l'intervista a Daniela Andreini
Terza Missione, ponte tra Università e Territorio, tra Ricerca e Società
Daniela Andreini, Università di Bergamo, analizza tutte le opportunità per avvicinare ricerca e lavoro
di Pina Debbi e Federico Ruggiero
di Pina Debbi e Federico Ruggiero
Ci sono visioni e percezioni dell’ Università italiana che appartengono forse al senso comune, ma che portano con sé elementi di verità. Spesso l’immagine è quella di un’istituzione chiusa e autoreferenziale, lontana dal mondo produttivo e dalle esigenze della società, non sempre connessa con il mondo reale. La ricerca è spesso confinata al mondo accademico, e molti ricercatori si ritrovano, prima o poi, in un imbuto che preclude inevitabilmente il futuro lavorativo nel nostro paese, dopo anni di precariato sottopagato. Le strade possibili diventano due: unirsi alla schiera dei cervelli in fuga o cambiare direzione. Eppure, a partire dal 2013, le linee generali della programmazione universitaria, confermate di triennio in triennio dai diversi decreti ministeriali, hanno sottolineato il ruolo chiave della Terza Missione. Tra gli obiettivi strategici si indica proprio quello di “Favorire la Terza Missione, potenziando le attività di trasferimento tecnologico e di conoscenza verso il sistema socio-economico, le attività di public engagement, la gestione del patrimonio culturale e il ruolo dei poli museali”.
Ma cos’è la Terza Missione?
La Terza Missione ruota attorno a un concetto cruciale: l’impegno delle università, oltre alla didattica (Prima Missione) e alla ricerca scientifica (Seconda Missione), a contribuire allo sviluppo economico, sociale e culturale del territorio in cui operano. L’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) la definisce come “propensione delle strutture all'apertura verso il contesto socio-economico, esercitata mediante la valorizzazione e il trasferimento delle conoscenze” attraverso la divulgazione scientifica, l’ottenimento di brevetti, il trasferimento tecnologico e altre attività connesse alla produzione di beni pubblici, comprese le attività culturali e artistiche. La Terza Missione è particolarmente rilevante quando si discute del rapporto tra università, imprese, enti pubblici e la società nel suo complesso. Per dottorandi e ricercatori, può rappresentare l’opportunità di dare valore ai propri progetti e di garantire un futuro anche in ambienti di ricerca esterni all’università.
Per approfondire le opportunità della Terza Missione, la redazione di Lesdit ha incontrato Daniela Andreini, Prorettrice all'innovazione e alla digitalizzazione dell'Università degli Studi di Bergamo, nonché professoressa ordinaria presso il Dipartimento di Scienze Aziendali, neoeletta come Direttrice del Dipartimento di Scienze Aziendali.
L'Intervista
Qual è, secondo lei, l'obiettivo principale della Terza Missione? Come crede che l'università possa migliorare il suo impatto sulla società attraverso questa attività? L’università crea conoscenza, innovazione e invenzioni. Tuttavia, se queste non vengono tradotte in un valore sociale, ambientale o economico, rimangono fini a sé stesse. Abbiamo vissuto momenti in cui l'università, a livello globale, aveva perso il contatto con la società. Erano venuti meno la relazione e lo scambio con il territorio, creando distorsioni nella percezione dell’università stessa. Oggi possiamo affermare che la Terza Missione è diventata un'attività vera e propria: è rendicontata, valutata e misurata dal Ministero e dall’Unione Europea. Restano però alcuni limiti: i percorsi di carriera dei docenti seguono ancora (forse troppo) la via delle pubblicazioni scientifiche, che restano il primo e più importante parametro per la loro valutazione. Diventa quindi difficile convincere i professori a orientarsi verso i progetti di ricerca applicata, preferita invece da docenti ordinari, con una solida affermazione alle spalle e una maggiore sensibilità verso questo tipo di ricerca. Un aspetto che in parte allontana l'Università dal contatto con la società. Inserire nella valutazione dei docenti anche la Terza Missione significherebbe premiare e supportare un tipo di ricerca davvero prezioso.
L’università italiana ha capito questo aspetto fino in fondo? L’eccellenza dell'università italiana si manifesta a macchia di leopardo: in alcuni settori si eccelle, mentre altri presentano forti criticità. Là dove si eccelle, si riesce a dialogare e a trasferire beneficio culturale, sociale ed economico al territorio e anche alle comunità internazionali. Più in generale, credo che ogni università abbia il suo fiore all’occhiello e molti atenei stanno implementando attività di ricerca applicata, anche grazie alla spinta dell’Unione Europea in questa direzione. Tutte le call richiedono rendicontazione e misurazione di questo valore e, se oggi le università vogliono essere attrattive e ottenere nuove risorse economiche, devono per forza orientare i propri progetti di ricerca verso la Terza Missione.
Torniamo a focalizzarci sui dottorandi e giovani ricercatori; l’università è un imbuto e non tutti possono rimanere all’interno del mondo accademico. Per la sua esperienza, che suggerimento darebbe a chi ha scelto di fare ricerca? Suggerirei di fare un "cross-check" tra il gap individuato nella letteratura, a cui si vuole rispondere, e le esigenze reali che si osservano sul mercato. Affinando la propria domanda di ricerca in modo che abbia valore per alcuni stakeholder della società, si evitano ricerche che rispondono solo a esigenze accademiche. Se si tenta di colmare un gap senza connessione con le reali esigenze del territorio e dell’università, rischiamo di spendere i migliori anni della nostra vita per aggiungere qualche riga al curriculum, ma senza un impatto concreto.
Quindi alla base c’è una questione di metodo? Applicare cioè il rigore accademico alla soluzione di problemi provenienti dal mercato e dalla società? Assolutamente sì. È fondamentale sviluppare un metodo scientifico, specializzarsi, studiare tantissimo e applicare il proprio metodo. Osservare e valutare i risultati, affinarlo quanto più possibile. Chi fa ricerca applicata deve avere una base scientifica solida. Per raggiungere questo obiettivo è necessario studiare continuamente, aggiornarsi e testare il proprio metodo, anche quando si commettono errori. È importante comprendere gli errori e ripartire, perché alla fine i risultati arrivano.
Lei vanta una grande esperienza nella Terza Missione, c’è un caso a cui si sente particolarmente legata? Nel 2008 ero una giovane ricercatrice e ho partecipato a una ricerca etnografica sui camionisti. In tre anni abbiamo raccolto dati, interviste, osservato le loro attività e dialogato con i manager. Da questa esperienza sono nati tre articoli scientifici di successo. È stata una ricerca bellissima perché ha risposto a esigenze specifiche di un’azienda con cui abbiamo collaborato per tre anni, e al contempo abbiamo dato risposte alla comunità scientifica, pubblicando articoli molto apprezzati. Non è sempre facile mettere insieme i due mondi, ma quando ci si riesce è una grande soddisfazione.
Se guardiamo al futuro dell’università, dove colloca la Terza Missione? Sono convinta che la ricerca applicata diventerà sempre più centrale. Per fare ricerca servono fondi, e questi si ottengono solo se le attività di ricerca hanno un impatto sociale, ambientale, culturale ed economico forte. Suggerisco a giovani dottorandi e ricercatori di immaginare la Terza Missione molto vicina ai propri progetti di ricerca. Rispondere alle esigenze del territorio e del mercato può rendere l’università sempre più attrattiva.
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Daniela Andreini (Ph.D.) è prorettrice all’innovazione e alla digitalizzazione dell’Università degli studi di Bergamo e professoressa ordinaria presso il Dipartimento di Scienze Aziendali, direttrice del Master in Digital Business Development presso la SdM- Scuola di Alta Formazione della stessa università. Dal 1 ottobre 2024 ricoprire il ruolo di Direttrice del Dipartimento di Scienze Aziendali. Le sue ricerche scientifiche si focalizzano principalmente sull’innovazione e digitalizzazione dei business model,, digital marketing and social media marketing. I suoi lavori di ricerca sono pubblicati in riviste scientifiche internazionali, tra cui: Journal of Advertising, Organization Studies, Journal of Advertising Research, Journal of Business Research, Industrial Marketing Management, International Journal of Information Management, Journal of Business Ethics, Journal of Business & Industrial Marketing e Journal of Service Theory and Practice. E’ membro dell’editorial board dell’Italian Journal of Marketing, consulting editor della rivista International Journal of Management Reviews, membro dell’editorial board di Journal of Product and Brand Management e componente del review board del Journal of Business Research. Ha infine sviluppato molti percorsi formativi innovativi per studenti universitari, manager e aziende e dal 2019 organizzatrice del Digital Day a Bergamo.
