
Copertina ed autore
"Io, Noi, Loro": Tecnologia, Identità e il Futuro delle Relazioni Umane
Il nuovo libro del Prof. Giuseppe Riva incentrato sulle relazioni interpersonali, con una particolare attenzione al mondo degli adolescenti e al loro rapporto con i social media
di Federico Ruggiero
Io, noi, loro è il nuovo libro del Prof. Giuseppe Riva incentrato sulle relazioni interpersonali, con una particolare attenzione al mondo degli adolescenti e al loro rapporto con i social media. Riva intende ripercorrere i tre livelli della nostra identità sociale con un duplice obiettivo. Da un lato, smontare la narrazione deterministica secondo cui l’evoluzione tecnologica avrebbe un effetto univocamente negativo sulle relazioni umane. Nei mesi scorsi, il libro “La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli” dello psicologo Jonathan Haidt ha destato molto clamore presso l’opinione pubblica per le sue posizioni forti e spesso criticate. Secondo Haidt, la causa dell’aumento dei tassi di suicidio, autolesionismo, depressione e ansia tra i giovani sarebbe riconducibile agli smartphone e alle tecnologie digitali in generale. Tuttavia, queste tesi sono state spesso smontate da studiosi come Vittorio Gallese (newsletter Moredigital "Adolescenti, Smartphone e Social Media, i dati in-fondati di Haidt") e, anzi, uno studio condotto da Steinsbekk (et al., 2024) ha rilevato una correlazione positiva tra l’utilizzo dei social media e il tempo trascorso con gli amici di persona.
Dall’altro lato, il libro di Riva intende analizzare criticamente i meccanismi con cui i social media e la tecnologia stanno trasformando il nostro senso di appartenenza sociale e le modalità con cui interagiamo con gli altri (le nostre relazioni interpersonali).
Cos’è il Noi?
È fondamentale tenere in considerazione il fatto che l’esistenza umana non può prescindere dall’esperienza del noi e dalla socialità. Studi scientifici hanno dimostrato che la creazione di solide reti di supporto sociale migliori la gestione delle emozioni negative, riduca il rischio di sviluppare disturbi mentali (Berkman, 1984; Schaefer et al., 1981) e migliori il nostro benessere complessivo (Elizabeth et al., 2021). Questa “modalità noi” trova terreno fertile nelle comunità, un tessuto sociale caratterizzato da legami, amicizie profonde, valori condivisi e un senso di identità collettiva. Sono proprio le comunità ad agire come una rete di sicurezza emotiva, come catalizzatori per la crescita personale, capaci di potenziare l’azione collettiva e a plasmare la nostra identità sociale e il senso di appartenenza.
È opportuno mettere in luce anche gli aspetti critici dell’essere noi. Il passaggio dall’Io al Noi implica in qualche modo una modifica al nostro essere Io col rischio di cancellarlo (conformità sociale, perdita di individualità): l’identificazione con un gruppo può influenzare pesantemente le nostre azioni, facendoci accettare comportamenti che, come individui, non approveremmo mai. Questa distinzione che viene a crearsi tra noi e loro, e la relativa pressione a conformarsi, potrebbe farci perdere empatia e guidarci a compiere azioni secondo le norme del gruppo anche se queste dovessero andare contro i nostri principi morali. Infine, può accadere che l’apprezzamento del proprio gruppo sfoci in un senso di superiorità portandoci ad aiutare “chi è come noi”, attuando quindi delle vere e proprio discriminazioni finendo per etichettarli come “Loro” (il nemico).
Ecco che secondo Riva, la sfida è quella di riuscire a mantenere un equilibrio tale da garantire sia il nostro bisogno di appartenenza a un gruppo sia la nostra autonomia individuale.
Come possiamo essere all'epoca dei social media?
Secondo Riva, come prima cosa bisogna inquadrare i social media e comprenderne le influenze, partendo dal presupposto che essi siano i responsabili della creazione di un nuovo brainframe che sta modificando il modo in cui gestiamo la nostra identità e le nostre relazioni. I social media non sono semplicemente delle piattaforme di comunicazione e di condivisione di contenuti ma permettono anche di gestire la nostra identità digitale (come ci presentiamo, la nostra immagine pubblica, i contenuti che condividiamo) e la nostra rete sociale (come interagiamo e con quali gruppi) definendo un nuovo spazio sociale che collega quello fisico e quello digitale (uno spazio sociale ibrido chiamato “interrealtà” da Riva, 2012 oppure “onlife” da Floridi, 2014). Secondo l’autore, in questo contesto la modalità Noi lascia il posto alla modalità Io in una continua ricerca di attenzioni, frammentazione sociale e superficialità delle relazioni.
Fortunatamente, anche nei contesti digitali esistono le comunità, che però presentano dinamiche molto differenti da quelle che avvengono all’interno delle comunità fisiche. Se in quelle fisiche gli individui sono accumunati dalla condivisione di un luogo fisico, in quelle digitali la comunità si forma per condivisione di interessi comuni, di fatto dei gruppi di “uguali”. Il common ground che si viene a formare nelle comunità fisiche garantisce una corretta gestione delle diversità individuali a differenza di quello prodotto dalle comunità online
Nel contesto virtuale, la corporeità e l'immediatezza dell'interazione fisica vengono rimpiazzate da una rappresentazione del sé mediata, selezionata e frammentata. Questa trasformazione incide profondamente sui processi cognitivi che emergono dall’incontro tra individui, influenzando, tra le altre cose, l'attivazione della modalità-noi, ovvero la capacità di percepirsi come parte di un'entità collettiva. Per ovviare alla mancanza della presenza fisica, le comunità digitali possono vantare due strumenti: il contagio emotivo e la conformità sociale. Un ulteriore aspetto da tenere in considerazione riguarda il ruolo dei processi neurobiologici legati all’esperienza dei luoghi: le piattaforme digitali non vengono percepite dal nostro cervello come luoghi, di conseguenza i neuroni GPS non sono attivati. Inoltre, i meccanismi neurobiologici legati alla sincronia personale attivi nelle comunità fisiche, non sono presenti nelle comunità digitali, limitando la profondità e l’autenticità delle relazioni.
Infine, la distribuzione del capitale sociale è profondamente diversa. Se nelle comunità fisiche questa avviene in modo uniforme, al contrario avviene nelle comunità digitali in cui il capitale sociale si concentra nelle mani di pochi individui, gli influencer. Non solo, ma il vantaggio cumulativo iniziale giocherebbe un ruolo chiave per rafforzare il proprio dominio e nel rafforzare le disuguaglianze. Il risultato sono relazioni più fragili e superficiali rispetto a quelle create nel mondo reale.
I social media come influenzano la costruzione dell’identità?
I social media come Instagram e TikTok permettono ai giovani di sperimentare nuove identità e stili di vita e di avvicinarsi a comunità digitali confacenti ai propri interessi (es. comunità di videogiocatori). Queste opportunità devono scontrarsi con importanti limitazioni come il rischio di ricadere in “camere d’eco”, circondati solo da individui simili a se stessi e con le stesse convinzioni, oppure il rischio di ritrovarsi “intrappolati” in una costante ricerca di validazione personale (ricerca di follower e di consenso), oppure il rischio a venire stimolati sotto una pressione costante.
Il risultato è che chi vive prevalentemente nelle comunità digitali rischia di sentirsi profondamente solo (Riva et al., 2024) e questa solitudine sta prendendo le sembianze di una vera e propria epidemia visti i numeri impressionanti. Se nelle comunità fisiche le emozioni negative e i problemi personali trovano spazio, lo stesso non si può dire nelle comunità digitali in cui la possibilità di aprirsi con altri è limitata. Essendo la solitudine contagiosa, i social media rischiano di amplificare questo sentimento.
Fortunatamente, è possibile limitare i danni tramite fattori come la resilienza emotiva e le competenze sociali senza demonizzare la tecnologia ma imparando a padroneggiandola e usandola consapevolmente per rafforzare i nostri legami e sfruttarla come un ponte verso il mondo.
L’avvento dell’Intelligenza Artificiale
Da quando, nel novembre 2022, Open AI ha lanciato sul mercato uno strumento di Intelligenza Artificiale generativa, Chat-GPT, progettata per generare testo in modo naturale, siamo stati invasi da chatbot, assistenti digitali di diverso tipo e probabilmente non passa un giorno senza che non sentiamo parlare di questi strumenti da qualcuno vicino a noi. Nell’ultimo capitolo del libro, Riva prova a chiarire alcuni aspetti di questa tecnologia. Per quanto questi chatbot sembrino intelligenti e reattivi, non possono essere considerati “machina sapiens” perché il loro modo di comunicare e di costruire significati è molto diverso dal nostro. Il processo di costruzione di significati dell’essere umano è spesso originato dall’esperienza mentre i chatbot non sono in grado di fare esperienze dirette di alcun tipo ma rielaborano contenuti su cui sono stati addestrati. Noi essere umani abbiamo la facoltà di decidere cosa, quando e perché comunicare mentre i chatbot non hanno questa facoltà e tendono a rispondere a qualsiasi domanda, anche a quelle più pericolose. Infine, è bene sottolineare come questi chatbot non possano contare su un corpo fisico con la conseguenza che le espressioni facciali e il linguaggio del corpo andando a “indebolire” il discorso.
Da tutto questo discorso ne consegue che il concetto di empatia, fondamentale per costruire legami autentici, svanisce quando si conversa con i chatbot. Non solo, ma c’è il rischio che si crei un falso senso di empatia e di amicizia che potrebbe distorcere la percezione delle nostre relazioni autentiche e, addirittura, portarci a preferire queste relazioni rispetto alle relazioni umane (complesse e imprevedibili). Secondo Riva, c’è il rischio che l’utilizzo dei chatbot possa impoverire ulteriormente la modalità-Noi, privandoci delle esperienze ricche e complesse che caratterizzano le relazioni umane.
Per un'analisi critica
Nell’epilogo, l’autore propone una visione critica ma non catastrofica del rapporto tra tecnologie digitali e relazioni umane. Contrariamente a molte narrazioni distopiche, Riva sostiene che non sono i social media o l’IA in sé a distruggere il tessuto sociale, ma il modo in cui vengono progettati e utilizzati. Respinge le soluzioni drastiche, come il divieto totale di social media ai più giovani, e propone invece un approccio educativo basato sulla consapevolezza e sulla responsabilità, magari attraverso strumenti come un ipotetico patentino dei social media. Anche modalità-Noi attraverso le comunità può affrontare queste sfide di educazione digitale.
Il futuro sarà ibrido, intrecciando dimensioni fisiche e digitali, ma sta a noi modellarlo affinché la tecnologia non sostituisca, bensì amplifichi la nostra umanità condivisa.
Bibliografia
Berkman, L. F. (1984). Assessing the physical health effects of social networks and social support. Annual review of public health, 5(1), 413-432.
Elizabeth, A. Y., & Chang, E. C. (2021). Relational meaning in life as a predictor of interpersonal well-being: A prospective analysis. Personality and individual differences, 168, 110377.
Floridi, L. (2014). The Fourth Revolution: How the infosphere is reshaping human reality. Oxford University Press
Riva, G. (2012). Psicologia dei nuovi media. Azione, presenza, identità e relazioni.
Riva, G., Wiederhold, B. K., & Mantovani, F. (2024). The Disembodied Disconnect Hypothesis: How Online Interactions Undermine Neurobiological Foundations of Social Cohesion. Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking, 27(10), 680-682.
Schaefer, C., Coyne, J. C., & Lazarus, R. S. (1981). The health-related functions of social support. Journal of behavioral medicine, 4(4), 381-406.
Steinsbekk, S., Bjørklund, O., Valkenburg, P., Nesi, J., & Wichstrøm, L. (2024). The new social landscape: Relationships among social media use, social skills, and offline friendships from age 10–18 years. Computers in Human Behavior, 156, 108235.