E se più che Intelligenza fosse una Comunicazione Artificiale?

Copertina di Comunicazione Artificiale di Elena Esposito

Copertina di Comunicazione Artificiale di Elena Esposito

 

 

E se più che Intelligenza fosse una Comunicazione Artificiale?

Nel testo di Elena Esposito un approccio diverso e inedito all’IA generativa
di Federico Ruggiero
 

Elena Esposito, professoressa ordinaria di sociologia generale all'Università di Bielefeld e di Previsione e futuro delle politiche pubbliche all'Università di Bologna, ha tenuto un brillante discorso sull’Intelligenza Artificiale all’inaugurazione del nuovo ciclo di Dottorato di
ricerca nazionale in Learning Sciences and Digital Technologies che ha come capofila l’Università di Modena e Reggio Emilia, in coordinamento con altri 31 atenei italiani. Il suo libro, Comunicazione artificiale. Come gli algoritmi producono l'intelligenza sociale (Milano: Bocconi University Press, 2022), ha un approccio davvero originale. L’intelligenza Artificiale (IA) è ispezionata sotto una lente sociologica, andando a indagare il modo in cui vi interagiamo, e analizzando effetti e conseguenze di questa interazione.

 

NOI E LE MACCHINE

 

Le macchine hanno davvero una loro intelligenza, oppure no? Come possiamo controllarle? Il concetto di IA nasce 50 anni fa ma solo negli ultimi decenni strumenti e tool sono entrati negli uffici, nelle aziende e nelle abitazioni in modo prorompente, ponendo le persone di fronte a una nuova esperienza di “dialogo” con le macchine stesse. Tuttavia, sembrerebbe che il concetto di “intelligenza” non sia più predominante poiché gli algoritmi, alimentati da machine learning e big data, sono in grado di elaborare dati e produrre un comportamento che risulta essere intelligente ma che è riconducibile, a una mera capacità di comunicare. Il fatto che gli algoritmi stessi possano essere in grado di produrre qualcosa simile al pensiero è ancora molto incerto sotto il profilo scientifico, ecco perché l’autrice sceglie di soffermarsi sulla capacità di “partecipare alla conversazione”, lasciando spazio a una forma artificiale di comunicazione piuttosto che a una forma artificiale di intelligenza. Gli algoritmi prevedono e non comprendono al contrario di come spesso viene affermato; una prospettiva che per molti sembra diminuire il fascino dell’IA. L’elemento, invece, che sorprende è il fatto che la previsione algoritmica è comunque in grado di generare risultati inattesi e inimmaginabili fino a qualche anno fa. Il focus non riguarda più il concetto di intelligenza, ma l’inedita forma di comunicazione che si sviluppa tra uomo e macchina. 



COSA SI INTENDE PER COMUNICAZIONE?

 

Le basi teoriche su cui poggia il libro offrono una chiave di lettura nuova e brillante sull’Intelligenza Artificiale considerata dunque come comunicazione. Ma questo aspetto implica una revisione del concetto di comunicazione stessa poiché solo uno dei due interlocutori è in grado di comprendere ed elaborare pensiero. Gli algoritmi con cui “comunichiamo” non sono in grado né di comprendere né di interpretare le nostre parole ma sono potentissimi  e velocissimi nel trattare ed elaborare i dati, utilizzando la contingenza degli utenti per offrire risposte creative, in grado di “sembrare intelligenti”.

Il concetto di comunicazione adottato dal libro prende spunto dalla Teoria dei sistemi sociali di Niklas Luhmann, il quale devia dagli approcci correnti. Per Luhman, la comunicazione avviene quando ciascun partecipante produce le proprie informazioni, indipendentemente dal fatto che sia in grado di comprenderle.  Le sue teorie risultano vantaggiose nel contesto dell’Intelligenza Artificiale poiché non si basano sui contenuti psichici né sulla condivisione dei pensieri tra i partecipanti. La comunicazione avviene quando un soggetto capisce che qualcuno ha detto qualcosa; in questo modo, la comunicazione vede il suo punto di partenza nel ricevente e non nell’emittente. E allora, rielaborando quanto teorizza l’autrice,  appare di  fondamentale importanza per l’interazione comunicativa anche il capitale culturale che appartiene all’umano: la complessità di pensiero, la conoscenza dei diversi stili, lo stimolo continuo, la sollecitazione di dati sempre più completi posso produrre nuovo pensiero, creatività e sollecitare l’immaginazione di chi comunica con la macchina grazie ai feedback che essa restituisce.

 

IL DIRITTO ALL’OBLIO


L’autrice intende soffermarsi anche sul cosiddetto diritto all’oblio, che sancisce la possibilità di rimuovere informazioni personali sensibili da Internet (“capacità di dimenticare”). Se da una parte c’è una chiara sentenza della Corte di giustizia europea che conferma questo diritto, dall’altra  ci sono problemi pratici di attuazione e di attribuzione della responsabilità di gestione dati. Chi è responsabile del funzionamento degli algoritmi se neanche l’azienda stessa ne esercita il controllo (es. Google)? 

Sempre la Corte di giustizia europea è intervenuta in merito, distinguendo l’elaborazione dati da parte dei motori di ricerca dagli editori/giornalisti: ne consegue che il motore di ricerca viene incaricato di sopprimere i link di coloro i quali hanno richiesto l’oblio di quelle pagine, anche se la pubblicazione è lecita e le informazioni rimangono disponibili. La gestione del diritto all’oblio ricade interamente sul motore di ricerca: “i dati si considerano dimenticati se sono difficili da reperire”. L’inconveniente di queste decisioni è che i dati rimangono conservati nei rispettivi siti web (i dati continuano a essere ricordati), utilizzabili dagli algoritmi per produrre delle informazioni non attribuibili a nessun essere umano. Il diritto all’oblio, che già presentava criticità, si scontra con questo concetto di “ricordo” e con la difficoltà di “dimenticare”, una capacità che per il web appare ancora molto lontana.