Il futuro del giornalismo: scenari, tensioni e visioni nell'era dell'IA, dopo Yokohama

"the future of news" al CHI2025

 

 

Il futuro del giornalismo: scenari, tensioni e visioni nell'era dell'IA, dopo Yokohama

L'esperienza al workshop "The Future of the News", organizzato all’interno di CHI2025, la più importante conferenza sull’interazione computer-umano
di Pina Debbi
 

La prima e unica volta che avevo visitato il Giappone era stato al termine delle Olimpiadi di Seoul, nel 1988, un anno per me magico: ero una giovane praticante giornalista per Telemontecarlo, l’allora tv dello sport, e nel giro di pochi mesi ero stata una delle rarissime donne (per la tv, solo io e Donatella Scarnati, se la memoria non mi inganna) inviate per raccontare gli Europei di calcio, in Germania. Ricordo l’arrivo traumatico a Tokyo, la mattina, due o tre ore trascorse tra aeroporto e un’affollata metropolitana e la fuga verso Kyoto.

Un workshop inaspettato

Due mesi fa, seguendo su LinkedIn Nicholas Diakopoulos uno dei primi ad occuparsi di Intelligenza Artificiale e giornalismo, con il suo testo “Automating the News”, ho letto che ci si poteva candidare per partecipare al workshop The Future of the News,organizzato all’interno di CHI2025, la più importante conferenza sull’interazione computer-umano.

Così, più per sfidarmi e mettermi alla prova, ho mandato uno studio parte della mia futura tesi di dottorato che riguarda l’impatto dell’Intelligenza Artificiale generativa sul giornalismo italiano.

Insomma, per farla breve, il mio contributo “Generative AI as a Cognitive Extension for Journalists: Navigating Innovation, Integrity and News Literacies” è stato ammesso al laboratorio e non ci ho pensato due volte. Mi sono organizzata il viaggio (data l’età e la posizione sono... senza borsa) e mi sono recata a Yokohama.

Emozioni familiari

L’ho presa un po’ alla larga perché ritrovarmi in fila per l’accredito, all’apertura, in mezzo a centinaia di giovani ricercatrici e ricercatori e giovani docenti universitari (solo nel mio laboratorio ce n’erano un paio che avevano appena 40 anni e già di ruolo) mi ha fatto rivivere quell’atmosfera di 38 anni prima, con la stessa emozione e un entusiasmo simile. Posso tradurlo citando la letteratura scientifica: la motivazione intrinseca è una spinta forte per l’apprendimento e non solo.

Il mio contributo

Il mio lavoro è stato selezionato insieme ad altri 18 spunti di ricerca molto interessanti che troverete descritti in poche righe al termine di questa newsletter, (se volete leggerli per intero cliccate questo link)

Ho descritto la realtà italiana: mentre a livello globale l’intelligenza artificiale generativa (Gen AI) viene integrata nei flussi di lavoro per automatizzare attività quali trascrizione, sintesi, generazione di titoli, personalizzazione dei contenuti tra i diversi media, da noi c’è una sorta di tregua silenziosa tra editori e sindacati da una parte, mentre dall’altra ci sono esperimenti come Il Foglio, che per 4 settimane ha pubblicato un inserto di 4 pagine completamente generato da AI su prompt dei giornalisti, o Forbes Italia con un TG fatto con l'Intelligenza artificiale generativa e condotto da un avatar.

Il dibattito internazionale pone l'accento sulla produttività, sull'efficienza nella ricerca, produzione e distribuzione delle notizie e sulla necessità di alfabetizzazione all'IA; in Italia vige la cautela. I singoli giornalisti con ampie competenze digitali che stanno esplorando e sperimentando in modo sempre più informale l'IA generativa invece vanno oltre, conoscono sempre più gli LLM e arrivano a considerarli un vero e proprio partner cognitivo.

Una vecchia idea può essere una buona idea per Geoffrey Hinton, padre delle reti neurali e vincitore del Premio Nobel per la Fisica 2024. Io mi sono detta: una vecchia teoria è sempre una buona teoria, e così, rispolverando la teoria dei media di McLuhan, la mia ricerca concettualizza la Gen AI come un nuovo mezzo che può favorire apprendimento e creatività. Attraverso un'analisi qualitativa condotta con 15 interviste semi-strutturate con giornalisti che utilizzano l'IA generativa da almeno un anno (e quindi con una solida AI Literacy), i risultati mostrano che questa tecnologia può aiutare e accelerare l’apprendimento, favorire nuove connessioni, in particolare quando viene utilizzata come strumento dialogico che può stimolare indirettamente insight e creatività e restituire percorsi originali al giornalismo. Guidata dall'etica editoriale e da flussi di lavoro personalizzati, e non solo come strumento di automazione in nome della produttività, la "Gen AI" può diventare quella che McLuhan definirebbe una vera e propria estensione cognitiva del giornalista. Lo sfondo è ovviamente un utilizzo etico e responsabile della tecnologia. In definitiva, i giornalisti con consapevolezza epistemica e responsabilità etica non si limitano a supervisionare il prodotto delle macchine, ma possono co-creare insieme e dar vita a un nuovo ambiente cognitivo. Macchina e umano, una relazione che può guardare alla Gen AI come opportunità per rafforzare l'autonomia editoriale. La prospettiva che ho descritto nel mio lavoro affronta anche una tensione critica nel giornalismo contemporaneo: il rischio di una crescente omogeneizzazione dei contenuti a causa dell'automazione e la trasformazione del giornalista in un supervisor delle notizie. Se la Gen AI semplifica i flussi di lavoro automatizzando compiti ripetitivi, come l'adattamento dei contenuti a vari formati e piattaforme, la crisi strutturale del giornalismo richiede una rinnovata attenzione alla qualità della narrazione e all'approfondimento.

Ora più che mai, le organizzazioni dei media devono distinguersi per originalità, profondità e coerenza editoriale. Sono convinta che il giornalista non può limitarsi a controllare, verificare gli output delle macchine ma deve poter mettere in campo il suo valore aggiunto. Il futuro del giornalismo non sta nel competere con le macchine in termini di velocità o volume, ma nel recuperare il suo scopo epistemico e relazionale: creare fiducia, scoprire il significato e raccontare storie pprofonde, oltre che essere whatchdog del potere (sempre meno per la verità). Progettare sistemi di intelligenza artificiale in questa direzione non può essere solo una sfida tecnica, ma un imperativo culturale e democratico.

Immaginando il futuro: una riflessione interdisciplinare

Con in tasca i risultati di un anno e mezzo di ricerca, la mia prima conferenza internazionale da PhD student mi ha permesso di ampliare lo sguardo sul futuro di un giornalismo in crisi di identità nell’era dei social media e della disintermediazione. Oggi che l’intelligenza artificiale sta rimodellando il lavoro nelle redazioni, ho potuto fermarmi ad osservare, discutere e immaginare scenari, lavoro indispensabile, con la conclusione che c’è bisogno di ricerca, di ripensare collettivamente al ruolo di un giornalismo sempre più frammentato. Una ricerca che non può che essere transdisciplinare e interdisciplinare, perché riguarda la formazione e l'AI e le digital literacies, abbraccia tutte le scienze sociali, l’etica, e ovviamente le data e computer sciences.

Le voci del panel: tra fiducia, resistenze e co-creazione

Ma serve anche visione e cultura politica. Se è vero che i media mainstream giocano ancora un ruolo importante, è altrettanto vero che in un ecosistema dell’informazione così eterogeneo, come ha argomentato Bronwyn Jones (BBC e Università di Edimburgo) nel dibattito di apertura, il potere si sta riaggregando intorno alle aziende tecnologiche. Aziende i cui valori civili sono molto diversi e la cui direzione futura, nei diversi paesi, è ancora tutta da comprendere. La dipendenza dalle grandi piattaforme non è più solo un rischio, ma una realtà da affrontare in termini di regolamentazione. Per questo, lo risottolineo, è importante che la figura del giornalista rimanga alla guida dei processi e non diventi solo parte dell’ingranaggio di un nuovo taylorismo.

Il dibattito ha messo in luce una tensione continua tra due poli: da un lato l’entusiasmo per le potenzialità dell’intelligenza artificiale generativa, dall’altro la necessità – non più rinviabile – di ripensare l’etica, la cultura e la governance del giornalismo nell’era dell’automazione.

Uno sguardo oltre l’Italia

Guardando oltre il nostro orticello, si scoprono dinamiche estranee all’autoreferenzialità che ancora caratterizza parte del sistema mediatico italiano. Lydia Chilton (Columbia University, parte del team TikTok del Washington Post) ha collaborato con giornalisti per aiutarli a tradurre notizie in formati brevi per la piattaforma. Ha osservato come TikTok sia diventato il medium principale in molte aree dell’America profonda, dove i media locali sono praticamente scomparsi, evidenziando la fragilità del presidio informativo di prossimità (e anche il ruolo che questa realtà può aver avuto nelle elezioni americane, aggiungo io).

La sua proposta concreta è abbandonare l’idea dello“strumento chiuso” per abbracciare la logica dei toolkit: strumenti modulari, adattabili ai contesti redazionali, per consentire ai giornalisti di riappropriarsi della tecnologia secondo valori, tempi e linguaggi propri. Un’idea che risuona fortemente con la mia visione di un assistente AI personalizzabile, costruito sulle esigenze delle redazioni reali, non su modelli astratti pensati da chi non scrive notizie.

Henry Kreuer (CAIS, Università di Wuppertal), con un passato da giornalista radiofonico, per evitare il militare, come ha raccontato, ha sottolineato come l’IA non possa essere progettata dall’alto, ma debba nascere da un dialogo con chi lavora ogni giorno nei contesti redazionali.

Ancora Bronwyn Jones ha evidenziato un nodo cruciale: la resistenza interna delle redazioni. Gli strumenti percepiti come “calati dall’alto” rischiano di essere rigettati, soprattutto da chi ha minore familiarità digitale. L’adozione tecnologica impatta in modo diseguale e può aumentare la marginalizzazione di chi è già meno visibile o formato.

Esperienze asiatiche e design delle interfacce

Interessante anche il caso di Kazuhiro Kida Data editor di Nikkei, la holding proprietaria del Financial Times che ha raccontato l’implementazione di Minutes by (sistema di sintesi automatica degli articoli) e Ask FT, chatbot generativo basato sugli archivi del giornale. Entrambi i progetti sono nati con un focus sull’accessibilità e sui lettori giovani: IA come semplificazione, memoria storica, e conversazione. Un approccio che mi ha fatto riflettere sul valore delle interfacce. Non è il modello in sé a fare la differenza, ma come lo si rende parte dell’esperienza del giornalista e del lettore.

In un ecosistema informativo dove le fonti si moltiplicano, gli influencer competono con le redazioni e l’IA può generare notizie indistinguibili da quelle umane, come si costruisce la fiducia?

Il grande tema della fiducia

C’è chi dice che sia ancora il brand a generarla, altri che il volto umano o la voce siano diventati centrali. Ma ciò che appare davvero urgente nell'ecosistema globale è ripensare la fiducia come relazione dinamica, trasparente, fondata su criteri nuovi di responsabilità. Questa visione contestuale, che tiene insieme ambienti, infrastrutture e competenze sembra aver portato a una consapevolezza chiave: senza cultura dell’informazione e contesto umano, anche le tecnologie migliori rischiano il fallimento.

 

Lavorare e immaginare insieme, Workshop

Cosa mi porto a casa

Se c’è una cosa che questo workshop mi ha insegnato, o meglio, confermato, è che l’intelligenza artificiale non si può affrontare con un approccio polarizzante: non è buona o cattiva, utile o inutile, salvifica o distruttiva. È un campo di tensioni in continuo movimento ed è nella qualità di queste tensioni che si gioca il futuro del giornalismo.

Il laboratorio, gestito con competenza, ironia e metodo da Sachita Nishal ricercatrice, data science, designer, cervello indiano in un'America oggi dificile (farebbe la fortuna di molte università italiane), ha avuto il merito di offrire uno spazio realmente partecipativo. Non si è trattato di ascoltare e applaudire, abbiamo lavorato in gruppo, confrontandoci e confutandoci, abbiamo riflettuto e costruito insieme, come se fossimo una comunità, discusso e disegnato scenari futuri, perfino distopici, provato a definire chi sono oggi gli attori dell’ecosistema dell’informazione nell’era dell’IA, e soprattutto quali sono le relazioni tra di loro. Chi detiene il potere? Chi lo media? Chi ne resta escluso? Chi regola? E quale ricerca progettare per l’immediato futuro?

A guidarci c’erano anche le competenze solide dei docenti già citati e di altri di cui non ho fatto in tempo, presa dal lavoro (più intenso di quello che svolgo tutti i giorni in redazione, con tempi determinati) a registrare il nome, se non di Kristen Vaccaro (forse per l’italianissima origine).

Una bella squadra capace di attraversare le frontiere disciplinari e culturali. Una delle riflessioni che ho trovato più urgenti riguarda proprio la responsabilità che potrei definire di tipo epistemico: in un’epoca in cui le fonti si confondono, le redazioni si riducono e la fiducia si sgretola, non basta innovare: bisogna costruire senso, significato e individuare una direzione che parta necessariamente dal ristabilire un contatto con l’audience, con il pubblico.

Da questo workshop porto con me almeno cinque spunti che intersecano direttamente il mio lavoro di ricerca:

  1. La metodologia del design partecipativo non è un lusso per grandi centri di ricerca: è una necessità per progettare strumenti che parlino davvero con, e non sopra, i giornalisti.
  2. Non serve “scimmiottare” i social, ma trovare un linguaggio coerente con quei formati, senza tradire i valori della professione. Una sfida culturale e non tecnica, abbassando un certo tipo di autoreferenzialità che non fa bene al giornalismo. I social sono nati per intrattenere, (gli studi di Walter Quattrociocchi lo spiegano bene) oggi ci sono generazioni che si informano esclusivamente su tik tok, instagram e intercettarne il linguaggio è fondamentale.
  3. Formazione, formazione, formazione: è la leva chiave per costruire fiducia, consapevolezza, e colmare la frattura generazionale e cognitiva tra chi innova e chi resiste. Forse la comunità di pratica, per dirla con Wenger, potrebbe essere la metodologia più efficace nel contesto redazionale
  4. “Toolkit, non rincorsa all’ultimo tool: l’idea di sviluppare una cassetta degli attrezzi, con strumenti adattabili, capaci di suggerire prospettive, verificare fonti, valorizzare i dati e dialogare con l’esperienza umana del giornalista è un terreno su cui vale la pena investire. Anche il fact-checking, come ha ricordato qualcuno, non potrà mai essere del tutto automatizzato, ma un buon toolkit AI potrà segnalare anomalie, incoerenze, pattern di disinformazione.
  5. Il nodo della fiducia non è (solo) tecnologico, è relazionale: riguarda il pubblico, le redazioni, i processi decisionali, e va affrontato con nuovi metodi di governance e trasparenza

Pranzo al sacco

Gli altri contributi del workshop: uno sguardo d’insieme e un ringraziamento a tutti i giovani colleghi PhD student e ricercatori che hanno partecipato per la condivisione.

1. Exploring GenAI in News Consumption and the Future Media Environment Through Design Fiction - Joel Kiskola, Henrik Rydenfelt, Thomas Olsson Un lavoro di design fiction che immagina app di notizie alimentate da GenAI. Il rischio? Trasformare le news in puro intrattenimento, minacciando la costruzione di una realtà condivisa.

2. Supporting Investigative Reporting Using Programming by Demonstration And Generative AI - Besjon Cifliku @Center for Advanced Internet Studies (CAIS) Proposta di strumenti "programming-by-demonstration" che permettono ai giornalisti investigativi di automatizzare la raccolta dati senza programmare. Obiettivo: aumentare la data literacy senza tecnicismi.

3. Methodological Challenges We Faced in a Real-Time Study of Trust During the 2024 U.S. Presidential Election - Mandi Cai, Grace Wang, Fumeng Yang, Matthew Kay . Una dashboard per monitorare in tempo reale la fiducia del pubblico e la disinformazione durante le elezioni americane. Strumenti utili per reagire a caldo ai mutamenti percettivi.

4. Osmotic News Recommendation: Facilitating Serendipitous Information Discovery in Digital Journalism - Rupert Kiddle, Kasper Welbers, Anne Kroon, Damian Trilling Sperimentazione di algoritmi di raccomandazione "osmosici", che guidano l’utente verso contenuti nuovi senza forzature, favorendo apertura cognitiva e superamento delle bolle informative.

5. Implications of AI in News: Possibilities and Challenges - Jeongmin Ko, Byenghee Chang, Daehan Kang, Jaeeun Im Studio sugli anchor virtuali e il loro impatto sulla fiducia del pubblico. L’aspetto visivo e il tono della voce possono influenzare più del contenuto stesso, con potenziali rischi manipolativi.

6. Rethinking News and Media System Design Towards Positive Societal Implications. Florian Bemmann and Doruntina Murtezaj Una riflessione interdisciplinare che incrocia HCI, psicologia e scienze sociali per progettare sistemi informativi più etici, pensati per il benessere informativo delle comunità.

7. Identifying Geographic Contraction in U.S. Newspapers Coverage - Marianne Aubin Le Quéré, Siyan Wang, Michael Krisch Analisi automatizzata dei testi per misurare la riduzione della copertura territoriale da parte dei giornali locali americani. Un modo per fotografare la desertificazione informativa in atto.

8. Trust but Verify - Risks of Chatbot-driven Indoctrination with News Information - Jarod Govers Un’analisi critica dell’uso dei chatbot AI per informare: trasparenza opaca e persuasività implicita possono trasformarli in strumenti di indottrinamento non intenzionale.

9. Characterizing Physiological and Behavioral Responses to Human- and AI-Generated Real and Fake News - Lian A. Wu, Pooja Prajod, Abdallah El Ali, Pablo Cesar Studi sperimentali mostrano che gli utenti reagiscono emotivamente in modo simile a contenuti umani e contenuti generati da AI. Una sfida per la trasparenza e il discernimento. Proposta di un framework per calibrare la fiducia nei contenuti AI. Né cieca fiducia né rigetto totale: servono strumenti per valutare provenienza, trasparenza e controllo umano.

10. Spam, Slop, and the News : Beyond Pink Slime - Nina Lutz Una tassonomia critica dei contenuti-spazzatura generati da AI (spam, slop, pink slime news). Il lavoro propone concetti e strumenti per riconoscere e contrastare questo “rumore informativo”.

11. Volunteer Moderators' Role in Facilitating News Flow in Local Groups - Ankolika De, Kelley Cotter, Ava Francesca Battocchio, Marialina Antolini, Benji Davis, Nicholas Proferes, Kjerstin Thorson. Indagine sui moderatori volontari di gruppi Facebook locali, che oggi svolgono un ruolo simile ai giornalisti. Ma senza formazione, rischiano di amplificare bias e fake news.

12. Can Community Notes Replace Professional Fact-Checkers? - Nadav Borenstein, Greta Warren, Desmond Elliot, Isabelle Augenstein. Confronto tra le Community Notes di Twitter e il fact-checking professionale. Le prime raramente citano fonti solide, evidenziando la necessità di un rigore informativo anche nei sistemi partecipativi.

13. Understanding Social Media Crisis: A Data-driven Analysis of Online Problematic Behavior - Jeanne Choi*, Dongjae Kang*, Josep Seering (Co-authored) Un'analisi delle crisi nate e amplificate sui social. Attraverso il riconoscimento dei pattern di escalation, il team ha identificato segnali precoci che potrebbero aiutare a gestirle meglio.

14. Information Environment Pollution by the State-Sponsored Information Operations Tasnim Rahman, Cole Polychronis, Marina Kogan. Studio sulle operazioni informative statali, che sfruttano narrazioni esistenti per rafforzare la propaganda. Un lavoro importante per distinguere influenza legittima da manipolazione organizzata.

15. What's Political on TikTok? A User Centered Approach - Jason Greenfield, Stephanie Wang, Danaé Metaxa È stato già pubblicato su Medium il suo estratto. Attraverso survey e annotazioni, il team ha rilevato che gli utenti di Tik Tok  percepiscono come "politici" i contenuti sociali più che quelli istituzionali. Una nuova grammatica della politicizzazione.

16. Weatherfluencers - Julie Vera Studio etnografico sui weather influencer, che raccontano eventi estremi in tempo reale. Si pongono come nuove fonti di fiducia, ma rischiano la spettacolarizzazione della crisi.

17. Who Influences Newsfluencers? Who Influences Newsfluencers? The Need for Research on Newsfluencer-Audience Interactions - Joey Schafer Un’indagine sulle dinamiche tra newsfluencer e audience. L’agenda non è più solo dettata dal produttore di contenuti, ma plasmata in tempo reale dalle aspettative del pubblico.