le copertine
La Risonanza all'epoca del Game
Contaminare due visioni tra digitale e scuola
di Martina Giorgi
Come possono stare insieme un sociologo come Hartmut Rosa, teorico della risonanza e dell’accelerazione sociale, proposte in chiave neomarxista con uno sguardo critico verso le tecnologie digitali e uno scrittore pop come Alessandro Baricco che si reinventa saggista, antropologo, tecno-entusiasta e tecno-esperto? Per offrire una chiave di lettura della modernità e dell’ambiente digitale che abitiamo, ho provato a mettere insieme due testi, La risonanza, di Rosa e The Game di Baricco che offre una struttura storico-geografica delle innovazioni digitali. Tentando di declinare il tutto nella cornice dell’istruzione, ma non solo.
Dalla competenza alla risonanza
Risonanza è un termine che propone un cambio di paradigma nel mondo dell’educazione, diventando essa stessa protagonista accanto alla pedagogia. La scuola ha da sempre il compito di contribuire in modo decisivo a sviluppare le competenze di studentesse e studenti, ed oggi l’attesa, molto spesso esplicitata, tende a privilegiare e spingere l’ acquisizione delle competenze tecniche. Ecco, qui si insidia il nuovo cambio di paradigma, Rosa spiega la differenza tra competenza e risonanza, due concetti quasi “dissonanti” tra loro. Non a caso sopra ho utilizzato l’espressione “acquisizione delle competenze”, perché di fatto essere competenti lo si è quando ci si è impossessati di qualcosa, abbiamo fatto propria quella competenza. Al contrario il termine risonanza, spiega Rosa, fa riferimento al «processo dell’entrare-in-relazione con»[1]. Ciò dipende da un atteggiamento di apertura verso qualcosa con cui potrei entrare in relazione, presuppone una certa disponibilità nei confronti di ciò che non conosco al momento. Attenzione, qui non si fa riferimento all’impossessarsi di questo qualcosa altro da noi, quanto l’atto in potenza, la possibilità che si entri in relazione con qualcosa di cui non posso avere il controllo dopo il suo l’incontro. La bellezza, come in tutte le relazioni umane, sta nell’atto di farsi travolgere e dunque cedere alla trasformazione. Utilizzo le parole di Rosa, proiettandole al contesto scolastico. Se ci riflettiamo un attimo, possiamo concordare con Rosa quando afferma che la mera acquisizione della competenza non basta per garantire un reale rapporto con le materie affrontate a scuola che rappresentano dei mondi a sé stanti. Materie che diventano vive quando vibrano negli studenti e nelle studentesse, quando i loro occhi brillano e quando si sentono trasformati dall’essere entrati in relazione con esse. Ci sarà capitato almeno una volta nella vita di uscire da una lezione con la sensazione di sentirci vivi, rinnovati, come se qualcosa ci avesse accesi perché ha toccato le corde più profonde di noi nel tempo trascorso in quello spazio. Cosa ci ha fatto sentire così? Probabilmente l’insegnante è stato capace a sua volta di trasformare l’oggetto di studio in qualcosa di comprensibile e conoscibile da un punto di vista emotivo. Probabilmente il clima in quello spazio era disteso, sereno, un ambiente in cui ci siamo sentiti a nostro agio e dunque liberi di aprirci all’esperienza che l’insegnante voleva offrirci. Uno spazio in cui l’a-giudizio (a privativa) è protagonista. Probabilmente non importava la paura di sbagliare e anzi, ci siamo sentiti accolti perché ad un tratto le nostre riflessioni erano centrate, qualcuno/a era interessato/a ad ascoltarle. Probabilmente queste condizioni hanno fatto in modo che nessuno di noi avesse timore a stare in contatto con la nostra parte emotiva e che anzi questa ha fatto capolino da sé, è riemersa con la voglia di godersi l’attimo, rimanere nel qui ed ora senza pensieri intrusivi pronti a bussare alla porta della mente. In quel momento esiste solo l’ io che si nutre di quelle parole, perché in fondo aveva bisogno di quel calore come senso di conforto.
La risonanza appena descritta è come un’immagine musicale, dice Rosa. Dal latino re-sonare. il termine rimanda alla relazione tra due corpi capaci di oscillare e la cui oscillazione «dell’uno stimola l’attività autonoma dell’altro»[2]. Un incontro che genera una vibrazione con una frequenza propria, diversa, qualcosa che prima di quel contatto non esisteva. Qui sta la forza del significato di sentirci trasformati dall’esperienza svolta e nel caso della nostra riflessione proviamo a immaginare questa trasformazione che inizia dall’incontro con le materie scolastiche, con quell’insegnante, con i compagni e le compagne con cui compartecipiamo molte volte nelle attività didattiche.
La teoria della risonanza indubbiamente ha obiettivi ambiziosi ma non impossibili da raggiungere se seguiamo le condizioni grazie alle quali Rosa ha dichiara un processo formativo come riuscito.
Dall’accelerazione del tempo alla relazione con il mondo: l’epoca del Game
Ci allontaniamo per un momento dal contesto scolastico per una riflessione di più ampio respiro. Rosa ha dedicato anni di ricerca al tema dell’accelerazione, arrivando ad affermare che «qualcosa non funziona nel nostro rapporto con il tempo»[3]. Esiste una sorta di controsenso nella nostra gestione del tempo: da una parte sembra non bastare mai, dall’altra abbiamo fatto di tutto per risparmiarlo, grazie all’utilizzo di tecnologie sempre più veloci. Il problema centrale delle società moderne non è tanto l’accelerazione in sé, quanto l’alienazione che questa può provocare. Quando, vivendo in un processo accelerato, ad un certo punto si tende verso un’escalation che porta a quella che lui definisce la «stabilizzazione dinamica»[4]. Ovvero quello stato in cui si stabilizzano la dinamicità e la frenesia delle esperienze vissute. Secondo questo modello, infatti, la società moderna per evitare di collassare è destinata a riprodursi costantemente, a crescere senza sosta da un punto di vista economico e a innovarsi incessantemente da un punto di vista tecnologico e culturale. È a causa di questo modello che abbiamo la tendenza impulsiva e compulsiva di “fare, fare, fare”, costruendo interminabili “scalette” colme di attività sia a livello lavorativo che nel tempo libero. Perché se non riempissimo il tempo ci sentiremmo a disagio, inadeguati, insoddisfatti, come se il nostro valore di persone lo misurassimo con ciò che produciamo quotidianamente invece che su ciò che siamo, sul nostro essere. Un fare destinato a definirci, invece che limitarci ad un preciso istante per quella specifica sfera esperienziale. Ecco che viviamo statici in questa dinamicità. Alessandro Baricco invece offre una connotazione diversa al medesimo agire e spiega come l’origine delle tecnologie digitali ha avuto l’obiettivo proprio di superare la staticità del periodo successivo al dopo guerra. Questo processo ci ha portati a vivere l’epoca del Game. Ad un certo punto abbiamo avuto come esseri umani l’esigenza di semplificare la realtà, non solo contrapponendo il termine “semplice” a “difficile”, ma a quello di “complesso”. In aggiunta, volevamo fare esperienza di qualcosa di leggero e divertente, ecco come nasce l’iPhone e come ci è stato proposto da Steve Jobs. Al di sotto vi ritroviamo un livello alto di complessità che però non appare in superficie, ciò che percepiamo e di cui facciamo esperienza è il «semplice dietro il complesso»[5].
Come ci poniamo di fronte alla tecnologia?
Immagino già che qualcuno, arrivato a leggere fino a qui, stia già additando la tecnologia come la causa di “tutti i nostri mali”. Proviamo invece ad approfondire la riflessione di Baricco, sospendendo ogni giudizio per comprendere il "suo" senso della nascita dei dispositivi tecnologici.
Ci troviamo nel momento storico successivo all’avvento delle guerre, dopo la seconda metà del Novecento e nel luogo che successivamente sarà chiamato Silicon Valley, bacino di ricchezza e innovazione dove il contesto sociale dinamico favorisce il bisogno di sovvertire la realtà. Creare un mondo parallelo, un oltremondo, in cui possa sciogliersi la rigidità dell’esistente, per rendere la realtà più accessibile, veloce, libera e gratuita. C’è la convinzione che muovendosi in questo spazio nuovo, non lineare, si possono risolvere problemi ed avere o un’esperienza del mondo singolare, significativa e più arricchente. Si crea uno spazio che accoglie la nostra parte anarchica, indisciplinata, istintiva, “cazzona” che non vale meno rispetto ai tratti più formali che abitano la nostra realtà. Ed è allora lecito assumere un cambio di prospettiva: non è vero, dunque, che oggi viviamo in modo accelerato a causa delle macchine e della tecnologia. Siamo in realtà «noi ad aver scelto il movimento come obiettivo prioritario e quelle macchine sono solo gli strumenti che ci siamo costruiti, su misura, per perseguire quell’obiettivo»[6] e dar vita all’ “Insurrezione digitale”. Abbiamo avuto l’esigenza di evadere dalla realtà fisica per andare verso “mondi più leggeri” per incontrare uno spazio di fuga, intaccando i capisaldi di quella determinata società e di quel contesto storico. Il Gameè dinamicità, instabilità, la verità è mutevole e alla portata di chiunque.
Per Baricco, fino ad un certo punto gli esseri umani hanno considerato il tutto come una grandezza ipotetica, mentre dall’inizio dell’insurrezione digitale appare come una quantità misurabile e definibile. Se si eleva il tutto ad un’unità di misura, intendendo anche come obiettivo da raggiungere, l’infinito non esiste più. La percezione di limite, di confini inizia a decadere. Ma ecco che si torna al concetto di fissità dinamica. Un effetto di fissità, «di non risonanza, di mancanza di vibrazione»[7].
L’emozione che unisce gli individui delle due società, quelli che vivevano nella fissità perenne e coloro che oggi vivono nel Game (Baricco)-tarda modernità (Rosa) è la paura. Per il primo è la paura di rimanere fissati per sempre in una civiltà che non corrisponde ai bisogni dei molti. Per Rosa le persone hanno la sensazione che tutta questa accelerazione non li porti a niente e che dunque corrano costantemente verso una meta tutt’altro che migliore. La loro «speranza è che la vita non peggiori troppo»[8]. È una paura che ci fa progredire quasi per tentativi ed errori, senza percepire limite, sentendoci disorientati senza il minimo controllo sugli eventi. Se è vero che è impossibile controllare tutto ciò che ci accade quotidianamente, diventa un problema quando questa sensazione ci destabilizza fino al sorgere di disturbi alimentari e del sonno, legati all’ansia cronica. A Rosa preme soprattutto studiare l’impatto che l’accelerazione e la cosiddetta stabilità dinamica hanno nella vita delle persone, nei «rapporti tra i soggetti e il mondo»[9]. Dunque, come se ne esce? Secondo Rosa (e su questo potrebbe essere d’accordo anche Baricco) solo attraverso la risonanza si può riconfigurare una qualità nella nostra relazione con il mondo.
La scuola come spazio di risonanza
E allora, tornando alla scuola: «quand’è che un processo formativo può dirsi riuscito?»[10]. Secondo Rosa ogni qualvolta che la scuola diventa uno spazio di risonanza, un luogo in cui i rapporti sono costruiti su una fiducia reciproca, in cui è ammesso l’errore che, anzi, diventa un'opportunità per crescere, in cui ciascuno/a si sente a proprio agio e dunque libero/a di esprimere se stesso/a. Ogni volta che la scuola agevola la maturazione dell’autoefficacia, la percezione che abbiamo di noi stessi e ci sentiamo capaci, riconosciamo di essere bravi in particolari attività. Consapevolezza che aiuta a rafforzare l’autonomia. L’esperienza scuola diventa così un luogo in cui le studentesse e gli studenti si possano confrontare ed essere al centro insieme alla relazione con i docenti.
Come si crea questo spazio? Rosa propone un modello “triangolare di lezione” : da un lato l’asse materiale o diagonale che corrisponde alle “materie”, dall’altro l’asse sociale o orizzontale ossia il piano delle relazioni.
Le materie sono considerate da Rosa i “mondi di valori” e il compito della scuola è di aiutare gli individui a collocarsi di volta in volta all’interno di questi mondi. Attivando delle riflessioni specifiche, gli studenti sono in grado di individuare per esempio i propri valori e di imparare ad esprimerli immaginando come collocarli in base ai valori espressi durante la lezione, ad esempio sulla Rivoluzione francese. Un processo che aiuta nella ricerca del senso di ciò che stanno studiando, perché confrontano il contesto con la realtà più vicina a loro.
Il piano delle relazioni, inoltre, non può prescindere dal clima “che si respira” in una classe. L’atmosfera che gli studenti e le studentesse vivono in aula incide sulla percezione di autoefficacia, sulla fiducia che nutrono in se stessi, sulla loro autostima, sullo sviluppo della loro motivazione intrinseca (non studio per prendere un buon voto, ma perché quella materia mi incuriosisce). Il tutto funziona se vi è un equilibrio tra i due assi e dunque non considerando oggetti esterni, lontani e fini a se stessi discipline o relazioni, ma «relazioni attraverso le discipline»[11].
Rosa non ha una visione positiva dei dispositivi tecnologici perché gli individui compiono la maggior parte delle attività con la mediazione dello schermo. Questo potrebbe limitarli nel vivere la pienezza delle esperienze. Da una parte lo schermo di per sé potrebbe farci percepire una situazione come distante e dunque potrebbe favorire un atteggiamento di chiusura. Ma proviamo per un attimo a cambiare prospettiva: come possiamo trasformare l’apparente ostacolo (lo schermo) in un’opportunità? Ecco che siamo finiti in una delle più importanti sfide attuali a cui molti esperti, insegnanti e professionisti dell’educazione stanno provando a dare risposta.
Risonanza: «s. f. [dal lat. resonantia «eco, rimbombo»]. – 1. a. Amplificazione di un suono o dei suoni (frequenza di r.), ad assumere un valore molto elevato: corpo che entra in r.; r. acustica, l’esaltazione subita da vibrazioni sonore di particolare frequenza in uno strumento musicale o, in generale, in un ambiente. […]».
Vocabolario Treccani
Gli autori
Alessandro Baricco… dai lo conoscete! In ogni caso ho cercato una sua definizione online, ma ne esiste una che fa pensare solo “cosa non è Alessandro Baricco?!”. Mi sembra troppo riduttivo e poco elegante copiarla e incollarla qua, cercatela.
Hartmut Rosa, insegna sociologia e scienze politiche all’Università Friedrich Schiller di Dresda. Uno dei suoi progetti bibliografici da ricordare è Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità. Uno studio sull’accelerazione che lo tiene tuttora attivo con interessanti ricerche scientifiche.
Note e Bibliografia
[1] Rosa, H. (2020). Pedagogia della risonanza. Conversazione con Wolfgang Endres. Editrice Morcelliana, Brescia, p.7.
[2] ibidem p.25
[3] Ibidem, p.12
[4] Ibidem, p.14
[5] Baricco, A. (2018). The Game. Einaudi, Torino, p. 153
[6] Ibidem, p. 98
[7] Ibidem, p.232
[8] Rosa, H. (2020). Pedagogia della risonanza. Conversazione con Wolfgang Endres. Editrice Morcelliana, Brescia, p.16.
[9] Ibidem, p.17
[10]Ibidem, p.5
[11] Ibidem, p.34
