Calvino e Del Giudice
Ascoltare il futuro: due romanzieri e la scrittura come interfaccia
Sono passati quarant’anni dalle Lezioni americane, mai completate. E quarant’anni da Atlante occidentale, tra i primi tentativi di far dialogare la letteratura con gli acceleratori di particelle. Ma cosa sono oggi queste due opere? Continuano a inter
di Enrico Orsenigo
1980
I tasti di una macchina da scrivere scandiscono parole enigmatiche: sto pensando alla «letteratura come a un sistema di moltiplicazione dei possibili per esorcizzare la tragicità dell’unicità». Pochi giorni dopo, quelle parole raggiungono un giovane ancora ignaro del capolavoro che lo attende.
Il mittente è Italo Calvino.
Il destinatario è Daniele Del Giudice.
Calvino ha appena pubblicato Se una notte d’inverno un viaggiatore, un labirinto sperimentale, infinito nella sua finitezza. Del Giudice, invece, è attratto dalle traiettorie invisibili del volo, dai misteri del CERN di Ginevra, e da quel punto di contatto inaspettato tra letteratura e scienze esatte.
Due menti che si sfiorano, in un momento preciso e delicato della storia.
1984
Una comunicazione giunge a casa Calvino: Harvard, e in particolare le Norton Lectures, ha il piacere di invitare Italo Calvino a tenere un ciclo di lezioni per l’anno accademico 1985-1986. Calvino accetta con entusiasmo e inizia a scrivere cinque lezioni, ciascuna dedicata a un concetto: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità. Alla moglie confida che la sesta lezione è soltanto abbozzata: intende completarla una volta giunto in America. Il punto di partenza sarà Bartleby lo scrivano di Herman Melville, il titolo previsto è Consistency, nel senso di coerenza.La prima lezione – oggi trattata troppo spesso con noncuranza – racchiude una domanda implicita che continua a risuonare con forza. Considerato che «la seconda rivoluzione industriale non si presenta come la prima con immagini schiaccianti quali presse di laminatoi o colate d’acciaio, ma come bits d’un flusso d’informazione che corre sui circuiti sotto forma d’impulsi elettronici» e che «le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bits senza peso», non sarà forse necessario, nel XXI secolo, educare il pensiero a pensare in termini di entità sottilissime?
1985
Calvino muore a Siena, senza riuscire a tenere le sue Lezioni americane. Nello stesso anno, Del Giudice pubblica Atlante occidentale, un romanzo che sembra raccogliere quel filo interrotto, portandolo altrove. Due protagonisti: Ira Epstein, anziano scrittore, e Pietro Brahe, fisico teorico. Atlante occidentale è un laboratorio narrativo dove scrittura e ricerca scientifica si osservano, si sfiorano, si interrogano. La letteratura non è più solo rappresentazione, ma un dispositivo per misurare l’invisibile, come un rivelatore di particelle, come un sismografo direbbe Claudio Magris. Un sistema di moltiplicazione dei possibili a influenza diretta sulla vita quotidiana; un sistema a permutazioni singole: Gustave Flaubert può anche aver ritratto con precisione Madame Bovary, ma dentro di me, dopo averla incontrata, lei ha un cappello giallo e una ruga sul labbro sinistro – proprio lì dove Flaubert tace.
La parola scritta, l’alfabeto stesso, viene risignificato: da codice espressivo a strumento di conoscenza, da forma chiusa a campo aperto di forze. Il romanzo diventa un luogo in cui la tecnologia – non solo come macchina, ma come pensiero che si fa strumento – entra nella letteratura, non per sostituirla, ma per ampliarne le possibilità.
A questo punto la domanda resta sospesa: non sarà forse necessario, nel XXI secolo, un linguaggio capace di attraversare insieme materia e senso, numeri e immagini, scienza e racconto? Anzi, di più: materiasenso, numeroimmagine, scienzaracconto.
2023
Daniele Del Giudice è morto da due anni, Italo Calvino da 38. Einaudi pubblica Del narrare, a cura di Enzo Rammairone: si tratta di una raccolta di saggi di Del Giudice, all’interno di questi ci sono alcune pagine molto importanti sulla rivoluzione tecnologia, sul senso del digitale nella vita dell’essere umano e sulle possibilità di raccontare queste trasformazioni.
In questa raccolta ci sono due pagine nelle quali Del Giudice mette a punto la sua idea di connessione tra letteratura, alfabeto, linguaggio, computer e digitale:
Corpo e oggetti. Corpo, oggetti e alfabeti. Il software, da tempo, è concepito come object oriented. Per questa sua intenzione di oggettualità, di solidità, potremmo dire che il software, inteso come “oggetto”, diventa a suo modo hardware, rendendo più sfumata tale distinzione. Questo documento è un oggetto. Il cestino del desktop nel quale potrei gettarlo è un oggetto. La scheda video, che compare come icona nei controlli del sistema operativo col quale sto scrivendo, è anch’essa un oggetto; di sostanza diversa, ma concettualmente “oggettosa” come la scheda video fisicamente oggetto che all’interno del case del computer rende per me visibili le lettere degli archivi che vado scrivendo. Cestino, cartelline, icona della scheda video, sono oggetti fatti di alfabeti: la loro forma, la loro presenza di “oggetto”, la loro sostanza è quella di segni alfanumerici combinati, alfabeti appunto. È la prima volta che gli oggetti sono fatti di alfabeti, sfumando così l’antica distinzione tra nomina e res. L’alfabeto con cui redigo questi archivi ha un supporto; non cartaceo, ma nemmeno semplicemente “elettronico”. Il suo supporto è il linguaggio macchina, alfanumerico, anch’esso un alfabeto. Lettere appoggiate sopra lettere, lettere sorrette da lettere. C’è dunque un alfabeto per me privo di senso comune che uso per sperimentare, per descrivere mediante un alfabeto di significato, quel che sta cambiando, almeno un po’, nel senso comune degli oggetti, del corpo, e degli alfabeti. (2024, pp. 222-223)
2025
Sono passati quarant’anni dalle Lezioni americane, mai completate. E quarant’anni da Atlante occidentale, tra i primi tentativi di far dialogare la letteratura con gli acceleratori di particelle. Ma cosa sono oggi queste due opere? Continuano a interrogarci, a spingerci a pensare? Nonostante provengano da un’epoca che non ci è più vicina, si insinuano ancora – come nebbia che filtra sotto la porta – nel nostro presente. Sono messaggeri del futuro, arrivati dal passato.
Ci sono scrittori che hanno anticipato il nostro rapporto con il digitale. Scrittori che non hanno vissuto l’era delle piattaforme, ma che possedevano una qualità oggi sempre più rara: sapevano connettere i punti tra i fenomeni, osservare con attenzione le relazioni tra le cose del mondo. Non erano veggenti, semplicemente guardavano. Si concedevano il tempo di restare in ascolto, raccolti, contemplativi.
Ora tocca a noi: raccogliere quelle bottiglie lanciate in mare, tra il rumore della marea di pubblicazioni scientifiche e il flusso incessante della cultura di consumo.
Riferimenti bibliografici
Calvino I. (1967). Cibernetica e fantasmi. In Appunti sulla narrativa come processo combinatorio, «Nuova Corrente», n. 46-47, 1968.
Calvino I. (1979). Se una notte d’inverno un viaggiatore, Torino, Einaudi.
Calvino I. (1980). Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Torino, Einaudi.
Calvino I. (1988). Lezioni americane. Sei proposte per il nuovo millennio, Milano, Garzanti.
Del Giudice D. (1985). Atlante occidentale, Torino, Einaudi.
Del Giudice D. (2013). In questa luce, Torino, Einaudi.
