papers
Scrivere, scrivere, e... non leggere
Oggi, il modo più efficace per censurare un articolo è pubblicarlo: lo spunto di un'analisi sull'incisività reale dei paper
di Orsenigo, Pellizzari, Valentini
Nel XX secolo ha prevalso un tipo di censura per sottrazione. Le censure più note di questo genere furono quelle fascista, nazista e comunista. Riviste e quotidiani come La difesa della razza, Sonne ins Haus la rivista nazista per le famiglie e la Pravda operavano tramite una rigida selezione degli articoli da pubblicare.
Nel terzo decennio del XXI secolo vediamo potenziato un nuovo tipo di censura che può essere definito “censura per accumulo”; è l’esatto opposto della censura per sottrazione.
Pubblicare per censurare: il paradosso della ricerca
Oggi, il modo più efficace per censurare un articolo è pubblicarlo. Nel mare delle pubblicazioni quotidiane, un articolo finisce per avere un impatto estremamente limitato e la sua rilevanza svanisce in poche ore, cadendo nell’oblio. La nostra generazione di ricercatori è la prima a confrontarsi con una produzione di articoli talmente vasta, in cui la maggior parte non viene letta, mentre solo una piccola percentuale riceve attenzione o attenzione limitata (viene letto solo un paragrafo). Chi si ricorda i titoli o ancora meglio il contenuto di due articoli che ha letto ad inizio anno?
Abbiamo un serio problema nella direttrice lettura-studio-memoria a lungo termine. Ed è un problema che, allo stato attuale, sembra irrisolvibile, proprio per la quantità di articoli che ci raggiungono.
Un esempio lampante di censura per accumulo è il New York Times della domenica, con i suoi cento inserti: ha un effetto censurante simile a quello della Pravda ai tempi di Breznev. Le notizie principali sono non solo difficili da individuare, ma anche sommerse da una marea di contenuti la cui rilevanza è spesso discutibile (come ci ha insegnato Umberto Eco): «la Pravda censurava le informazioni indesiderate, il Sunday Times invece conta ben 600 pagine, che sicuramente contengono All the News that’s Fit to Print, tutte le notizie che vale la pena stampare, ma che con altrettanta sicurezza nessuno riuscirà a leggere per intero, neppure nell’arco di una settimana. Rischiamo di restare sommersi da un eccesso di informazioni, e la differenza fra «il silenzio e il troppo rumore è davvero minima» (Eco, 2013, pp. 5-6).
Eccesso di informazioni, poca chiarezza: le distorsioni del sistema
Nel campo della ricerca medica, per cercare di gestire questa enorme mole di pubblicazioni, sono stati introdotti modelli come il Prisma, che guida attraverso una serie di passaggi per condurre revisioni sistematiche. Queste revisioni hanno lo scopo di identificare i principali articoli rilevanti per un dato argomento, che diventano il fulcro di un progetto di ricerca. Tuttavia, il problema odierno è che non solo la quantità di articoli è aumentata, ma anche quella delle revisioni sistematiche stesse, al punto che alcuni gruppi di ricerca si vedono costretti a effettuare revisioni sistematiche delle revisioni sistematiche. Sempre con Umberto Eco, osserviamo che, oggi, la possibilità di avere per ogni argomento una bibliografia potenziale di diecimila titoli rischia di paralizzarci. Ci troviamo infatti nelle stesse condizioni di Funes El Memorioso, personaggio di Jorge Luis Borges, condannato a un’illimitata conoscenza composta principalmente da dettagli inutili e poco rilevanti, che nel nostro caso ostacolano le interazioni tra ricercatori e tra questi e la comunità. Funes, lo ricordiamo, tratteneva le informazioni di «tutti i rami e i grappoli di un pergolato, la forma delle nuvole australi dell’alba del 30 aprile 1882, il tracciato della schiuma che un remo sollevò dal Rio Negro alla vigilia dell’impresa di Quebracho» (Borges, 1986, p. 102). Questa condizione conduce Ireneo Funes all’isolamento e, in seguito, all’incomunicabilità. Sorte paradossale, visto che Funes «Aveva imparato l’inglese, il francese, il portoghese, il latino» (p.105); Borges, tuttavia, ci ricorda «Sospetto, tuttavia, che non fosse molto capace di pensare. Nel mondo sovraccarico di Funes, non c’erano che dettagli, quasi immediati» (ibidem). Evidentemente c’è qualcosa che non funziona nella produzione e nel trasferimento della conoscenza tra generazioni di ricercatori, per non parlare delle difficoltà nella comunicazione della conoscenza tra scienza e società.
Che cosa sta succedendo? Cosa stiamo facendo? Questo, ci chiediamo.
«Dobbiamo fronteggiare una forza sconvolgente che ha invaso la scienza, l’ultimo bastione aveva finora resistito nel variegato mondo della comunicazione commerciale. Si tratta della competizione che una volta c’era in altri mestieri, ma non così forte come in quello accademico». Inizia così Il sapere come mestiere (2023), l’ultimo libro di Paolo Legrenzi e Carlo Umiltà. Le comunicazioni tra ricercatori si fanno sì più veloci e continuative (ci si sente più volte al giorno, tutti i giorni), ma allo stesso tempo meno pregnanti e precise e, in questo senso, esiste la possibilità affatto rara di “perdere pezzi per strada”, dovendo ritornare più volte sui medesimi passaggi.
La proliferazione delle riviste non favorisce la qualità della ricerca
Da qui, nel tempo, un drastico abbassamento della qualità anche delle riviste, le quali oltre ad essersi moltiplicate, si differenziano esplicitamente per campi disciplinari ma, implicitamente, anche in riviste per i lettori e riviste per gli autori. Distinzione significativa a cui Legrenzi e Umiltà dedicano diverse pagine. Gli autori raccontano che attorno alla seconda metà degli anni Sessanta, la rivista Perceptual and Motor Skills, inizia la transizione da rivista per i lettori a rivista per gli autori, registrando un abbassamento notevole e rapido del rejection rate. La nascita di questa divisione risale quindi a molto lontano, e sin dai primi tempi incontriamo riviste che esplicitano le loro intenzioni: «archiviare i risultati di ricerche che non avevano il compito di aumentare le conoscenze, a tutto vantaggio del lettore, bensì di rendere un servizio all’autore, attestando le sue competenze nell’ideare, pianificare ed eseguire ricerche» (Legrenzi & Umiltà, 2023, p. 102). Il costante aumento, negli ultimi sessant’anni, di questa particolare tipologia di pubblicazione riflette l’incremento di articoli che non apportano un reale contributo né all’avanzamento della conoscenza scientifica né al progresso sociale. Al massimo, tale beneficio si traduce in un vantaggio per la carriera del singolo ricercatore o nella maggiore visibilità dei lavori di un determinato gruppo, influenzando spesso (ma in modo meccanico) gli indici di citazione, che sono cruciali per il progresso professionale soprattutto di chi “appartiene” a discipline bibliometriche. Tuttavia, questo processo, con l’inizio della crisi legata alla ripetizione, replicazione e riproduzione, non permette più di mantenere entro livelli accettabili l'imprevedibilità e l'incontrollabilità di alcuni fenomeni. Di conseguenza, diventa difficile trasmettere alla società nuovi significati in grado di stabilire legami più forti tra scienza e cittadini, tra laboratori e comunità.
Recuperare il senso della lettura profonda e dello studio
Riteniamo fondamentale dedicare tutto il tempo necessario a ricerche teoriche e sperimentali per produrre lavori di alta qualità, e per questo serve una nuova attenzione al tempo della ricerca. Crediamo che essa debba mantenersi in equilibrio tra rigore e passione, piuttosto che essere guidata da fini utilitaristici. Sosteniamo inoltre una ricerca animata da una tensione disinteressata, orientata al bene di chi trarrà vantaggio dai risultati, sia teorici che sperimentali. È altrettanto importante avere il tempo di tornare a leggere e studiare articoli pubblicati in passato. L’originalità e il buon funzionamento devono essere bilanciati da un senso di continuità, coltivando un’identità di ricerca che si sviluppa anche attraverso il riesame del proprio lavoro. Produrre continuamente nuovi articoli e ricercare nuove posizioni contraddice l'essenza stessa delle scienze umane, basate su una sedimentazione profonda e una rivisitazione progressiva, a spirale - come ci ha insegnato Jerome S. Bruner (1988; 1992) - dove si torna continuamente sulle stesse questioni, affrontandole a livelli sempre più complessi, ossia continuamente tesi verso una transdisciplinarità.
Che fare? Una chiamata alla resistenza accademica
Secondo noi, è il momento di dare il là ad una resistenza, a tutti i livelli accademici. Ci auguriamo che questo scritto possa continuare attraverso la voce concorde e discorde di altri, colleghe e colleghi.
Bibliografia
Borges J.L. (1986). Finzioni. Milano, Adelphi.
Bruner J.S. (1988). La mente a più dimensioni. Bari-Roma, Laterza.
Bruner J.S. (1992). La ricerca del significato. Per una psicologia culturale. Torino, Bollati Boringhieri.
Legrenzi P. & Umiltà C. (2023). Il sapere come mestiere. Bologna, Il Mulino
Sitografia
Eco U. (2013). Perché le Università? Alma Mater Studiorum – Università degli Studi di Bologna. https://magazine.unibo.it › perche_le_universita
