Ecco il “Digital Life Balance” per misurare la dipendenza e l’uso funzionale delle tecnologie
Lo strumento verifica il nostro approccio con la rete e i dispositivi
di Mirko Duradoni*
La nostra attuale società ci chiede di essere ubiqui e in una certa maniera lo siamo. Nessun processo di santificazione in vista però, trattasi di “miracolo” tecnologicamente assistito. Attraverso smartphone, computer e altri dispositivi tecnologici, infatti, pur spesso senza averne piena consapevolezza, siamo presenti in più luoghi virtuali e facciamo parte di plurimi contesti sociali; tutto nello stesso momento. Verrebbe da dire che siamo molto più presenti in rete di quanto lo siamo nella realtà, ma sarebbe una forzatura. Semplicemente ciò che divide la realtà dalla virtualità è sempre più labile e sfumato e le due cose hanno iniziato a mischiarsi. La realtà aumentata non è che una delle manifestazioni più evidenti di questa tendenza. Veniamo al punto: tutta questa tecnologia non ci fa male? Non rende ragazzini e ragazzine dipendenti?
La domanda, per quanto comprensibile, è semplicemente mal posta. Quello che sarebbe più corretto chiedersi è in quali circostanze finiamo per fare un uso delle cose che poi va a nostro danno, tecnologia inclusa. Sappiamo, infatti, dalla letteratura scientifica che non è il semplice crescere della possibilità di connettersi e il numero di ore che per un motivo o l’altro siamo chiamati a trascorrere in rete il vero interruttore dell’uso dipendente. Se fosse così, ora tutti lo saremmo. C’è qualcosa che si frappone e fa la differenza.
Quando si può davvero parlare di uso dipendente o problematico?
Come scienziati, allo stato attuale, non abbiamo trovato di meglio per descrivere l’uso dipendente della tecnologia che mutuare i modelli propri dell’abuso di sostanze e della dipendenza comportamentale. Uno dei più autorevoli esperti internazionali sul tema, Mark Griffiths, usa sei criteri per definirlo. La persona dipendente dalla tecnologia usa la rete per alterare i propri stati emotivi, fa dell’uso della rete un elemento centrale dei propri pensieri ed emozioni, percepisce un disagio se impossibilitata ad usarla, un disagio che si ripercuote anche nella qualità delle relazioni con gli altri e fa della rete un uso sempre più prolungato nel tempo che, anche a fronte di periodi di interruzione, torna rapidamente ad essere eccessivo.
Alla fine, forse forse, usare i modelli della dipendenza classica non è un errore dopotutto, è un’approssimazione utile a capire che passare tanto tempo è solo uno degli ingredienti, peraltro neanche quello più discriminante, per poter parlare di uso dipendente.
Quando, invece, l’uso della tecnologia è “appropriato” dal punto di vista psicologico?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo fare un lungo viaggio. Iniziamo questo viaggio facendo però un passo indietro. Se l’uso dipendente porta a concentrarci sempre di più sull’oggetto di dipendenza a spese di tutto il resto come ad esempio le relazioni, la scuola e il lavoro, è evidente che non siamo in grado di bilanciare l’uso delle nuove tecnologie con ciò che ci permette un corretto funzionamento nella vita quotidiana e più in generale nella società. Questa condizione è definita di “sbilanciamento” dalla psicologia dell’armonia, disciplina largamente diffusa in oriente. Il concetto di armonia orientale prevede un processo di bilanciamento tra i vari aspetti della vita al fine di raggiungere quella condizione di concordia con le altre persone e con l’ambiente che è intimamente legata al benessere. Secondo questa impostazione, dunque, anche l’uso dei nuovi dispositivi tecnologici deve essere bilanciato, il che non necessariamente significa ridotto, ma bensì congruo rispetto al nostro benessere e ai nostri desideri.
Verso un nuovo costrutto e strumento di misura: il Digital Life Balance
Su queste basi, assieme ai miei colleghi e colleghe del VirtHuLab, abbiamo coniato durante l’estate del 2020 il concetto di “Digital Life Balance”. Volevamo infatti poter valutare la percezione che le persone hanno del loro grado di bilanciamento tra le attività online e quelle offline, supponendo che questa percezione fosse abbastanza sensibile da segnalarci, quasi fosse un termometro, sia il rischio di sviluppare una dipendenza della tecnologia che una situazione di uso funzionale, ossia legato ad un maggior benessere personale. In maniera piuttosto sorprendente abbiamo scoperto con le nostre ricerche come il 23% dei rispondenti in Italia, il 43 % in Brasile, e il 28 % Turchia dichiari di non riuscire a bilanciare le proprie attività online con quelle offline. Il problema, sebbene con diverse proporzioni, appare quindi riguardare una fetta di popolazione non trascurabile. A maggior ragione se consideriamo che lo strumento fa quello per cui lo avevamo progettato. Punteggi relativi ad una condizione di sbilanciamento sono associati ad un maggior livello di uso dipendente, mentre quelli relativi ad un bilanciamento armonico sono associati ad un maggior benessere personale. Lato ricerca bene, quadro generale male.
Cosa determina, allora, una condizione di bilanciamento o di sbilanciamento?
Con il passare degli anni e con l’accumularsi di evidenze siamo pronti a dare ora una risposta a questa domanda: è ciò che accade nel mondo reale. Sembra paradossale ma è ciò che accade nel reale a spingerci a fare un uso non funzionale della tecnologia. È la frustrazione di un bisogno nel mondo reale a portarci, a mo’ di compensazione, a ricercare soddisfazione online. Facciamo un esempio pratico. Nel nostro ultimo studio, ancora inedito, abbiamo indagato come l’essere importanti e riconosciuti dagli altri possa influenzare il digital life balance e l’uso dipendente. Abbiamo però operato una distinzione. Ci si può sentire riconosciuti sia offline che online e le due cose possono non andare a braccetto. Infatti, posso sentirmi importante per gli altri offline ma non online. Se incrociamo tutte le possibili combinazioni otteniamo quattro condizioni, di cui solo una implica uno sbilanciamento e un conseguente maggior rischio di uso dipendente. Sono infatti coloro che non si sentono apprezzati offline ma che lo sono online ad essere potenzialmente a rischio. Ovviamente i bisogni che abbiamo finora testato nelle nostre ricerche non si sono limitati al sentirsi importanti per i propri contatti sociali. Abbiamo visto come la frustrazione di altri bisogni di socialità così come di controllo (sugli altri o sulla realtà più in generale) spingano le persone verso un uso disarmonico della tecnologia.
In generale, non usare la rete in maniera compensatoria è invece il viatico per porre la tecnologia al servizio delle nostre esigenze con conseguenze positive per il nostro benessere. Per chiarire meglio questa considerazione abbiamo pensato ad un bel diagramma di flusso, un algoritmo, da portare sempre con voi; il vostro “santino” di riferimento.
Mirko Duradoni, Phd in Ingegneria dell’Informazione è laureato in psicologia e membro del Virtual Human Dynamics Laboratory (VirtHuLab) dell’Università di Firenze. Ha al suo attivo oltre 50 pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali e ha partecipato a tre progetti europei di altissimi profilo.
