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Può un Like cambiarti la Vita? Ecco cosa dice la Scienza
La gratificazione virtuale non è vero benessere
di Mirko Duradoni
Bisogna essere onesti: a molti di noi fa piacere ricevere un like o una qualsiasi altra forma di apprezzamento sui social media. Non c’è nulla di cui stupirsi se consideriamo la natura sociale della nostra specie. Già Aristotele, nel IV secolo a.C., se avesse preconizzato l’esistenza di questa tecnologia in un futuro molto lontano, avrebbe saputo dirci che sarebbe stata utilizzata per soddisfare i bisogni intimamente sociali che gli esseri umani hanno.
Dalla socialità reale a quella virtuale
A livello evolutivo, noi esseri umani, così come altre specie animali, abbiamo scoperto che l’unione fa la forza. Essere parte di un gruppo facilita la soddisfazione di tutta una serie dibisogni basici, come quello di poter avere un accesso privilegiato al cibo, a un riparo, a potenziali partner. Tuttavia, in quanto persone, abbiamo anche altri bisogni, di natura più psicologica. Il bisogno di appartenere, di essere riconosciuti e validati come importanti all’interno dei nostri gruppi di riferimento: tutto questo non può che essere ottenuto nella socialità. Un riparo nella giungla posso anche costruirmelo da solo, la mia identità sociale no. Siccome l’essere “benvoluti” dal proprio gruppo è legato non solo alla sopravvivenza, ma anche alla possibilità di soddisfare i nostri bisogni psicologici, siamo diventati molto bravi come specie, a identificare tutti quei segni, spesso impliciti, che possono indicarci quanto positivamente o negativamente gli altri ci percepiscano. Uno sguardo, un’espressione, un comportamento, e intuitivamente lo comprendiamo.
Il ruolo dell'ambiente
Ora, la capacità degli esseri umani di veicolare questa informazione è dipendente dall’ambiente. Ad esempio, estremizzando, se sono al buio completo avrò molte difficoltà a capire cosa gli altri pensino di me. Questo è da tenere in particolare considerazione quando ci confrontiamo con gli ambienti virtuali. Infatti, tendiamo a trasferire in questi ambienti le stesse dinamiche alle quali siamo abituati nella vita reale, ma queste sono condizionate nella loro espressione dalle caratteristiche del mezzo. Per intenderci, sui social media (e.g., Instagram, TikTok, Facebook) abbiamo i “like” per esprimere il nostro apprezzamento. Allo stesso modo, il numero di visualizzazioni di un contenuto, la sua condivisione, i commenti ad esso associati ci comunicano cosa gli altri pensino di noi e di ciò che esprimiamo. Tuttavia, per attuale incapacità del mezzo, il non-verbale è pressoché inutilizzato, a differenza di quanto accade nel mondo reale.
Tre “lezioni” sul bisogno di validazione sociale online
Non deve perciò sorprenderci il fatto che le persone, esattamente come fanno nella vita reale, cerchino online quella validazione sociale che è frutto del nostro percorso evolutivo. Per questo motivo, assieme ai colleghi e alle colleghe del laboratorio, abbiamo sviluppato e validato una misura che catturasse questo bisogno percepito di validazione attraverso i social media. Allo stato attuale, dopo aver condotto tre studi, abbiamo sedimentato tre “lezioni” che ci piacerebbe vi portaste a casa.
1) Un bisogno di socialità frustato nella vita reale è associato ad un più alto bisogno di validazione online. Come spesso accade, un qualcosa diventa visibile e manifesto solo nella misura in cui manca. Non siamo infatti consapevoli del nostro bisogno di non avere mal di denti se non nella circostanza in cui questi ci fanno male. Perciò, persone che esperiscono un forte bisogno di appartenenza sociale, lo fanno a fronte del riconoscimento dell’inadeguatezza delle proprie connessioni sociali rispetto alle proprie aspettative. Queste persone, così come quelle connotate da una paura e un’ansia sociale di essere esclusi da esperienze ed eventi (i.e., la celebre Fear of Missing Out) hanno riportato in media punteggi più alti di bisogno di validazione online.
2) I feedback online piuttosto che saziare un bisogno possono fungere da rinforzo. Questo l’aspetto un po’ paradossale della faccenda. Se sui social media riconosco di avere “successo”, il che di solito si accompagna a ricevere molti feedback positivi, il mio bisogno di essere validato online non si attenua ma anzi si rinforza. Come si suol dire, l’appetito vien mangiando ed è ciò che in letteratura scientifica va sotto il nome di “social media dopamine loop”. In parole povere nel momento in cui riceviamo apprezzamento online per i nostri contenuti e per estensione per il nostro sé, riceviamo una scarica di dopamina, ossia quel neurotrasmettitore connesso alla sensazione di piacere e di ricompensa. Perciò, il nostro cervello, vista la gradevole esperienza, ci spinge a reiterare le nostre azioni al fine di metterlo nuovamente a mollo nella dopamina e perciò ci fa sentire più forte il desiderio di ricevere validazione in rete.
3) L’effetto sul benessere della nostra fame di feedback online dipende dalla nostra soddisfazione con i social media. Lo so, detta così è un po’ difficile da digerire. Procediamo per gradi. Per quanto emerge dalle nostre ricerche se consideriamo il bisogno di validazione online e il benessere avulsamente dal contesto emerge un’assenza di relazione. Questo accade perché le nostre azioni non avvengono nel vuoto ma sono situate in un mondo in cui le cose possono essere andate più o meno bene. In altre parole, le conseguenze delle nostre azioni ci influenzano. Perciò, le persone che non sono soddisfatte del loro successo sui social media ma che hanno un bisogno di validazione online, e che quindi potremmo dire sentono di aver “fallito” si trovano a dover far fronte ad un bisogno frustrato con conseguenze negative per il proprio benessere psicologico. Tuttavia, non è solo la frustrazione legata alla mancanza di feedback sociali positivi online, che sono desiderati ma non ottenuti da una persona, ad essere associata a un minor benessere; ma anche la completa soddisfazione con il proprio successo online. Questo è qualcosa che Oscar Wilde aveva già riconosciuto: "Ci sono solo due tragedie nella vita: una è non ottenere ciò che si vuole e l'altra è ottenerlo". Citazione letteraria a parte, quello che accade in quest’ultimo caso è che ci abituiamo alla situazione di successo e prendiamo a riferimento la nuova condizione per darci la scarica di dopamina di cui abbiamo parlato nel punto precedente e che ulteriormente fomenta il nostro bisogno di validazione online. Alla fine, è il motivo per il quale 100 like fanno piacere a chi non ha un largo seguito mentre magari deprimono l’influencer abituato a ben altri risultati. Quando il successo è completamente raggiunto (e quindi non può più ragionevolmente aumentare), la capacità dell'oggetto o della circostanza di influenzare positivamente il nostro umore è irrimediabilmente persa, mentre le deviazioni negative rispetto alle nuove aspettative rimangono possibili e persino probabili, determinando in media un livello di benessere psicologico più basso.
In conclusione...
qualsiasi tentativo di comprendere e prevedere il potenziale rischio di uso problematico della tecnologia deve essere contestualizzato rispetto alla realtà che l'individuo vive, alle sue esigenze e alla misura in cui tali esigenze sono soddisfatte dal mezzo tecnologico.
Riferimenti bibliografici:
Duradoni, M., Spadoni, V., Gursesli, M. C., & Guazzini, A. (2023). Development and validation of the need for online social feedback (NfOSF) scale. Human Behavior and Emerging Technologies, 2023(1), 5581492.
Duradoni, M., Spadoni, V., Gursesli, M. C., Pratelli, E., & Guazzini, A. (2024). The Complex Relationship between Online Social Feedback and Well‐Being. Human Behavior and Emerging Technologies, 2024(1), 1379858.
- Mirko Duradoni, laureato in psicologia e con un dottorato in ingegneria dell’informazione, è un membro del Virtual Human Dynamics Laboratory (VirtHuLab) dell’Università degli Studi di Firenze. Ha sinora prodotto più di 50 pubblicazioni scientifiche su riviste impattate e ha preso parte a diversi progetti europei di alto profilo.
