello siamese “mass”, oggi naviga da solo ed è la più evidente dimostrazione di come l’innovazione tecnologica e l’avvento del digitale abbiano finito, in collaborazione certo con altri fenomeni, per parcellizzare e frammentare i mezzi di comunicazione di massa, frantumando il sistema da uno (la tv, il cinema, la radio, il quotidiano, un qualsiasi apparato di potere o meno) a molti e trasformandolo nel “da ognuno a ognuno”.
Questo vuol dire che i media sono finiti? Dati alla mano sappiamo che la tv generalista è ancora viva ma spopola solo tra le generazioni più “mature”, i quotidiani perdono sempre più lettori, il cinema, tanto per citarne un altro, è fruibile comodamente a casa attraverso le diverse piattaforme. Una riflessione sul rapporto certo non lineare tra i mass media che hanno perso la loro centralità e la società la offre il testo Postmedialità, che affronta il tema da diverse quanto preziose prospettive di uomini di scienza come Cosimo Accoto, Nicola Bruno, Federico Cabitza, Ruggero Eugeni, Paolo Ferri, Roberto Maragliano, Carlo Milani Mario Pireddu, Pier Cesare Rivoltella, Luca De Biase, con il filosofo Stefano Moriggi come direttore d’orchestra e curatore dell’opera.
Ma cosa si intende per Postmedialità?
Felix Guattari, Rosalind Krauss, Lev Manovich e Peter Weibel sono i pensatori che teorizzano e cercano di definire questo concetto. Felix Guattari, filosofo francese, inizia a parlare di superamento dei media nel 1985 attraverso una prospettiva di sinistra “movimentista” che vede i media non come semplici canali di comunicazione o strumenti per la trasmissione di informazioni, ma piuttosto parte integrante di assemblaggi socio-tecnici che producono e trasformano realtà, desideri e relazioni sociali. In questa visione, diventa fondamentale una partecipazione di base alla decisionalità politica attraverso reti multicentriche, in una prospettiva anti-capitalista e anti-postmodernista favorita dai media più recenti, attraverso cui gli utenti possono diventare produttori. Questa sorta di relazione con le macchine favorirebbe i processi di soggettivazione (costruzione dell’identità personale) e costituirebbe la cosiddetta “era post-mediale” (Guattari 1985, 1986, 1990). Le sue previsioni trovano riscontro nella nascita del World Wide Web (1991) e negli “user generated content” (social media).
Qualche anno successivo, Rosalind Krauss pubblica un libro (1999) e lavori successivi (2005, 2010, 2011) in riferimento al mondo dell’arte. La storica Krauss vede nell’era post-mediale il superamento del modernismo che qualificava l’oggetto d’arte in funzione del proprio medium (inteso come supporto fisico). In quest’ottica, Krauss rivisiterà il concetto di medium, rifiutando la indistinzione mediale del postmoderno ponendosi come difensore del supporto tecnico intesa come possibilità stessa dell’arte.
Questa premessa sul suo pensiero permette di comprendere meglio come il suffisso “post”, per Krauss, non indichi il superamento dei media, come avveniva nel pensiero di Guattari, ma la fine del principio della specificità mediale dell’opera d’arte basata su fattori materiali.
Secondo Lev Manovich, studioso russo, la crisi della specificità mediale artistica sopra citata è dovuta a tre fattori: la nascita dell’arte concettuale, l’utilizzo di nuovi media tecnologici analogici (es. cinema) e il graduale processo di digitalizzazione. Quest’ultimo introduce per la prima volta l’utilizzo del linguaggio informatico come uno strumento di descrizione dei fenomeni. Ecco perché il critico austriaco Peter Weibel, in questo contesto di ascesa del digitale e dei nuovi media, vede ogni forma d’arte come post-mediale (dall’analogico al digitale).
Il punto di incontro di questi pensieri è ben spiegato da Ruggero Eugeni (Capitolo 1, paragrafo 4):
“La condizione postmediale in tutta la sua complessità e ricchezza consiste dunque in questa terza accezione nel superamento dei media analogici offerto dalla tecnologia digitale”
Il dibattito sulla postmedialità non si interrompe ma prosegue anche nel nuovo millennio e cavalca nuovi fenomeni. I media sono diventati i sostituti perfetti delle infrastrutture di raccolta dati inerenti ai comportamenti sociali: big data che vengono processati per generare pattern utili a prevedere i comportamenti sociali e relative scelte. Prende luce una nuova definizione di postmedialità influenzata dal superamento algoritmico della logica digitale e dal ruolo che i media hanno nel generare enormi quantità di dati.
Post-Media Education e traiettorie innovative
In virtù di quanto riportato, Pier Cesare Rivoltella sottolinea come la comunicazione postmediale sia diventata in larga parte una comunicazione algoritmica in cui i media non esistono più (Eugeni, 2015) ma siamo noi stessi i media,
In aggiunta, sposa la definizione di Esposito (2023) secondo cui più che di intelligenza artificiale, si dovrebbe parlare di comunicazione artificiale
Queste riflessioni spingono Rivoltella a gettare le basi della Post-Media Education seguendo due direttrici: l’analisi a distanza e la conversazione artificiale.
Se assumiamo che i media siano una finestra sul mondo (Masterman, 1985), il sospetto è che le cose non siano proprio come sembrerebbero. In questa prospettiva, i media andrebbero smontati e analizzati per quanto concerne le loro forme testuali. Ecco che il concetto di analisi si scontra con i dati e gli algoritmi ovvero forme non testuali e di conseguenza non analizzabili. Una possibile soluzione è costituita dall’analisi a distanza, basata sull’attività del lettore e su quella dell’algoritmo (macchina) che elabora dati (senza capacità di comprenderli).
La conversazione artificiale come spazio di esercizio del pensiero critico è la seconda direttrice proposta. Nel 2024 è ormai comune incontrare persone che abbiano conversato almeno una volta con sistemi di Intelligenza Artificiale GPT, ma quanti si sono soffermati a pensare alla relazione che si instaura con la macchina? Questa forma di conversazione artificiale vede nell’intelligenza artificiale un ottimo interlocutore che, tuttavia, non è in grado di comprendere semanticamente i dialoghi ma si affida unicamente a algoritmi probabilistici. La precisazione mette in luce due aspetti cruciali: noi abbiamo l’onere di scrivere in modo corretto e preciso il prompt (il comando) e di controllare la veridicità delle risposte del GPT. Quest’ultimo è possibile solo se abbiamo una certa padronanza dell’argomento trattato, se così non fosse sarebbe rischioso affidarsi unicamente, almeno per ora, a queste tecnologie.
Uno sguardo al digital learning
Il 2005 segna il passaggio alla banda larga che è in grado di garantire connessioni internet più stabili e veloci, ponendo le basi per quello che sarà il digital learning, la terza forma evolutiva di e-learning. Notebook, smartphone, contenuti video, la nascita di YouTube e più in generale l’innovazione tecnologica, riescono a interconnettere le attività professionali con la formazione. Prenderà piede il modello 70-20-10 (McCall et al, 1988) che redistribuisce i tempi di apprendimento: 70% experiential learning, 20% social learning, 10% formal learning.
Venendo ai giorni nostri, l’Intelligenza Artificiale e chatbot (es. ChatGPT di Open AI) sono entrati prepotentemente nelle nostre abitazioni e scuole e non si tratta di una “moda” passeggera ma di un grande cambiamento: basti osservare i grandi investimenti che le aziende tecnologiche stanno facendo (Meta, Microsoft, Google…). Queste nuove tecnologie sono in grado non solo di fornire un supporto ai discenti, ma anche di raccogliere dati e preferenze utili ai learning designer. È ancora molto presto per comprendere l’impatto che l’IA avrà sul digital learning ma uno schema interessante è fornito da Tuomi (2018) e rielaborato da Paolo Ferri:
Fonte: elaborazione di Paolo Ferri in Postmedialità
Diversi dottorandi di Lesdit stanno affrontando queste tematiche legate all’impatto che l’Intelligenza Artificiale può avere nell’ambito della formazione e della didattica: c’è ancora poca chiarezza ma una forte spinta alla ricerca e allo studio delle migliori implementazioni. Nella società, più in generale, la parcellizzazione e la frammentazione, il percepirsi come media e maia di se stessi hanno polarizzato ogni discussione e contribuito alla disinformazione e alla difficoltà di distinguere il vero dal falso. Colpa delle tecnologie e del digitale? Sarebbe anche questo un modo semplicistico per affrontare il fenomeno: più giusto dire che hanno contribuito la mancanza di un’adeguata educazione digitale e l’assenza di percorsi di cittadinanza digitale.
Riferimenti bibliografici:
Esposito, E. (2022). Comunicazione artificiale: Come gli algoritmi producono intelligenza sociale. EGEA, Milano.
Eugeni, R. (2021). Capitale algoritmico. Cinque dispositivi postmediali (più uno). Scholé, Brescia
Guattari, F. (1985), “Du Postmoderne au post-média, testo inedito. In Multitudes, 3, 34, 2008, pp. 128-133
Guattari, F. (1986), “L’impasse post-moderne”. In La Quinzaine littéraire, 456, pp.20-2
Guattari, F. (1990), “Vers une ère post-méedia”. In Terminal, 51, pp.1-2, poi in Chimères, 28, 1996, pp.15-17
Krauss, R. (1999). L’arte nell’era postmediale. Marcel Broodthaers, ad esempio. Tr. it. Postmedia Books, Milano 2005
Krauss, R. (2005). Reinventare il medium: cinque saggi sull'arte d'oggi. Tr. it. Bruno Mondadori, Milano 2005
Krauss, R. (2010). Inventario perpetuo. Tr. it. Bruno Mondadori, Milano 2011
Krauss, R. (2011). Sotto la tazza blu. Tr. it. Bruno Mondadori, Milano 2012
Masterman, L. (1985), Teaching about television. Routledge, London
McCall, M. W., LOMBARDO, M.M., MORRISON, A.M. (1988), The Lessons of Experience. Lexington Books, Lexington (MA)
Tuomi, I. (2018), “The Impact of Artificial Intelligence on Learning, Teaching, and Education. Policies for the Future”. In CABRERA, M., VUORIKARI, R., PUNIE, Y. (a cura di), EUR 29442 EN, Pubblications Office of the European Union, Luxemburg

Modello per l'IA a scuola liberamente tratto dal testo
Intelligenza Artificiale a scuola: strategie didattiche per educare al pensiero critico
"Scuola e Intelligenza Artificiale: Percorsi di Alfabetizzazione Critica", un testo che offre il tentativo di un framework sull'applicazione dell' IA in classe
di Lydia Zampolini
L'Intelligenza Artificiale (IA) non è certo una novità: da circa settant'anni è oggetto di studio ed è, ormai, entrata a far parte della nostra quotidianità in modo dirompente. Il clamore è scoppiato da quando chatGPT è stato reso accessibile agli utenti, provocando un approccio polarizzante, da una parte è la soluzione per ogni quesito, dall’altra il timore che possa alla fine sostituire l’umano o rendere difficile distinguere il vero dal verosimile e falso. Di fronte a questo scenario, e all’impatto che ha e avrà sulla nostra società e sulla vita quotidiana, il mondo della scuola non può rimane estraneo al dibattito e si interroga sul possibile ruolo dell’IA nel preparare gli studenti a navigare questo nuovo panorama tecnologico, che con una adeguata “messa a terra” può rappresentare una grande opportunità per educare al pensiero critico e costruire competenze indispensabili per la nostra epoca
I passi avanti nella ricerca: IA nella formazione di base
Il libro Scuola e intelligenza artificiale: percorsi di alfabetizzazione critica, di Maria Ranieri, Stefano Cuomo e Gabriele Biagini, pubblicato a gennaio 2024, offre uno sguardo nuovo sul tema, sviluppando una riflessione che fonda il piano istituzionale e quello della ricerca, argomentando come l’istruzione possa affrontare questa sfida e come questa debba essere parte integrante della formazione di base.
Da una parte, il piano istituzionale, espresso nel DigComp e DigCompEdu, evidenzia l’importanza delle competenze digitali negli studenti, inclusa la comprensione critica delle tecnologie come l’IA, nel panorama educativo moderno; dall’altra, il piano della ricerca, amplia il concetto tradizionale di literacy, ponendo l’accento su un’educazione che tenga conto delle nuove forme di alfabetizzazione.E se questo rende chiara la necessità di presa in carico da parte della scuola di questi temi, la domanda che rimane aperta, e a cui gli autori cercano di dare risposta sotto una prospettiva pedagogica e attenta agli aspetti per e nell’alfabetizzazione critica all’IA è: in che termini occuparsene?
Definire il concetto di intelligenza artificiale
Il punto di partenza per rispondere alla domanda e definire il framework su cui si sviluppa la riflessione del libro è circoscrivere il concetto di intelligenza artificiale. È un concetto presente da tempo, a cui vengono associate definizioni non univoche, accomunate dal riferimento continuo all’intelligenza umana. Gli autori, dopo aver stilato una breve rassegna di definizioni esistenti, privilegiano quella dell’UNESCO per la sua pluralità di dimensioni; una visione multidimensionale che si riflette, poi, nel framework adottato in questo volume e che coniuga l’elemento informazionale, cognitivo e decisionale:
“elaborare informazioni attraverso modelli e algoritmi, apprendere e gestire compiti nonché effettuare previsioni, prendere decisioni sia in ambienti reali che virtuali.”
Alla luce di ciò, gli autori si soffermano sulla necessità di una vera e propria literacy dell’intelligenza artificiale per vivere nel XXI secolo. Si tratta di conoscerne e comprenderne le funzioni di base, oltre che saper leggere, lavorare con, analizzare e creare con l’IA, sapendo navigare comprendere e interagire in modo critico in un ecosistema - quello dell’IA - che intreccia tecnologia, società e individuo. Citando Lang e Magerko (2020) viene sottolineata questa necessità di avere le competenze per usare in modo efficace strumenti di IA in modo da consentire agli studenti di partecipare attivamente al dibattito attuale e di sviluppare una cittadinanza digitale informata.Il piano teorico-istituzionale rende chiara l’urgenza di includere questi aspetti nell’agire didattico. Tuttavia, da docenti, ci si chiede come renderlo operativo in classe.
Il libro non si limita a identificare le sfide, ma offre soluzioni pratiche a chi lo legge. A partire da un framework che prende in esame quattro dimensioni, gli autori delineano temi e problemi di ciascuna, portando esempi di esperienze didattiche nei metodi e strumenti di ciascun capitolo. Le competenze tecniche, quindi, non diventano un ostacolo alla comprensione dell’Intelligenza Artificiale, anche per i docenti meno esperti che si approcciano a sviluppare percorsi di alfabetizzazione critica. Esplorare la dimensione conoscitiva vuol dire conoscere e comprendere l’IA e l’approccio proposto è quello della philosophy for children o del coding unplugged; usare e applicare l’IA non è scontato e coinvolge la dimensione operativa che tramite la tecnica del trial and error e della gamification permettono di comprendere come le macchine svolgono alcuni compiti. Se l’IA fa parte del nostro quotidiano, non possiamo che farne un uso consapevole, sviluppando la dimensione critica che permette di comprendere e valutare l’IA oltre l’automazione, tramite un approccio di inquiry based learning e di problem solving; e ancora, conoscerne le implicazioni etiche diventa occasione per iniziare a sviluppare una cittadinanza attiva in debate e studi di caso.
In conclusione, Scuola e Intelligenza Artificiale: Percorsi di Alfabetizzazione Critica offre uno sguardo approfondito e pragmatico su come l'istruzione possa preparare gli studenti a navigare nell'era dell'IA. Con esempi concreti e approfondimenti teorici, il libro si rivela una guida per educatori e studiosi interessati a plasmare il futuro dell'istruzione nell'era digitale. Per saperne di più, non resta che immergersi nelle pagine di questo libro.
Maria Ranieri, Stefano Cuomo, Gabriele Biagini: Scuola e Intelligenza artificiale, Percorsi di alfabetizzazione critica, Carocci Editore, Roma, 2024
Copertina Neurodidattica, Isegnare al cervello che apprende
Dalle Neuroscienze cognitive le chiavi per la didattica nell’era digitale
I risultati della ricerca neuroscientifica suggeriscono nuovi modelli di intervento
di Federico Ruggiero
Qual è il legame tra neuroscienze cognitive e didattica? Prova a spiegarlo Pier Cesare Rivoltella, professore ordinario di Didattica e Tecnologie dell'educazione presso l'Università di Bologna e coordinatore del Dottorato di Interesse Nazionale in Learning Sciences and Digital Technologies
e per farlo incomincia dai concetti di neuromitologie, behaviorismo e psicologia cognitiva.
Insomma parte da tutti quei modelli impliciti del funzionamento del nostro cervello che appartengono a campi di studio del passato spesso hanno prodotto assiomi di senso comune e che non hanno quasi mai fondamento scientifico.
Gli stereotipi sulla nostra mente figli dei modelli del passato
Quante volte, anche tra gli stessi insegnanti, si è sentito dire che gli individui utilizzano soltanto il 10% del proprio cervello o che si possa venire considerati cerebrodestri o cerebrosinistri? Si tratta di assunti che producono solo stereotipi (“quel ragazzo è fatto così e non si può pretendere altro”) senza tenere in considerazione la rilevanza delle variabili culturali sull’essere umano che si legano al concetto di didattica. Alla fine dell’800, il behaviorismo – o comportamentismo - dominava come paradigma prevalente nella psicologia, con il suo focus esclusivo sul comportamento osservabile e la negazione dei processi mentali interni come oggetto di studio scientifico. Si parla di black-box quando ci si riferisce alla concezione della mente umana come una scatola nera i cui processi interni non sono accessibili né comprensibili. Il superamento di queste teorie è rappresentato dall’avvento della psicologia cognitiva, incrocio tra psicologia, linguistica, filosofia e anche informatica.
C’era una volta la black-box
La psicologia cognitiva apporta un superamento del concetto di black-box, implicando che nel cervello delle persone ci siano rappresentazioni mentali (Edelman, 1992) che possono essere studiate dagli scienziati e cambiate dagli educatori. Queste rappresentazioni mentali, che sono il risultato delle connessioni neurali che si formano in risposta a esperienze sensoriali e cognitive, sono dinamiche e soggette a cambiamenti in base alle nuove esperienze. Ecco che non solo la mente umana è conoscibile, ma diventa estremamente importante studiarla e studiarne le risposte. Questo excursus, fornito dall’autore del libro, è utile a comprendere meglio le neuroscienze e, di conseguenza, il concetto di neurodidattica.
Il cervello e l’approccio interdisciplinare
Se behaviorismo e psicologia cognitiva hanno “dimenticato” la biologia, le neuroscienze ribaltano la situazione veicolando discipline diverse (fisica, genetica, biologia molecolare, anatomia) e progredendo nel lungo cammino alla scoperta del funzionamento dei processi mentali. Queste scienze intendono proporre le proprie specificità, sviluppare sotto-specialità cliniche (ad esempio, neurogeriatria), creare nuove scienze (ad esempio, neuroeconomia).
È possibile affermare che, come il nostro cervello ci abiliti a pensare, sia di centrale importanza nell’ambito delle neuroscienze e lo stesso discorso vale per l’istruzione nell’ambito dell’educational neuroscience: ovvero la neuroscienza cognitiva che studia problemi di ricerca sollecitati dall’istruzione (Geake, 2009).
Educational neuroscience: definizione, epistemologia e area di ricerca
Rivoltella approfondisce il discorso sulla educational neuroscience prendendo in esame tre questioni. La prima è rappresentata dalle denominazioni che le neuroscienze (nella la sfera educativa) possono assumere: se si parla di educational neuroscience (Geake, 2009) o brain-based education (Caine, 1995) non viene presa in considerazione la questione epistemologica ma come i problemi di insegnamento e apprendimento possano trovare soluzione grazie alla ricerca sul cervello; se si parla di neuropedagogy (Danesi, 1988) o neuroeducation (Breuer, 1997) ci si sofferma su come oggetti e metodi i ricerca educativa vengano ripensati grazie alle neuroscienze, andando a creare una vera e propria nuova scienza.
Infine, la denominazione mind, brain and education (Battro, 2007) simboleggia uno spazio transdisciplinare tra education, scienze cognitive, neuroscienze.
La seconda questione trattata è di carattere epistemologico, come determinare il genere di questa scienza. L’autore del libro risolve i dubbi attribuendo alla neurodidattica un campo di ricerca e di intervento di tipo transdisciplinare, capace di coinvolgere diverse discipline e tecnologie per definire un nuovo mindset per la didattica.
Il terzo, e ultimo, aspetto preso in considerazione riguarda la tipologia di problemi cui quest’area di ricerca è interessata. Nello specifico, si tratta di didattica speciale, didattica generale e disciplinare, studio dell’apprendimento e dei suoi fattori, ambiente di apprendimento, curriculo e organizzazione scolastica.
Multiliteracy, e multimodalità per l’apprendimento nell’era digitale
Quanto detto in precedenza, diventa di enorme importanza se consideriamo i cosiddetti “nativi digitali” del contesto odierno come ben evidenzia l’autore del libro. I “nativi digitali” esistono e l’educazione deve cambiare per andare incontro ai loro bisogni, sono questi i due concetti cardine da tenere presenti. Inoltre, è bene evidenziare che la realtà odierna, in cui siamo calati, è maggiormente complessa rispetto al passato e articolata su più linguaggi: multiliteracy è il termine chiave (Cope et al, 2000) che ci rimanda a un apprendimento flessibile, dinamico, multimodale e caratterizzato da una molteplicità di saperi, culture e linguaggi. Gli individui devono, quindi, imparare a muoversi tra i diversi tipi di forme testuali, sia tradizionali che ipermediali poiché l’evoluzione tecnologica non procede mai per sostituzione ma per integrazioni (Postman, 1992).
Le nuove competenze
Rivoltella riporta e commenta alcune delle undici nuove competenze che andrebbero sviluppate in questo nuovo contesto (Jenkins, 2009): la simulazione, l’appropriazione, il ripping, il burning, la capacità di networking, l’intelligenza distribuita, la navigazione “transmedia”. Il gruppo di ricerca New London Group ha delineato i quattro momenti in cui avviene il processo di acquisizione conoscitivo a scuola (1996): situated practice (il maestro fornisce indicazioni operative e indirizza le attività), overt instruction (il maestro crea le condizioni perché lo studente sia ricettivo), critical farming (fase di riflessione su ciò che è stato compreso), transformed practice (osservare l’impatto del momento didattico sugli studenti).“La prospettiva corretta pare invece quella di considerare i diversi linguaggi, compresi quelli digitali, come una specie di tastiera cognitiva che si tratta di rendere accessibile e praticabile da parte degli studenti”.
Pier Cesasre Rivoltella, Insegnare al cervello che apprende, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2011
Copertina di Pedagogia Algoritmica
Verso una cultura dell’IA: Pedagogia Algoritmica come azione trasformativa della società
Educazione protagonista nella società dei dati
di Martina Giorgi
Premessa: la tecnologia è buona o cattiva?
Chiara Panciroli* e Pier Cesare Rivoltella* provano a riflettere sui profondi cambiamenti che interessano la società nell’era digitale e come gli algoritmi oggi invadono la nostra vita quotidiana. I pregiudizi associati a questa forma di rivoluzione tendono a fornire una visione pessimista e quasi distopica della società del futuro con il sopravvento dell’Intelligenza Artificiale. Ma siamo davvero sicuri che sia così? Gli autori a tal proposito si esprimono facendo una premessa sul significato e sul valore della tecnologia attraverso il raccont di due miti, descritti da Platone nel Protagora e nel Fedro. Il primo riguarda Prometeo che ruba il fuoco agli dei per darlo agli uomini e ci insegna come la tecnologia non sia di per sé contrapposta alla natura. L’uomo nasce con una propensione del tutto naturale ad usare la tecnologia, capacità che è stata da sempre funzionale per trasformare la natura e renderla vivibile. E questo può spiegare in parte il motivo per cui oggi ci troviamo così immersi in un mondo altamente tecnologico. Ma la tecnologia ha anche un altro aspetto interessante che viene fuori con il racconto del mito di Theuth, che riguarda il significato e la genesi della scrittura. Theuth è una divinità egizia che sottopone al re Thamus la scoperta della scrittura come “farmaco della memoria”. Farmaco, corrisponde alla parola greca pharmakon, che significa rimedio, medicina ma anche veleno. Dunque, la scrittura è sia rimedio che veleno perché da una parte agevola, ma dall’altra se scrivo non sforzo più la memoria a ricordare, in questi termini si parla di veleno. Pertanto la tecnologia vive di un’ambiguità strutturale, ogni tecnologia è sia buona che cattiva. La premessa dalla quale inizia il libro è quella di porci in un’attitudine di speranza, non si tratta di avere paura, ripiegandosi in un atteggiamento tecnofobico, quanto piuttosto di coglierne le potenzialità che saranno la chiave per trasformare le apparenti barriere in opportunità per l’umanità. La pedagogia algoritmica si muove dentro questa prospettiva e con questo spirito. Attraverso essa si indaga lo spazio dell’IA all’interno dei contesti educativi, che con un respiro internazionale corrisponde al campo di ricerca dell’Artificial Intelligence in Education (AIED).
Le macchine possono pensare? Le macchine sono intelligenti?
Gli autori spiegano come la società oggi sia fondata sui dati, e come la possibilità di usarli dipenda dagli algoritmi che lavorano dietro le stesse piattaforme digitali che li raccolgono tramite le registrazioni degli utenti. Sostanzialmente, grazie al machine learning, gli algoritmi imparano a “conoscere” l’utente man mano che gli fornisce dei dati, che dipende da quante volte entra e rimane in piattaforma. Essi apprendono così a conoscere i suoi interessi, gusti e desideri, in modo tale da proporgli prodotti ad hoc. In questo senso le macchine sono intelligenti, ma senza l’intervento dell’individuo non svolgerebbero la sua funzione, non sono intelligenti di per sé: c’è sempre uno scambio di informazioni con l’umano. A tal proposito, occorre specificare l’individuo si giova dei benefici portati dagli algoritmi, ci troviamo in una società a elevata complessità per cui senza il supporto degli algoritmi difficilmente riusciremmo a sopravvivere. Gli autori spiegano come il problema reale sia in realtà l’uso che l’individuo e soprattutto il mercato fanno degli algoritmi stessi.
Ecco allora che l’innovazione educativa corrisponde ad una nuova forma di sviluppo del linguaggio nella logica della Multiliteracy – alfabetizzazione multimediale, che vede il coding come competenza da sviluppare. Una nuova forma di alfabetizzazione che attraverso l'utilizzo della tecnologia è in grado di ampliare il modo di comunicare delle persone. Persone che interagiscono con gli algoritmi per la costruzione di nuovi significati. Si parla infatti di approccio human-centered in questo senso. Il ruolo educativo e formativo è ripensato secondo tale approccio, occorre partire dalle capacità di ciascun individuo per costruire percorsi formativi individuali offrendo un set di skills da aggiornare costantemente secondo la logica del lifelong learning.
Educare ALL’Intelligenza Artificiale
Una prospettiva di Media Literacy Education diventa fondamentale per la costruzione di interventi educativi e per lo sviluppo del pensiero critico. Elementi indispensabili per la costruzione di una “cittadinanza digitale” e delle persone che vi interagiscono. Ma come formare i soggetti a interfacciarsi correttamente con i dati? Qui interviene la Data Literacy che ha il compito di sviluppare una cittadinanza critica e consapevole. Vediamo infatti come l’avvento dei media digitali e dei social media chiede che al senso critico si affianchi la responsabilità, perché lo spettatore diviene anche autore e nel momento in cui interagisce con gli spazi virtuali inserendo i suoi contenuti entrano in una dimensione pubblica, per cui deve potersi assumere la responsabilità delle conseguenze che potranno derivare dalle sue azioni.
Educare CON l’Intelligenza Artificiale
Le dinamiche di responsabilità sono legate ad una presa di consapevolezza in relazione al funzionamento delle tecnologie digitali e alla condivisione di regole per vivere quello spazio pubblico. In questo senso, è fondamentale per l’individuo sviluppare la capacità di decision making servendosi proprio dell’IA. Le sue possibili applicazioni nell’ambito della didattica e della formazione possono riguardare la creatività, i sistemi di tutoraggio intelligente, la valutazione, la gestione del feedback, i sistemi assistivi. Qui gli autori inseriscono un’apposita sezione dedicata a una panoramica di possibili applicazioni nell’ambito didattico e formativo.
Educare L’Intelligenza Artificiale
Parlare di IA per Panciroli e Rivoltella, non può prescindere dall’ambito etico. A questo livello entra in gioco la responsabilità del progettista informatico che nel momento in cui immagina l’algoritmo e scrive il codice, deve assicurarsi che vi siano inseriti i criteri per farlo agire in modo corretto. In generale, immaginare un’etica per gli algoritmi significa riflettere sui modi in cui le politiche possono pensare il futuro delle regole in una società sempre più mediata dall’IA, indirizzandone le scelte e contribuendo così a definire un vero e proprio cambio di paradigma nell’uso delle informazioni.
Panciroli C., Rivoltella P.C. Pedagogia algoritmica. Per una riflessione educativa sull’Intelligenza Artificiale. Scholé, Brescia 2023.
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*Chiara Panciroli è professoressa ordinaria di Didattica generale e Tecnologie dell’educazione presso il Dipartimento di Scienze dell'Educazione dell'Università di Bologna. È responsabile scientifica dell'Unità AI and Education del Centro Interdipartimentale di Ricerca Alma for Human-Centered Artificial Intelligence. È coordinatrice scientifica del MOdE-Museo Officina dell'Educazione dell'Università di Bologna. È autrice di diverse pubblicazioni riguardanti i temi di ricerca: Intelligenza Artificiale e educazione, didattica universitaria, didattica scolastica, didattica museale, museologia virtuale e patrimonio culturale digitale, didattica dell'arte.
*Pier Cesare Rivoltella è professore ordinario di Didattica e Tecnologie dell’educazione presso l’Università di Bologna e del S. Cuore di Milano dove ha fondato e dirige il CREMIT – Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, all’Innovazione e alla Tecnologia. Esperto in Media Education, è attuale presidente della SIREM –Società Italiana di Ricerca sull'Educazione Mediale. Fa parte del comitato scientifico di diverse riviste specializzate, in Italia e all'estero. È il coordinatore del Dottorato Nazionale LESDIT - Learning Sciences and Digital Technologies
Copertina di Comunicazione Artificiale di Elena Esposito
E se più che Intelligenza fosse una Comunicazione Artificiale?
Nel testo di Elena Esposito un approccio diverso e inedito all’IA generativa
di Federico Ruggiero
Elena Esposito, professoressa ordinaria di sociologia generale all'Università di Bielefeld e di Previsione e futuro delle politiche pubbliche all'Università di Bologna, ha tenuto un brillante discorso sull’Intelligenza Artificiale all’inaugurazione del nuovo ciclo di Dottorato di
ricerca nazionale in Learning Sciences and Digital Technologies che ha come capofila l’Università di Modena e Reggio Emilia, in coordinamento con altri 31 atenei italiani. Il suo libro, Comunicazione artificiale. Come gli algoritmi producono l'intelligenza sociale (Milano: Bocconi University Press, 2022), ha un approccio davvero originale. L’intelligenza Artificiale (IA) è ispezionata sotto una lente sociologica, andando a indagare il modo in cui vi interagiamo, e analizzando effetti e conseguenze di questa interazione.
NOI E LE MACCHINE
Le macchine hanno davvero una loro intelligenza, oppure no? Come possiamo controllarle? Il concetto di IA nasce 50 anni fa ma solo negli ultimi decenni strumenti e tool sono entrati negli uffici, nelle aziende e nelle abitazioni in modo prorompente, ponendo le persone di fronte a una nuova esperienza di “dialogo” con le macchine stesse. Tuttavia, sembrerebbe che il concetto di “intelligenza” non sia più predominante poiché gli algoritmi, alimentati da machine learning e big data, sono in grado di elaborare dati e produrre un comportamento che risulta essere intelligente ma che è riconducibile, a una mera capacità di comunicare. Il fatto che gli algoritmi stessi possano essere in grado di produrre qualcosa simile al pensiero è ancora molto incerto sotto il profilo scientifico, ecco perché l’autrice sceglie di soffermarsi sulla capacità di “partecipare alla conversazione”, lasciando spazio a una forma artificiale di comunicazione piuttosto che a una forma artificiale di intelligenza. Gli algoritmi prevedono e non comprendono al contrario di come spesso viene affermato; una prospettiva che per molti sembra diminuire il fascino dell’IA. L’elemento, invece, che sorprende è il fatto che la previsione algoritmica è comunque in grado di generare risultati inattesi e inimmaginabili fino a qualche anno fa. Il focus non riguarda più il concetto di intelligenza, ma l’inedita forma di comunicazione che si sviluppa tra uomo e macchina.
COSA SI INTENDE PER COMUNICAZIONE?
Le basi teoriche su cui poggia il libro offrono una chiave di lettura nuova e brillante sull’Intelligenza Artificiale considerata dunque come comunicazione. Ma questo aspetto implica una revisione del concetto di comunicazione stessa poiché solo uno dei due interlocutori è in grado di comprendere ed elaborare pensiero. Gli algoritmi con cui “comunichiamo” non sono in grado né di comprendere né di interpretare le nostre parole ma sono potentissimi e velocissimi nel trattare ed elaborare i dati, utilizzando la contingenza degli utenti per offrire risposte creative, in grado di “sembrare intelligenti”.
Il concetto di comunicazione adottato dal libro prende spunto dalla Teoria dei sistemi sociali di Niklas Luhmann, il quale devia dagli approcci correnti. Per Luhman, la comunicazione avviene quando ciascun partecipante produce le proprie informazioni, indipendentemente dal fatto che sia in grado di comprenderle. Le sue teorie risultano vantaggiose nel contesto dell’Intelligenza Artificiale poiché non si basano sui contenuti psichici né sulla condivisione dei pensieri tra i partecipanti. La comunicazione avviene quando un soggetto capisce che qualcuno ha detto qualcosa; in questo modo, la comunicazione vede il suo punto di partenza nel ricevente e non nell’emittente. E allora, rielaborando quanto teorizza l’autrice, appare di fondamentale importanza per l’interazione comunicativa anche il capitale culturale che appartiene all’umano: la complessità di pensiero, la conoscenza dei diversi stili, lo stimolo continuo, la sollecitazione di dati sempre più completi posso produrre nuovo pensiero, creatività e sollecitare l’immaginazione di chi comunica con la macchina grazie ai feedback che essa restituisce.
IL DIRITTO ALL’OBLIO
L’autrice intende soffermarsi anche sul cosiddetto diritto all’oblio, che sancisce la possibilità di rimuovere informazioni personali sensibili da Internet (“capacità di dimenticare”). Se da una parte c’è una chiara sentenza della Corte di giustizia europea che conferma questo diritto, dall’altra ci sono problemi pratici di attuazione e di attribuzione della responsabilità di gestione dati. Chi è responsabile del funzionamento degli algoritmi se neanche l’azienda stessa ne esercita il controllo (es. Google)?
Sempre la Corte di giustizia europea è intervenuta in merito, distinguendo l’elaborazione dati da parte dei motori di ricerca dagli editori/giornalisti: ne consegue che il motore di ricerca viene incaricato di sopprimere i link di coloro i quali hanno richiesto l’oblio di quelle pagine, anche se la pubblicazione è lecita e le informazioni rimangono disponibili. La gestione del diritto all’oblio ricade interamente sul motore di ricerca: “i dati si considerano dimenticati se sono difficili da reperire”. L’inconveniente di queste decisioni è che i dati rimangono conservati nei rispettivi siti web (i dati continuano a essere ricordati), utilizzabili dagli algoritmi per produrre delle informazioni non attribuibili a nessun essere umano. Il diritto all’oblio, che già presentava criticità, si scontra con questo concetto di “ricordo” e con la difficoltà di “dimenticare”, una capacità che per il web appare ancora molto lontana.






















