Robotica Sociale in Ospedale: Professionalità Cura ed Educazione

Il robot sociale Nao

Il robot sociale Nao

 

 

Robotica Sociale in Ospedale: Professionalità Cura ed Educazione

La tecnologia non è neutra, ma dipende dalla qualità del contesto socioculturale in cui è inserita, emerge la necessità di costruire ambienti di fiducia e responsabilità allineate con valori umani affidabili.
di Maria Valentini
 

“Facciamo che tutto era possibile anche se avevo la bua?”Quando per la prima volta ho preso l’ascensore per arrivare al piano dell’Hospice Pediatrico di Padova, questa scritta, sullo sfondo fiabesco del cartello Make a Wish di Italia Onlus - Il potere di un Desiderio, non solo ha catturato la mia attenzione: mi ha fatto percepire la portata di senso del luogo in cui mi trovavo. Uno spazio in cui narrazioni di malattia, di dolore, addirittura di morte, si intersecano con la magia che solo cuori di bimbi sono in grado di creare. E che grazie alla cura autentica di famiglie e professionisti è possibile coltivare e alimentare, trasformando ferite in feritoie, in schiusure di possibilità inedite e concrete.

Durante quel viaggio nell’ascensore grigio, dinanzi alla scritta circondata da stelle e fate, mi sono sentita umile. Ho esperito intimamente come la ricerca sia innanzitutto, in modo prioritario e costitutivo, una sfida umana, un incontro di Volti in cui ci si scopre, grazie all’Altro, vulnerabili e immaturi, nel senso winnicottiano del termine.

Al contempo, ho riconosciuto l’appello alla responsabilità verso l’altrui vulnerabilità: una forza motrice di apertura, nella prospettiva e nel desiderio evasivi di un ex-ducere al servizio di un bene comune. Di far parte, anche se in minima misura, del gioco in cui “tutto era possibile, anche con la bua”.

Il contesto della ricerca

L’Hospice Pediatrico di Padova, diretto dalla professoressa Franca Benini, rappresenta una delle tre realtà ospedaliere inserite nello studio di caso multiplo del mio progetto di ricerca dottorale, che sto perseguendo con l’accompagnamento della professoressa Juliana Elisa Raffaghelli, del professor Tommaso Minerva e del professor Lino Rossi

Il focus di ricerca concerne la tecnologia emergente e in diffusione della robotica sociale nel delicato contesto della cura ospedaliera. In particolare, l’intento teleologico dello studio riconosce la necessità di esplorare criticamente implicazioni di carattere etico, educativo e formativo, ponendo al centro l’indagine sulle professionalità implicate in interventi di robotica sociale, e intercettando il fabbisogno formativo legato all’etica della buona cura e a un’agentività professionale in grado di rispondere in modo consapevole alle sfide relazionali che l’interazione uomo-tecnologia introduce.

Tecnologia e professionalità

A partire dal principio etico per cui la tecnologia non è neutra, ma dipende dalla qualità del contesto socioculturale in cui è inserita, emerge la necessità di costruire ambienti di fiducia e responsabilità allineate con valori umani affidabili. Un passo fondamentale in questa direzione è rimarcare l’attenzione e la cura verso la professionalità, che detiene un ruolo primario nella governance degli interventi di robotica sociale e assume un’incidenza indelebabile sull’impatto degli stessi.

Investire sulla formazione e sull’educazione dei professionisti significa partecipare attivamente alla co-costruzione di scelte consapevoli e collaborare all’edificazione di posture d’essere e pratiche virtuose che pongano sempre al centro la responsabilità, la dignità e l’autonomia umane. Inoltre, l’etica deve necessariamente legarsi alla dimensione educativa, nello spazio della relazione e della buona cura: una triangolazione sistemica che richiama la necessità di “aver cura di chi ha cura” ”, avanzando linee di ricerca che coinvolgano l’agentività professionale, l’educazione e la formazione in termini ampi e noetici di professional learning, e non solo di training tecnici.

Robotica sociale e relazione

Le scelte e le occasioni derivanti dall’assunzione di un’autentica buona cura rappresentano l’orizzonte di senso in cui si può innestare quel “tutto possibile” menzionato in apertura. Evadere da un approccio meramente prestazionale per riscoprire inedite vie di con-esserci significa raccogliere la sfida di ripensare il ruolo della tecnologia in un contesto umano profondamente sensibile. A maggior ragione, tale necessità diventa imprescindibile dinanzi a una tecnologia come la robotica sociale. Nonostante la complessità della sua definizione, la caratteristica distintiva trasversale risiede nella sua natura eminentemente relazionale.

Per dirlo con Domouchel e Damiano, la robotica sociale è progettata per integrarsi nel tessuto delle nostre relazioni, evidenziando come l’incidenza e l’impatto tecnologico pongano radici in qualcosa non solo di “importante”, ma di costitutivo e primario dal punto di vista esistenziale: “la vita si dà nella relazione, o ancora meglio, la vita è relazione” (Giaccardi & Magatti, 2024), e in tale prospettiva “la relazione non è prima di tutto ciò che ha luogo tra enti e individui già definiti, ma ciò che costituisce la condizione preindividuale del loro stesso esistere come enti e individui” (ibidem).

Robot sociali: forme e ruoli nell’ambito sanitario

I robot sociali, connotati da gradi diversi di autonomia e dotati di un corpo materiale che può assumere diverse forme estetiche (zoomorfiche, cartoon-like, antropomorfe, ecc.), possono ricoprire molteplici ruoli interattivi con l’essere umano in base alla cornice applicativa. Nella specificità dell’ambito sanitario, possono essere integrati nella relazione con i pazienti - specialmente pediatrici e geriatrici - in termini di mediazione, facilitazione, compagnia, coaching, supporto emotivo, comunicativo e distrattivo.

Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto in particolare, ho avuto l’occasione di assistere all’utilizzo del robot sociale NAO presso il Centro PASCIA del Policlinico di Modena. Sotto la direzione della professoressa Maria Grazia Modena il robot chiamato “Gino” ha il compito di intrattenere e distrarre pazienti pediatrici che rientrano nello spettro autistico per facilitare le procedure ambulatoriali cardiologiche: <Mentre la dott.ssa X parla con la madre del paziente, la dott.ssa Y presenta Gino – già presente e acceso nella stanza - al bambino. Nello specifico, la dott.ssa Y lascia la libertà al bambino di toccare con delicatezza il robot e di osservarlo da vicino. Seguendo la curiosità tattile e l’interesse del paziente, la dott.ssa Y chiede al robot di ‘battere cinque’ e, successivamente, di cantare la canzone "Il coccodrillo come fa" che il bimbo ama e di cui conosce i gesti>. L ’osservazione diretta non partecipante che ho condotto durante una visita cardiologica al centro PASCIA, sottolinea come l’approccio professionale gioca un ruolo cruciale nella mediazione tra il robot e il paziente. In questo caso, la capacità della dott.ssa Y di guidare l'interazione cogliendo l’interesse personale del bimbo dimostra l'indelegabilità dell'elemento umano nell'orchestrare le dinamiche relazionali nell’utilizzo della robotica sociale.

La terza realtà ospedaliera implicata nello studio mi ha portata, infine, a Parigi, presso l’Hôpital de jour du Centre André Boulloche. Anche in questo contesto, la direttrice Marie-Noëlle Clément, con l’equipe coordinata dal dottor Olivier Duris, utilizza NAO robot con pazienti pediatrici che rientrano nello spettro autistico. Nello specifico, il robot sociale presiede un ruolo di storyteller all’interno dell’“Atelier du Conte”, rientrando in un progetto annuale di sviluppo dell’autonomia dei bambini attraverso il racconto, con la mediazione e presenza costante di figure professionali interdisciplinari: psicologi, professionisti sanitari, educatori, insegnanti: “[…] Lavoriamo sempre con una pluralità di sguardi. Quindi lo sguardo dell’educatore non è lo stesso dello psicologo, dell’insegnante, e così via. Partecipare tutti insieme: questo permette ai professionisti di completarsi, di guardare tra di noi le pratiche che mettiamo a diposizione e utilizziamo, ma anche di osservare il bambino e farlo lavorare su aspetti diversi nello stesso contesto, con professionisti che hanno uno sguardo affinato sulla loro disciplina”. Le parole della direttrice Marie-Noëlle Clément evidenziano come, se da un lato la tecnologia può arricchire le possibili attività, dall’altro la qualità e il valore delle pratiche devono riconoscere l’autorialità agentiva delle persone coinvolte. Il robot sociale, in tal senso, viene inteso come strumento peculiare ed efficacie per accrescere opportunità e accessibilità ad interventi terapeutici personalizzati, ma la conditio sine qua non affinché ciò avvenga in una prospettiva etico-educativa di buona cura sono i professionisti. O meglio, la rete dei professionisti, tessuta da un intreccio di sguardi diversi, unici e al contempo uniti dal comune denominatore centrato sull’autonomia del paziente.

Aver cura di chi ha cura

Tali considerazioni pongono in evidenza il fatto che la direzionalità generale delle attuali ricerche volta alla valutazione di potenzialità e rischi della robotica sociale per esaminare l’efficacia tecnologica è certo utile, ma non sufficiente.  L’appello ad “aver cura di chi ha cura”, riconoscendo i professionisti che si occupano di tali interventi essere umano – robot, valorizzando l’apporto che l’approccio eminentemente educativo può portare e ponendo attenzione sulla co-costruzione di percorsi formativi specifici, risulta un richiamo che non può essere ignorato. Soprattutto, all’interno del contesto ospedaliero, in cui il concetto di cura travalica i confini terapeutici per approdare in uno spazio bio-psico-sociale ed etico-pedagogico, in cui la relazione educativa acquista un ruolo centrale.

Riflessioni e conclusione

Durante il viaggio in aereo, di ritorno da Parigi, mi sono trovata a ripercorrere i corridoi degli ospedali in cui, in punta di piedi, ho avuto l’opportunità di accedere. I muri costellati di disegni colorati e le voci dei bambini, nelle sale dell’Hôpital de jour du Centre André Boulloche; il setting accuratamente preparato con la posizione centrale del robot “Gino” nell’ambulatorio del Policlinico di Modena; il robot sociale OHMNI che, con un cuore rosso di peluche attaccato allo stelo, si muoveva nelle stanze dei pazienti per condurre, in virtù del collegamento a distanza con una professionista, colloqui psicologici. Soprattutto, ho rivisto i volti dei professionisti, dei familiari e dei piccoli pazienti che ho incontrato: storie di vita che, ancora una volta, mi hanno fatto percepire profondamente come in primis la ricerca denoti una sfida umana e umanizzante; un appello che chiede risposte di cura autentica, aperta a scoprire e accogliere con senso critico possibilità inedite.

Si tratta di navigare le rapide della complessità, per utilizzare una metafora di Roberto Poli (2019), mantenendo la rotta verso l’edificazione di una società che non solo funzioni, ma che ponga sempre al centro l’irriducibilità dell’esistere. Ancora, citando Jen Ross (2016), significa esplorare e avventurarsi nello spazio del “non ancora”, assumendo il concetto di limen come soglia aperta a scenari di bene, virtuosi e possibili… “anche con la bua”.

“Una mia riflessione personale: nel momento in cui qualcosa, che sia una tecnologia, che sia un progetto, lascia spazio a pensieri di ulteriori possibilità e sogni, probabilmente significa che funziona”. Queste parole, estrapolate dall’intervista alla professoressa Benini dell’Hospice Pediatrico di Padova, racchiudono un significato profondo, che trasversalmente accompagna il progetto di ricerca e la riflessione critica sulla robotica sociale: pensieri-azioni di buona cura sono quelli che non chiudono, ma schiudono; non inaridiscono, ma sollecitano creatività e immaginazione; non evadono il dolore, ma sono trasformativi; non si appiattiscono su “ciò che funziona” (Ross, 2016), ma sono germinativi di grandi sogni.

Maria Valentini, pedagogista, dottoranda di ricerca LESDIT presso Unipd e assistente docente presso IUSVE

 

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