Adolescenti, Smartphone e Social Media, i dati in-fondati di Haidt

generazione ansiosa Haidt

 

 

 

Adolescenti, Smartphone e Social Media, i dati in-fondati di Haidt

Per una lettura critica e prospettica del libro "La generazione ansiosa"
di Pina Debbi e Martina Giorgi
 

A volte ritornano, per parafrasare la famosa antologia di Stephen King o il successivo film di Tom McLoughlin, la discussione, con tanto di polemiche, su adolescenti - social media - dispositivi digitali segue percorsi ciclici. I divieti del Ministro dell'Istruzione e del Merito Valditara e il presunto testo "rivoluzionario" di Jonathan Haidt, La generazione ansiosa, sembrano legati da un fil rouge che sullo sfondo esplicita una sorta di nostalgia retrotopica (dall'ultimo libro di Zygmut Bauman, il teorico della società liquida), con tanto di demonizzazione del digitale che, quando va bene, vira sulla polarizzazione tra i tecno-entusiasti acritici e i tecno-fobici, semplificando una realtà molto più complessa che ci impone di approfondire e ricordare le differenze tra opinione e scienza, tra metodo scientifico e psicologia a tesi (o del senso comune). Rifiutare la modernità invece che navigarla o apprendere a gestirla, non aiuta il futuro degli adolescenti nè tantomeno la costruzione della loro cittadinanza.

I 4 comandamenti - opinione di Haidt

Il testo dello psicologo statunitense, in libreria in Italia da un paio di mesi per Rizzoli, è stato pubblicizzato con recensioni talvolta entusiaste anche dei media più progressisti: se per il britannico The Guardian è "una lettura urgente che dovrebbe diventare un testo fondativo" il New York Times lo definisce "indiscutibilmente necessario". E la stessa edizione Italiana riporta in quarta copertina i 4 comandamenti di Haidt per "un'infanzia più sana nell'era digitale": 1) Niente smartphone prima delle scuole superiori 2) niente social media prima dei 16 anni 3) a scuola senza cellulare 4) più gioco senza supervisione e più indipendenza.

Ancora una volta vengono proposte le ricette più facili, senza mai assumersi la responsabilità di educare a un utilizzo consapevole dei media e degli strumenti digitali che ormai permeano la nostra vita, sono integrati nel nostro quotidiano, superando anche la concettualizzazione del digitale come ambiente: nella società informazionale i media sono "on life", ha scritto Luciano Floridi .

L'evidenza è questione di metodo

E allora, forse per restituire le giuste e numerose sfumature alla realtà che abitiamo, che non può essere solo manichea, bianca o nera, pro o contro, è utile ribadire la differenza tra evidenze e tesi non dimostrate, tra ricerca scientifica e senso comune "elevato" a scienza, e sottolineare che le semplici correlazioni restano mere coincidenze in assenza di una dimostrata relazione di causalità. Le affermazioni di Haidt sembrano basarsi su intuizioni e su correlazioni osservate nel comportamento giovanile, che spesso non sono confermate da studi longitudinali, meta-analisi o altre forme di analisi scientifica attraverso un processo rigoroso che include osservazione, formulazione di ipotesi, sperimentazione e verifica dei risultati basati su dati quantitativi e qualitativi, con la successiva validazione e conferma dalla revisione dei pari. Quando lo psicologo statunitense sostiene che l'uso dei social media è direttamente legato all'ansia e alla depressione nei giovani, è essenziale chiedersi: dove sono i dati che dimostrano un nesso causale e non solo una correlazione? A mettere in discussione le sue tesi c'è tanto di letteratura scientifica.

... e allora ricorriamo alla Scienza: Nature

Candice Lynn Odgers è una psicologa dello sviluppo canadese che studia come le avversità precoci e l'esposizione alla povertà influenzano la salute mentale degli adolescenti. La prestigiosa rivista Nature, a marzo di quest'anno, pubblica un suo un articolo in cui, come risposta a Haidt, sostiene che le evidenze scientifiche non supportano l'idea che i social media stiano "riscrivendo" i cervelli dei giovani o siano la causa principale dell'incremento dei problemi della loro salute mentale. Al contrario, le ricerche mostrano risultati diversificati, con collegamenti tra social media e salute mentale che risultano nulle o minime, e spesso solo correlate piuttosto che causali. Odgers afferma che, in realtà, i giovani che già presentano difficoltà di salute mentale tendono a usare i social media in modi diversi rispetto ai loro coetanei. La ricercatrice dimostra che la crisi di salute mentale tra i giovani è un problema complesso, influenzato da molteplici fattori socio-economici e culturali, come la povertà, l'accesso limitato ai servizi psicologici, l'aumento della violenza e delle disuguaglianze strutturali, che dovrebbero essere considerati nel comprenderne l'origine. Insomma, la scienza, che è pur sempre l'approssimazione più vicina alla realtà, ci conferma proprio da qualche giorno che è nato prima l'uovo che la gallina e il nesso causale tra uso dei social e adolescenti potrebbe essere proprio il contrario di quello che sostiene Haidt. Chi ha già una condizione di deprivazione e difficoltà potrebbe trovare nei social forme di dipendenza che portano alla depressione. È illuminante in merito la posizione di Vittorio Gallese tra i più accreditati neuroscienziati italiani. Nella sua Lectio Magistralis per l'inaugurazione del corso di laurea in Digital Education, presso l' Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia , Gallese mette in guardia da chi spaccia una correlazione per una relazione causa-effetto: “si può fare una statistica con una significatività altissima che dimostra che il numero di forme di Parmigiano Reggiano vendute oggi a Reggio Emilia, si correla con il numero di laureati in ingegneria aerospaziale con l’università del Texas. E cosa si capisce da questa correlazione? Assolutamente niente! Nella ricerca quantitativa, la statistica ci spiega che il rapporto tra correlazione e causalità non è lineare, ecco perché è necessario fare attenzione prima di affermare determinate relazioni di significatività tra variabili"

Cosa dice la Letteratura Scientifica

Ma prima ancora di Nature e dello stesso Haidt, Amy Orben e colleghi (2019) hanno analizzato i legami tra l’uso dei social media e la soddisfazione di vita negli adolescenti. La ricerca ha evidenziato che l’uso dei social non è un forte predittore di soddisfazione di vita per questa fascia di età. In particolare, l’effetto tra chi usa più social media e la soddisfazione di vita ha registrato un effetto minimo secondo gli standard psicologici.

Nel loro studio longitudinale, con rilievi ogni due anni i ricercatori norvegesi Steinsbekk e colleghi (2024) hanno esaminato l'impatto dell'uso dei social media sulle abilità sociali e il tempo passato con gli amici offline in una coorte di 812 giovani di età compresa tra 10 e 18 anni. I risultati che riguardano le abilità sociali non mostrano un effetto significativo a lungo termine. In altre parole, aumentare l'uso dei social media non sembra né migliorare né peggiorare significativamente le competenze sociali nei giovani. Per quanto riguarda il tempo passato con gli amici offline, i dati mostrano un lieve incremento dell’uso dei social media per i giovani che mostrano più interazioni sociali in presenza, rispetto al contrario. Infine, l’aumento dell’uso dei social può rappresentare un rischio di riduzione delle abilità sociali, ma nei soggetti già affetti da ansia sociale.

Lo studio meta-analitico di Hancock e colleghi (2022) ha riguardato 226 studi scientifici pubblicati dopo il 2006 su 275.728 giovani e mostra la connessione tra l'uso dei social media e il benessere psicologico, osservando che l'effetto complessivo dell'uso dei social media sulla soddisfazione e il benessere psicologico è molto basso, con un compromesso tra l’aumento della depressione e dell’ansia e il miglioramento del benessere sociale.

Come ne usciamo: l'approccio scientifico nell’interpretazione della realtà

Gli studi riportati sono una parte della letteratura scientifica che decostruisce una serie di convinzioni legate ai giovani e alle loro interazioni con i dispositivi digitali. È dunque più che una percezione che a volte si interpreta la realtà, inclusa quella digitale, non considerando la complessità e le sfumature di senso, cadendo in vere e proprie forme di riduzionismo. “Si stava meglio quando si stava peggio” è una massima che ha una sua verità culturale in un certo senso, ma quando si trattano questioni dal forte impatto sociale e politico, la discussione e il dibattito dovrebbe basarsi su un alto livello di scientificità e coinvolgere tutte le parti: tesi e controtesi. Tornando al fatto che il digitale ormai fa parte delle nostre vite, non ha senso vietare o ignorare nella speranza che i problemi non si verifichino. Bisognerebbe invece preoccuparsi di educare al pensiero critico bambine/i e giovani adolescenti, creare dibattiti e occasioni di confronto con esperti e persone di scienza. Lo stesso Gallese ci ricorda che la tecnologia è buona se estende le capacità dell’essere umano e non se migliora le condizioni di alcuni e peggiora quelle di altri.

Il ruolo delle neuroscienze

In questa riflessione che ruolo hanno le neuroscienze? Possono far luce sui modi in cui il corpo si interfaccia con il mondo della realtà digitalizzata. Comprendono l’interazione tra contenuti, contesto emotivo, metodi di diffusione e condivisibilità all’interno dei paesaggi mediatici digitali, possiamo sviluppare strategie per mitigare gli effetti negativi della disinformazione e promuovere un processo decisionale informato nel nostro mondo sempre più digitale. E in conclusiona ricorriamo a una citazione di Gallese & Morelli, (2024). Cosa significa essere umani?

“Se ci chiediamo in che modo conosciamo noi stessi e il mondo, scopriamo che l’origine della conoscenza è situata nella nostra capacità di azione e movimento; il cervello motorio regola in maniera evidente la nostra capacità di apprendere e conoscere. Ciò rivela quanta distanza vi sia tra queste conoscenti recenti e i modi di organizzare i processi e i sistemi educativi, facendo finalmente i conti col fatto che l’apprendimento è regolato, vincolato e favorito dai processi corporei e intersoggettivi e dell’affettività che li accompagna”.

 

Bibliografia

Benjamin, W. (2018). The work of art in the age of mechanical reproduction. In A museum studies approach to heritage (pp. 226-243). Routledge.

Gallese, V. (2007). Before and below ‘theory of mind’: embodied simulation and the neural correlates of social cognition. Philosophical Transactions of the Royal Society B: Biological Sciences, 362(1480), 659-669.

Gallese, V. (2024). Digital visions: the experience of self and others in the age of the digital revolution. International Review of Psychiatry, 1-11.

Gallese, V., & Morelli, U. (2024). Cosa significa essere umani?: Corpo, cervello e relazione per vivere nel presente. Raffaello Cortina Editore.

Hancock, J., Liu, S. X., Luo, M., & Mieczkowski, H. (2022). Psychological well-being and social media use: A meta-analysis of associations between social media use and depression, anxiety, loneliness, eudaimonic, hedonic and social well-being. Anxiety, Loneliness, Eudaimonic, Hedonic and Social Well-Being (March 9, 2022).

Merleau-Ponty, Maurice (1969). Il visibile e l'invisibile. Trad. it. a cura di A. Bonomi e M. Carbone. Milano: Bompiani. Ed. originale: Le visible et l'invisible, Gallimard, Paris, 1964.

Odgers, C. L. (2024). The great rewiring: is social media really behind an epidemic of teenage mental illness?. Nature, 628(8006), 29-30.

Orben, A., Dienlin, T., & Przybylski, A. K. (2019). Social media’s enduring effect on adolescent life satisfaction. Proceedings of the National Academy of Sciences, 116(21), 10226-10228

Steinsbekk, S., Bjørklund, O., Valkenburg, P., Nesi, J., & Wichstrøm, L. (2024). The new social landscape: Relationships among social media use, social skills, and offline friendships from age 10–18 years. Computers in Human Behavior, 156, 108235.