Copertina Neurodidattica, Isegnare al cervello che apprende
Dalle Neuroscienze cognitive le chiavi per la didattica nell’era digitale
I risultati della ricerca neuroscientifica suggeriscono nuovi modelli di intervento
di Federico Ruggiero
Qual è il legame tra neuroscienze cognitive e didattica? Prova a spiegarlo Pier Cesare Rivoltella, professore ordinario di Didattica e Tecnologie dell'educazione presso l'Università di Bologna e coordinatore del Dottorato di Interesse Nazionale in Learning Sciences and Digital Technologies
e per farlo incomincia dai concetti di neuromitologie, behaviorismo e psicologia cognitiva.
Insomma parte da tutti quei modelli impliciti del funzionamento del nostro cervello che appartengono a campi di studio del passato spesso hanno prodotto assiomi di senso comune e che non hanno quasi mai fondamento scientifico.
Gli stereotipi sulla nostra mente figli dei modelli del passato
Quante volte, anche tra gli stessi insegnanti, si è sentito dire che gli individui utilizzano soltanto il 10% del proprio cervello o che si possa venire considerati cerebrodestri o cerebrosinistri? Si tratta di assunti che producono solo stereotipi (“quel ragazzo è fatto così e non si può pretendere altro”) senza tenere in considerazione la rilevanza delle variabili culturali sull’essere umano che si legano al concetto di didattica. Alla fine dell’800, il behaviorismo – o comportamentismo - dominava come paradigma prevalente nella psicologia, con il suo focus esclusivo sul comportamento osservabile e la negazione dei processi mentali interni come oggetto di studio scientifico. Si parla di black-box quando ci si riferisce alla concezione della mente umana come una scatola nera i cui processi interni non sono accessibili né comprensibili. Il superamento di queste teorie è rappresentato dall’avvento della psicologia cognitiva, incrocio tra psicologia, linguistica, filosofia e anche informatica.
C’era una volta la black-box
La psicologia cognitiva apporta un superamento del concetto di black-box, implicando che nel cervello delle persone ci siano rappresentazioni mentali (Edelman, 1992) che possono essere studiate dagli scienziati e cambiate dagli educatori. Queste rappresentazioni mentali, che sono il risultato delle connessioni neurali che si formano in risposta a esperienze sensoriali e cognitive, sono dinamiche e soggette a cambiamenti in base alle nuove esperienze. Ecco che non solo la mente umana è conoscibile, ma diventa estremamente importante studiarla e studiarne le risposte. Questo excursus, fornito dall’autore del libro, è utile a comprendere meglio le neuroscienze e, di conseguenza, il concetto di neurodidattica.
Il cervello e l’approccio interdisciplinare
Se behaviorismo e psicologia cognitiva hanno “dimenticato” la biologia, le neuroscienze ribaltano la situazione veicolando discipline diverse (fisica, genetica, biologia molecolare, anatomia) e progredendo nel lungo cammino alla scoperta del funzionamento dei processi mentali. Queste scienze intendono proporre le proprie specificità, sviluppare sotto-specialità cliniche (ad esempio, neurogeriatria), creare nuove scienze (ad esempio, neuroeconomia).
È possibile affermare che, come il nostro cervello ci abiliti a pensare, sia di centrale importanza nell’ambito delle neuroscienze e lo stesso discorso vale per l’istruzione nell’ambito dell’educational neuroscience: ovvero la neuroscienza cognitiva che studia problemi di ricerca sollecitati dall’istruzione (Geake, 2009).
Educational neuroscience: definizione, epistemologia e area di ricerca
Rivoltella approfondisce il discorso sulla educational neuroscience prendendo in esame tre questioni. La prima è rappresentata dalle denominazioni che le neuroscienze (nella la sfera educativa) possono assumere: se si parla di educational neuroscience (Geake, 2009) o brain-based education (Caine, 1995) non viene presa in considerazione la questione epistemologica ma come i problemi di insegnamento e apprendimento possano trovare soluzione grazie alla ricerca sul cervello; se si parla di neuropedagogy (Danesi, 1988) o neuroeducation (Breuer, 1997) ci si sofferma su come oggetti e metodi i ricerca educativa vengano ripensati grazie alle neuroscienze, andando a creare una vera e propria nuova scienza.
Infine, la denominazione mind, brain and education (Battro, 2007) simboleggia uno spazio transdisciplinare tra education, scienze cognitive, neuroscienze.
La seconda questione trattata è di carattere epistemologico, come determinare il genere di questa scienza. L’autore del libro risolve i dubbi attribuendo alla neurodidattica un campo di ricerca e di intervento di tipo transdisciplinare, capace di coinvolgere diverse discipline e tecnologie per definire un nuovo mindset per la didattica.
Il terzo, e ultimo, aspetto preso in considerazione riguarda la tipologia di problemi cui quest’area di ricerca è interessata. Nello specifico, si tratta di didattica speciale, didattica generale e disciplinare, studio dell’apprendimento e dei suoi fattori, ambiente di apprendimento, curriculo e organizzazione scolastica.
Multiliteracy, e multimodalità per l’apprendimento nell’era digitale
Quanto detto in precedenza, diventa di enorme importanza se consideriamo i cosiddetti “nativi digitali” del contesto odierno come ben evidenzia l’autore del libro. I “nativi digitali” esistono e l’educazione deve cambiare per andare incontro ai loro bisogni, sono questi i due concetti cardine da tenere presenti. Inoltre, è bene evidenziare che la realtà odierna, in cui siamo calati, è maggiormente complessa rispetto al passato e articolata su più linguaggi: multiliteracy è il termine chiave (Cope et al, 2000) che ci rimanda a un apprendimento flessibile, dinamico, multimodale e caratterizzato da una molteplicità di saperi, culture e linguaggi. Gli individui devono, quindi, imparare a muoversi tra i diversi tipi di forme testuali, sia tradizionali che ipermediali poiché l’evoluzione tecnologica non procede mai per sostituzione ma per integrazioni (Postman, 1992).
Le nuove competenze
Rivoltella riporta e commenta alcune delle undici nuove competenze che andrebbero sviluppate in questo nuovo contesto (Jenkins, 2009): la simulazione, l’appropriazione, il ripping, il burning, la capacità di networking, l’intelligenza distribuita, la navigazione “transmedia”. Il gruppo di ricerca New London Group ha delineato i quattro momenti in cui avviene il processo di acquisizione conoscitivo a scuola (1996): situated practice (il maestro fornisce indicazioni operative e indirizza le attività), overt instruction (il maestro crea le condizioni perché lo studente sia ricettivo), critical farming (fase di riflessione su ciò che è stato compreso), transformed practice (osservare l’impatto del momento didattico sugli studenti).“La prospettiva corretta pare invece quella di considerare i diversi linguaggi, compresi quelli digitali, come una specie di tastiera cognitiva che si tratta di rendere accessibile e praticabile da parte degli studenti”.
Pier Cesasre Rivoltella, Insegnare al cervello che apprende, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2011
