Martina Giorgi

Corpo, mente, schermo e relazione: essere umani nell'era digitale

Cosa significa essere umani

 

 

 

Corpo, mente, schermo e relazione: essere umani nell'era digitale

"Cosa Significa Essere Umani?" Una risposta a due voci nel libro di Vittorio Gallese e Ugo Morelli
di Martina Giorgi
 

Il nome di Vittorio Gallese è legato a una delle scoperte italiane più citate nella letteratura internazionale in ambito neuroscientifico: i neuroni specchio. Nel 1992, Gallese faceva parte del team guidato da Giacomo Rizzolatti, che osservò quei meccanismi cerebrali alla base della nostra capacità di relazionarci con gli altri. Oggi, Gallese, professore ordinario di Psicobiologia presso il Dipartimento di Medicina e Chirurgia – Unità di Neuroscienze dell’Università di Parma, è in libreria con il testo Cosa Significa Essere Umani, scritto per Raffaello Cortina editore insieme al collega Ugo Morelli, docente di scienze cognitive applicate alla Federico II di Napoli. Un libro che raccoglie gli studi di una vita per ridefinire, scientificamente, cosa significa essere umani, ponendo la relazione al centro. Abbiamo seguito la sua Lectio Magistralis in occasione dell’inaugurazione del corso di laurea in Digital Education all’Università di Modena e Reggio Emilia, che, insieme al libro, ha offerto spunti per riflessioni profonde sull’io, sul noi e su come le sfere emotive degli individui interagiscono in una società altamente digitalizzata.

Corpo, cervello e relazione

Durante il suo intervento, Gallese introduce le neuroscienze cognitive come l’insieme di discipline che studiano ciò che accade nel cervello umano o animale quando si entra in relazione con l’altro, partendo da una premessa imprescindibile: il mondo è relazione. Riprende un’idea già espressa nel 1923 dal filosofo e teologo Martin Buber, contemporaneamente all’uscita de L’io e l’es di Freud, ponendo la relazione al centro della vita sociale di ogni essere umano. "In principio è la relazione," scriveva Buber, e dunque una delle domande attorno a cui ruotano le riflessioni è: Qual è l'area fisica destinata alla socialità durante l’interazione?

Secondo le conoscenze attuali, basate sui dati empirici della ricerca, il cervello non è un organo isolato. Quando le persone manifestano comportamenti sociali, si attivano neuroni appartenenti a diverse aree cerebrali. La scoperta dei neuroni specchio ha rivelato che questi si attivano anche quando un individuo osserva qualcun altro compiere un movimento specifico e, in alcuni casi, persino la sola immaginazione può fungere da fattore scatenante. Pensiamo alla socialità e alle relazioni umane: anche solo osservando l’interazione tra individui, si crea una risonanza. Il funzionamento dei neuroni specchio non è un evento isolato, come in un corpo meccanico; piuttosto, l’esperienza si intreccia con la dimensione “meccanica”. Anche qui, l’individuo è visto nella sua interezza, in un insieme di aspetti, sensazioni, emozioni e meccanismi fisiologici e biologici che lo distinguono dagli altri.

La simulazione incarnata

Il meccanismo di rispecchiamento è, infatti, un meccanismo biologico plastico, secondo Gallese, poiché la modalità con cui si attiva varia da persona a persona in base alle esperienze vissute da ciascuno, che segnano la nostra unicità. È un funzionamento che mappa sul proprio corpo una rappresentazione delle emozioni e sensazioni altrui. La Teoria della simulazione incarnata, proposta da Gallese, si riferisce a questo meccanismo neurofisiologico tramite il quale il cervello riproduce internamente azioni, emozioni e sensazioni vissute da altri, permettendoci di comprenderle e risuonare empaticamente. In pratica, quando osserviamo qualcuno compiere un'azione o provare un'emozione, nel nostro cervello si attivano gli stessi circuiti neurali coinvolti nell'esecuzione di quell'azione o nell'esperienza di quell'emozione. Questo fenomeno, alla base della percezione dell'altro, contribuisce alla nostra capacità di cogliere intenzioni, emozioni e presenza fisica degli altri. La simulazione incarnata fornisce una base fisiologica al ruolo dell’empatia nelle esperienze interpersonali (Gallese, 2007).

Gallese collega poi questo concetto alla teoria dell’empatia del filosofo francese Maurice Merleau-Ponty, appartenente al filone fenomenologico del Novecento. Secondo Merleau-Ponty, l’empatia non si fonda sulla capacità di sentire le esperienze altrui a partire dal proprio corpo, ma va intesa come un processo dinamico di trasformazione reciproca tra il soggetto e l’altro. Questo accade perché il nostro corpo non è solo un oggetto tra gli oggetti, ma un corpo vivo, capace di toccare ed essere toccato, di sentire e rispondere al mondo esterno. Nella dinamica intersoggettiva, percepiamo l’altro come un “altro-io”, con cui condividiamo un’intercorporeità che rende possibile l’intesa empatica senza cancellare la differenza (Merleau-Ponty, 1964).

Niente di "romantico" nell'empatia

Un ulteriore passaggio necessario è comprendere che l’empatia, di per sé, non può essere associata esclusivamente a qualcosa di positivo. Rimane una modalità di interazione: non possiamo controllare le intenzioni di un individuo che entra in empatia, che potrebbero essere anche negative. Così come i neuroni non sono oggetti epistemici, non pensano né sognano. Tutto ciò che conoscono del mondo sono gli ioni che trasmettono impulsi elettrochimici per renderli eccitabili. Il resto è un livello di interpretazione personale che utilizziamo per descrivere la realtà, spiega Gallese.

...e la realtà virtuale e il digitale?

Se attraverso il corpo facciamo esperienza empatica in un processo ricorsivo con l’incontro di volta in volta delle esperienze degli altri individui, proviamo ad immaginare le dinamiche che si possono creare quando una realtà virtuale diventa una sorta di intermediario in queste relazioni. E proviamo anche a riflettere sul ruolo che la cultura ha in queste dinamiche, troviamo gli stessi effetti oggi come ieri? Cosa accade nelle diverse realtà territoriali, ci sono differenze? E se sì di che tipo? I ricercatori di diversi ambiti disciplinari si stanno ponendo delle domande che li guidano nelle ricerche sulla tematica che riguarda il mondo digitale. Ognuno con un approccio che lo contraddistingue senza dubbio, ma con un’idea di interdisciplinarità sempre più forte. Benjamin (2018) dice “durante lunghi periodi storici, la modalità di percezione sensoriale umana cambia con l’intero modo di esistenza dell’umanità. Il modo in cui si organizza la percezione sensoriale umana, il mezzo con cui si realizza, è determinato non solo dalla natura ma anche dalle circostanze storiche”. Se pensiamo a come sono nate le forme primordiali di tecnologia, il fuoco, la scrittura, la locomotiva… ciascuna è una forma esternalizzante di tecnologia e a partire da queste si sono costruite tutta una serie di dinamiche anche culturali che ci portiamo dietro oggi stesso.

"Si stava meglio quando si stava peggio"...

Dunque, partiamo da un dato di fatto possiamo dire che probabilmente è nella natura umana ricorrere alla tecnologia. Secondo Gallese (2024), l'esperienza del corpo nel contesto digitale è fortemente influenzata dalla natura umana dell'interazione, che si estende alle rappresentazioni digitali. Gli stessi sistemi cerebrali e corporei che ci permettono di interagire con oggetti e persone nel mondo reale vengono attivati anche quando ci relazioniamo con le manifestazioni del digitale. Gallese osserva che le tecnologie digitali, attraverso la mediazione di schermi e dispositivi mobili, ci immergono in un ambiente mediato che altera profondamente il nostro senso di realtà e la nostra percezione del mondo. Questa nuova mediasfera digitale ha modificato le modalità di interazione sociale e ha spostato il baricentro verso una realtà sempre più rappresentata e virtuale, che, sebbene non sia identica a quella fisica, suscita reazioni emotive e cognitive simili. La nostra natura biologica non può essere compresa appieno senza considerare la tecnologia digitale contemporanea e le pratiche socioculturali che questa tecnologia alimenta e condiziona. Gallese continua, spiegando come ogni rivoluzione tecnologica implica anche una rivoluzione cognitiva. L’avvento degli smartphone e il parallelo sviluppo dei social media hanno spostato l’equilibrio verso una realtà mediata e rappresentata, a scapito della presenza fattuale e della relazione performativa con i corpi fisici degli altri. È coniato così il termine “schermo-pelle”, come metafora per intendere che lo schermo appare come un intermediario tra noi e la realtà virtuale-reale. Oggi per molti l’immagine digitale condivisa di sé diviene il referente principale nella relazione con il mondo degli altri, e questo che si voglia o non, diventa culturalmente significativo. Quanto spiegato finora non vuole essere una demonizzazione del digitale, quanto piuttosto un’analisi di contesto, una breve riflessione su ciò che accade oggi nell’interazione uomo-mondo digitale-reale.