Hate Speech, quell'odio che corre in rete

Hate Speech

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Hate Speech, quell'odio che corre in rete

Come affrontare e prevenire i fenomeni di odio on line
di Martina Giorgi
 

I fenomeni di odio on line sono sempre più frequenti e colpiscono in prevalenza le categorie più vulnerabili, arrivando anche a provocare eventi estremi che in qualche occasione, per fortuna rara, hanno portato a tragiche conseguenze per chi lo subisce. Le vittime sono soprattutto donne (47 per cento dei casi), seguite da persone disabilità, omosessuali, migranti, ebrei e islamici, secondo i dati dell' Osservatorio italiano sui Diritti con la sua Mappa dell’Intolleranza, che fotografa l’odio via social. L'occasione per approfondire questa serie di comportamenti e di proporre il tema per la nostra newsletter, l'ha offerta uno degli incontri del corso di Cittadinanza Digitale tenuto da Stefano Moriggi docente della materia e di Società e Contesti Educativi Digitali presso l'Università degli studi di Modena e Reggio Emilia. Ad approfondire i meccanismi del fenomeno un vero esperto del settore, Stefano Pasta* nel suo intervento “HATE SPEECH: i meccanismi dell’odio onlife e la risposta della cittadinanza”.

Prima di entrare nel vivo, il prof. Pasta ha ritenuto essenziale fare una premessa. Quando siamo di fronte a situazioni di “presa di mira”, di odio non vi sono subito comportamenti estremi, ma un’escalation in progressione di atteggiamenti, che attraversano fasce di intensità diverse. Questa progressione è rappresentata visivamente dalla cosiddetta Piramide dell’odio, sviluppata dalla Anti-Defamation League e dalla commissione “Jo Cox”. Entrambe le rappresentazione riguardano i fenomeni di odio, intolleranza, xenofobia e razzismo.

 

La Piramide dell'Hate Speech 

 

Ragionare sulla progressione ci aiuta a riflettere sulle modalità con cui si rende accettabile socialmente il comportamento di odio. Ossia, come si accetta di salire di intensità nella piramide fino ad arrivare alla punta? Per comprenderlo bisogna analizzare gradualmente gli aspetti che coinvolgono gli atteggiamenti di intolleranza che riguardano soprattutto il web sociale e partire dalla definizione del fenomeno.

 

 Cos'è l'Hate Speech?

 

La Raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa agli Stati membri, sulla lotta all'incitamento all'odio, si riferisce all’hate speech come a una forma di incitamento all'odio che “promuove, diffonde o giustifica violenza, odio o discriminazione nei confronti di una persona o di un gruppo di persone, o che li denigra, in ragione di caratteristiche personali o status reali o attribuiti come "razza”, colore, lingua, religione, nazionalità, origine nazionale o etnica, età, disabilità, sesso, identità di genere e orientamento sessuale”. Gli atteggiamenti di incitamento all’odio sono caratterizzati da quella che, come spiega Stefano Pasta, si chiama disinibizione tossica, il fatto ciè di esprimersi e di agire in modo più “libero” soprattutto nel web sociale. Atteggiamento che può comportare una propensione ad agire in modo più violento, attraverso l’uso di un linguaggio più aggressivo del solito. E allora viene spontaneo chiedersi: quali caratteristiche dell’online possono facilitare la diffusione di queste forme di odio? E come cambia il discorso d’odio?

 

Cosa intendiamo per odio?

 

Proviamo ad approfondire la definizione del termine odio come categoria: appartiene al campo dei fenomeni sociali e giuridici, per cui definirne i contorni è di per sé un’impresa difficile. L’odio è un concetto caratterizzato da una profonda ambiguità, ciò significa che provare a spiegarne il significato comporta un’ambivalenza. Se chiedessimo di definirlo ad unǝ giuristǝ, sociologǝ, insegnantǝ, ingegnerǝ e chi studia in altri campi disciplinari, il risultato sarebbe avere definizioni diverse. Ma perché è così difficile concettualizzarlo? Le neuroscienze ci vengono in soccorso, spiegando che mentre alcuni comportamenti sono localizzabili in specifiche zone cerebrali, quando ci troviamo di fronte alle cosiddette flame wars, ossia le “fiammate di odio”, sono coinvolte più aree cerebrali. Per questo motivo si parla di assemblaggio di emozioni. Nonostante ciò, ragionare di “odio” in termini di categoria è utile perché ci indica un terreno comune che:

  • Unisce i gruppi degli “anti”, degli “ismi”, delle “fobie”;
  • Unisce una scala di comportamenti da lievi a gravi;
  • Indica le caratteristiche comuni a cui appartengono le flame wars. L’intersezionalità è una categoria che corrisponde spesso ad episodi di flame wars, che significa che la persona è presa di mira per più aspetti identitari del proprio sé, come ad esempio essere nerǝ, gay, donna.

 

Le caratteristiche dell'ambiente digitale 2.0 e il flusso di informazioni

 

Il web sociale è caratterizzato da 4 aspetti principali:

  1. La velocità con cui si prendono le decisioni. La psicologia euristica ci fornisce informazioni utili sul funzionamento del nostro cervello. Quando dobbiamo prendere delle decisioni utilizziamo due sistemi di pensiero: il pensiero veloce, legato all’aspetto emotivo e intuitivo che ci porta a decidere nell’immediato; il pensiero lento, quello riflessivo[1], più ragionato. Durante gli eventi quotidiani utilizziamo con maggiore frequenza di usare il pensiero veloce, come nel caso delle nostre esperienze sul web sociale. Alcuni studi ci dicono che quando ci troviamo in questo ambiente, che corrisponde ad uno spazio con un sovraccarico informativo, la mente è ancora più stimolata a prendere decisioni in base al pensiero veloce, lasciando immediatamente spazio all'intuizione.

Decidere in velocità non è di per sé una cosa negativa, ma quando avviene con frequenza è facile cadere nei bias cognitivi o in atteggiamenti di odio, ed entrare così nella sfera cosiddetta della cyber stupidity.

  1. La banalizzazione dei contenuti, che talvolta passa dall’ironia. Accade quando si fa riferimento a vicende e tematiche complesse, rivolgendosi a un contenuto con una battuta ironica per sdrammatizzare l’accaduto.
  2. L'autorialità. Cambiano i canoni con cui le persone attribuiscono l’autorevolezza ai prodotti culturali. Nel web sociale, infatti, le logiche algoritmiche influiscono assegnando il ruolo di autorevolezza ai contenuti: quelli che “stanno più in alto” e dunque che sono più visibili da parte del fruitore sono ritenuti i più autorevoli. Come accennato anche da vari autori (tra cui Chiara Panciroli e Pier Cesare Rivoltella in Pedagogia algoritmica) gli algoritmi non sono “cattivi”. Il loro funzionamento non è neutro, pertanto si alimentano e apprendono da uno scambio continuo di dati che gli utenti forniscono loro ogni volta che accedono e "abitano" le piattaforme. Così la logica algoritmica funziona cercando di aiutarci a farci fare “meno fatica” rispetto al sovraccarico informativo, prevedendo la risposta che daremo. In questo modo, l’esperienza sul web è individualizzata e nel caso del web sociale vi è una personalizzazione delle fonti. Processo che, se applicato ad alcune modalità polarizzanti di esprimersi, consente alle persone di entrare in “recinti” contenutistici in cui si abituano a stare solo con chi condivide le stesse idee, in una sorta di confirmation bias che rafforza ancor di più la ricerca e il consolidamento delle proprie "credenze"
  3. L' anonimato (in senso retorico). Spesso infatti si sente l’affermazione “dico questa cosa o mi espongo in questo modo perché tanto sono in anonimo!”. Essere in anonimo significa che la polizia postale è impossibilitata ad intercettarci, ma per risultare davvero in anonimo sono necessarie altissime competenze informatiche che nella maggior parte dei casi di commenti di odio non sono presenti.

 

Perché si manifestano comportamenti di odio sul web sociale?

 

I comportamenti di odio possono essere riconosciuti ed analizzati attraverso i seguenti fenomeni sociali:

  1. L’effetto alone o “spirale del silenzio” avviene quando le persone sul web sociale si rendono conto che la propria opinione tende ad essere minoritaria rispetto alle opinioni espresse nei commenti sotto ad un post o ad un’immagine.  Non avere apprezzamento sociale, tende a far rimanere le persone che la pensano in modo diverso in silenzio e a non commentare, non rompendo di fatto il flusso delle le flame wars. In un escalation, dunque, l’effetto di odio aumenta sempre di più. Ecco quindi una prima risposta alla domanda come sono possibili tali crudeltà?

Alcuni studi ci dicono che quando siamo nel web sociale, quello spazio caratterizzato dalla logica del like, la spirale del silenzio agisce ancora di più, per cui diventa ancora più difficile “uscire dai ranghi” online e offline. Da un punto di vista educativo, si chiede di essere dei soccorritori attivi, per contrastare questi meccanismi di odio e spezzarne il circolo vizioso.

  1. I comportamenti di odio dipendono anche da un analfabetismo emotivo. Sul web sociale è ormai appurato che vi viviamo emozioni forti, vere, tanto che le sentiamo al punto tale che influiscono sul nostro funzionamento corporeo. Ma il fatto che le relazioni sono mediate da uno schermo, ci fa le nostre di emozioni ma non abbiamo possibilità di vedere le reazioni scatenate nel nostro interlocutore. Ecco allora che si parla di emozioni disincarnate proprio perché viene meno la possibilità di attivare i neuroni a specchio che permettono di metterici nei panni degli altri, e riconoscere così le emozioni provate dal nostro interlocutore. Nell'ambiente fisico, quando insulto una persona, il mio sistema emotivo percepisce subito l’emozione dell’interlocutore che ho di fronte. Posso anche decidere di continuare a proseguire in un' escalation di parole di odio (coscienza empatica) ma solo dopo essermi chiesto “ma sei davvero sicuro?”.
  2. Immagini e meme hanno il suolo di rafforzare le idee e le opinioni delle persone e possono contribuire ad aumentare l’enfasi delle flame wars, perché sono contenuti più intuibili. Il meme non è solo un contenuto banalizzato, ma assume una forza culturale poiché attiva in modo immediato alcuni aspetti che sono insiti nella cultura di appartenenza.

 

Quale impatto c’è sui contenuti?

 

Si parla di “razzismo 2.0” per riferirsi a forme apparentemente disimpegnate che sono socialmente accettabili e questo permette la diffusione di idee, opinioni e comportamenti connessi. Dunque, queste forme differenti si costruiscono e contribuiscono all’accettazione sociale di determinate parole e comportamenti. Rispetto a queste forme di odio, il Prof. Pasta ha condotto un esperimento sociale per comprendere meglio il fenomeno. Chattando è entrato nei flussi delle flame wars, intercettando le persone che si erano esposte con commenti di odio o che avevano messo like. Ha chiesto loro se si fossero resi conto del contenuto pubblicato. Una delle risposte più frequenti è stata: “Mi stai prendendo troppo sul serio, ero preso dall’enfasi”. Una risposta che rafforza l’idea che il web sociale non sia uno spazio reale e dunque che ciò che si fa al suo interno non assuma una valenza significativa, come accade appunto nel mondo fisico. Nell’era della “Postverità”[2], infatti, le argomentazioni sono caratterizzate da un forte appello all’emotività, attivando più frequentemente il pensiero veloce nella presa di decisioni, basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati. Idee e opinioni, così tendono a essere accettate come veritiere, influenzando a catena l'opinione pubblica.

H2: Come prevenire i fenomeni di odio nel web sociale e come promuovere lo sviluppo di una cittadinanza digitale?

La riflessione del Prof. Pasta non cavalca l’onda dello scetticismo nei confronti degli strumenti del web sociale, ma offre consapevolezza alle dimensioni che caratterizzano l’ambiente digitale 2.0, a come influenzi le performance di odio e al tipo di impatto sui contenuti. Approfondendo i meccanismi anche psicologici che si celano dietro le flame wars, possiamo capire come intervenire per prevenire tale fenomeno. Quando si parla di sviluppo di cittadinanza digitale non possiamo fare a meno di prevedere azioni mirate per educare lo “spettautore” a come vivere il web sociale nel rispetto delle altre persone che lo frequentano, interrogandolo di volta in volta sulle conseguenze che possono provocare le sue azioni. Di questo processo è responsabile la Peer & Media Education, che unisce le logiche partecipative, inclusive e creative dei media digitali alle funzioni dell’educazione tra pari. Lo scopo è quello di promuovere comportamenti inclusivi e partecipativi e prevenire atteggiamenti problematici. Una disciplina che fornisce una nuova cornice di progettazione e di lavoro pedagogico, formativo, sociale e culturale e un modello di intervento socio-educativo, basato su metodologie attive che intrecciano i metodi e tecniche della Peer Education con gli approcci della Media Education. L’obiettivo comune è quello di focalizzarsi sull’empowerment dei soggetti e dei gruppi coinvolti nei processi per lo sviluppo di una consapevolezza critica e una presa di responsabilità delle proprie azioni e attivare, così, concrete azioni di sviluppo generativo sia online che onsite.

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Stefano Pasta insegna “Metodologia delle attività formative e speciali” nel corso di laurea in Scienze dell’Educazione e della Formazione di Milano e Piacenza, dell’Università Cattolica. Collabora con il CREMIT, svolgendo attività di formazione e ricerca. E' esperto di forme di intolleranza ed estremismo online, razzismi 2.0, educazione alla cittadinanza, e-tutoring, cyberbullismo e di ambiti di ricerca che coniugano la media education con la pedagogia sociale e interculturale.

Per approfondire:

Cuciniello, A., & Pasta, S. (2020). Studenti musulmani a scuola. Pluralismo, religioni e intercultura. Carocci editore.

Pasta, S. (2018). Razzismi 2.0. Analisi socio-educativa dell’odio online. Brescia: Morcelliana.

Pasta, S., & Rivoltella, P. C. (2022). Crescere onlife. L’Educazione civica digitale progettata da 74 insegnanti-autori. Morcelliana Scholé.

Pasta, S., & Santerini, M. (2021). Nemmeno con un click. Ragazze e odio online. Franco Angeli.

[1] Kahneman, D. (2012). Pensieri lenti e veloci. Edizioni Mondadori.

[2] Per approfondire: “Postmedialità. Società ed educazione” a cura di Stefano Moriggi, Raffaello Cortina.