La trilogia di Cristianini e il viaggio nella "mente" delle macchine

la trilogia AI di Cristianini

la trilogia AI di Cristianini

 

 

La trilogia di Cristianini e il viaggio nella "mente" delle macchine

"Sovrumano" chiude la trilogia dedicata alla rivoluzione dell’AI di Nello Cristianini, professore di intelligenza artificiale all’Università di Bath
di Pina Debbi
 

Con Sovrumano, Nello Cristianini, professore di intelligenza artificiale all’Università di Bath, chiude la trilogia dedicata alla rivoluzione dell’AI. Un lavoro iniziato con La scorciatoia, indispensabile per comprendere come si è arrivati agli LLM e come funzionano apprendimento automatico e analisi del linguaggio, e proseguito con Machina Sapiens, che ci ha svelato come operano le macchine intelligenti come ChatGPT, capaci di svolgere compiti che sono andati molto oltre le intenzioni iniziali dei loro creatori.

Se il punto di partenza di queste due opere era lo stesso di Turing, ovvero "le macchine possono pensare?", con Sovrumano il professore si spinge oltre: tenta di fermare, almeno per il tempo della lettura, la velocità impressionante con la quale l’intelligenza artificiale generativa sta evolvendo e ne analizza i passaggi. Le domande della ricerca di Cristianini sono cambiate: dall’intelligenza ci si sposta alla possibilità di eguagliare l’umano, se non addirittura superarlo.

Macchine e umani: non una competizione, ma una coesistenza

Sovrumano, però, al di là del titolo e dell’apparenza, non pone l’uomo in opposizione alla macchina. Non è il risultato di una competizione per la supremazia dell’uno sull’altro, ma un’esplorazione delle potenzialità e dei limiti sia degli esseri umani che delle macchine, che, grazie all’apprendimento automatico, diventano sempre più autonome.

Cristianini evita gli scenari distopici da film di fantascienza, concentrandosi invece su un altro grande tema: comprendere noi stessi attraverso il confronto con l’AI. Il grande pregio del testo sta proprio nel tentativo di offrire al lettore una migliore comprensione del rapporto tra “noi” e “loro”, preparandoci a un futuro in cui coopereremo con le macchine invece di temerle.

La questione della superiorità dell’IA

La possibilità concreta che le macchine diventino più “intelligenti” è all’orizzonte, anche se bisogna ricordare che il termine intelligenza non trova una definizione univoca tra i diversi settori disciplinari. Lo stesso Geoffrey Hinton, uno dei padri delle reti neurali, ha recentemente affermato che la nostra è l’ultima generazione a chiedersi se le macchine ci supereranno. Non a caso, ha espresso preoccupazione per un utilizzo sconsiderato dell’intelligenza artificiale, al punto da lasciare Google per dedicarsi interamente allo studio dei rischi legati a questi sviluppi.

Le macchine, ci ricorda Cristianini, ci hanno già superato in settori specifici, come la diagnostica medica (con la lettura delle mammografie) e il calcolo della struttura delle proteine. Ma questo significa che l’IA è destinata a un dominio completo?

Come classificare l'IA

Cristianini distingue le tre categorie principali di intelligenza artificiale, fondamentali per comprendere a che punto siamo nel confronto tra uomo e macchina, la prima è già tra noi da tempo ed è l'Intelligenza Artificiale Ristretta (ANI), specializzata in compiti specifici. Non ha capacità generaliste e non può apprendere da sola fuori dal proprio dominio, come AlphaGo, i software di riconoscimento facciale, i modelli di traduzione automatica. La seconda è l' Intelligenza Artificiale Generale (AGI) capace di apprendere e adattarsi a qualsiasi compito cognitivo umano per sviluppare macchine che possano risolvere problemi nuovi senza essere state programmate esplicitamente per farlo, ancora non esiste, ma è il grande traguardo dei ricercatori. L'ultima possibilità è l' Intelligenza Artificiale Sovrumana (ASI), un’ipotesi futuristica di un’IA che supererebbe l’intelligenza umana in tutti gli ambiti, inclusa la creatività, la risoluzione dei problemi e persino l’innovazione scientifica. Se realizzata, potrebbe accelerare la scoperta scientifica, risolvere problemi complessi, ma anche sfuggire al nostro controllo.

L’uomo e la riluttanza a riconoscere la superiorità delle macchine

C’è qualcosa di profondamente umano nel cercare una zona di conforto, un confine rassicurante che ci separi dalle macchine. Ogni volta che la tecnologia ha fatto un salto in avanti, ci siamo aggrappati a un’idea di unicità, a una sorta di ultima roccaforte che le macchine non potranno mai violare. Abbiamo costruito, nel tempo, un insieme di abilità esclusive, qualità che riteniamo irriproducibili, come la creatività, l’intuizione, l’adattabilità. Ma queste convinzioni si sono incrinate più volte.

Pensiamo al caso di AlphaGo, il software sviluppato da DeepMind che nel 2016 sconfisse il campione del mondo Lee Sedol nel gioco del Go, un gioco antico, basato sulla strategia, sulla capacità di leggere il proprio avversario, sulla sensibilità per l’equilibrio della partita. Per decenni si era creduto che il Go fosse troppo complesso per una macchina, che fosse un gioco dominato da un’intelligenza quasi poetica, inaccessibile alla logica dei computer. Eppure, AlphaGo giocò una partita che lasciò sgomenti non solo i tecnici, ma gli stessi campioni umani. Fece mosse inaspettate, creative, quasi controintuitive, ma che alla fine si rivelarono geniali.

Lee Sedol, il miglior giocatore della storia, abbandonò le competizioni poco dopo quella sconfitta. Non perché il gioco avesse perso fascino, ma perché era diventato, suo malgrado, l'uomo che aveva segnato un punto di non ritorno: se una macchina può giocare meglio di me, qual è il senso di competere?

La stessa dinamica si ripete ogni volta che l’intelligenza artificiale infrange un nuovo limite. Ci siamo detti che le macchine non avrebbero mai superato gli esseri umani nella visione medica, e poi abbiamo visto i sistemi di IA diagnosticare con maggiore accuratezza le mammografie e prevedere la forma delle proteine, scoprendo modelli nascosti che la mente umana non era stata in grado di cogliere. Ci siamo detti che l’intelligenza artificiale non avrebbe mai potuto comprendere il linguaggio, e poi abbiamo visto i modelli generativi scrivere, tradurre, argomentare, a volte con una tale fluidità da confondersi con un essere umano.

E ogni volta che una macchina supera una nuova soglia, invece di accettare il suo avanzamento, noi spostiamo l’asticella. Se vince nel Go, diciamo che non capisce il significato del gioco. Se scrive, diciamo che non prova emozioni. Se diagnostica un tumore meglio di un medico, diciamo che non ha intuito clinico.

Cristianini osserva questa riluttanza con sguardo lucido: non si tratta solo di paura del cambiamento, ma di una resistenza profonda, radicata nel modo in cui abbiamo sempre concepito l’intelligenza. Per secoli, abbiamo pensato a noi stessi come l’unica specie capace di ragionare, creare, immaginare il futuro. L’idea che un insieme di algoritmi possa fare lo stesso – o forse meglio – ci destabilizza.

Un atteggiamento che si ripete nel tempo

Ma questa reazione non è nuova. Quando la calcolatrice divenne di uso comune, ci furono accese discussioni su come avrebbe compromesso la capacità degli studenti di fare calcoli a mente. Quando i primi computer iniziarono a scrivere articoli finanziari, si disse che non avrebbero mai colto la complessità del linguaggio umano. Ogni innovazione tecnologica porta con sé un confine da ridefinire, e spesso lo facciamo con riluttanza, cercando di proteggere quell’idea di eccezionalità che ci distingue dalle macchine.

Eppure, accettare questa superiorità non significa necessariamente perderci, ma implica una ridefinizione del nostro ruolo. Se oggi una macchina può scoprire una nuova proteina, significa che possiamo curare più malattie. Se può catalogare dati medici meglio di un essere umano, significa che possiamo accelerare la ricerca. Cristianini chiude il libro con una riflessione fondamentale: come possiamo condividere il mondo con macchine più intelligenti di noi? Se l’ASI dovesse diventare realtà, non sarebbe solo un cambio di paradigma tecnologico, ma un vero e proprio evento epocale nella storia umana, e anche se le macchine dovessero diventare superiori sul piano cognitivo, non avranno mai coscienza, emozioni, libero arbitrio. Noi umani dobbiamo imparare ad abbracciare la possibiltà di essere "inferiori" superando un ostacolo più grande della tecnologia stessa, il nostro profondo orgoglio di specie.