Oltre la tecnofobia
Oltre la tecnofobia: un manifesto per educare al digitale
Un triplice, brillante e multidisciplinare sguardo sull’impatto delle tecnologie digitali sulle capacità cognitive, sulla vita sociale e sull’educazione. Per una riflessione che evita tanto l’apologia acritica quanto la condanna moralistica.
di Martina Giorgi
Mettete insieme tre profili professionali in tre campi diversi del sapere, tre dei principali cervelli italiani per una riflessione interdisciplinare su un tema di strettissima attualità: il nostro rapporto ambiguo e spesso ideologico e polarizzante con la tecnologia. Vittorio Gallese è un neuroscienziato di fama internazionale, noto principalmente per la scoperta dei neuroni specchio e per i suoi studi pionieristici sulla cognizione incarnata e sull’empatia. Stefano Moriggi è filosofo della scienza, esperto di epistemologia e di media digitali, capace di intrecciare riflessioni filosofiche e pratiche educative. Pier Cesare Rivoltella è pedagogista e uno dei principali studiosi italiani di media education, da anni impegnato a esplorare l’impatto delle tecnologie digitali sui processi di apprendimento.
Tre voci per un’unica visione
Un incontro che non annuncia chi ha scritto cosa (anche se lo si può intuire, conoscendo le posizioni di ognuno) e che regala al lettore una visione olistica, un’unica “paternità” a tre nomi dell’opera, un puzzle perfettamente riuscito. Oltre la tecnofobia affronta in modo brillante e multidisciplinare l’impatto delle tecnologie digitali sulle capacità cognitive, sulla vita sociale e sull’educazione, proponendo una riflessione che evita tanto l’apologia acritica quanto la condanna moralistica. Immaginatevi la lettura del libro simile a un percorso in cui piano piano si svelano gli elementi chiave per arrivare a comprendere il finale in modo del tutto naturale.
Corpo, media e consapevolezza
Iniziamo questo percorso dalla prima parte in cui ci si chiede in che modo la nostra mente interagisca con l’ecosistema tecnologico. Il corpo è il mezzo con il quale facciamo questo tipo di esperienza e con cui ci “muoviamo” in uno spazio diverso ma che ormai fa parte della realtà in cui ci troviamo. La ricerca neuroscientifica ci aiuta a comprendere quale sia l’impatto delle tecnologie digitali anche sulle modalità di interazione sociale tra individui e individuo-mondo digitale, fino a interrogarsi su cosa significhi restare umani in un’epoca in cui le tecnologie digitali stanno ridimensionando il nostro spazio di realtà. Il modo di agire dei media favorisce lo svilupparsi di nuove sensibilità che affinano e aggiornano la nostra percezione delle cose e degli eventi (Casetti, 2008; Gallese). Il rischio potrebbe essere quello di avere la sensazione di essere intrappolati in uno spazio di cui non abbiamo la consapevolezza delle sue funzionalità e in cui l’iperinformazione la fa da padrona. La necessità oggi è anche quella di dotare le persone di risorse e strumenti utili per reperire, nella molteplicità di informazioni, ciò che è davvero necessario e imparare a distinguere il reale dal falso. E distinguere il vero dal falso nel digitale richiede di superare i paradigmi obsoleti di controllo e "buon senso" e di abbracciare la complessità e l'ambiguità delle tecnologie, anche nel rapporto diretto tra umano e strumento, e nella loro interazione. Il controllo, tradizionalmente basato sullo stretto rapporto tra luogo e comunicazione, è diventato illusorio e inefficace con la pervasività e portabilità dei media digitali. Proibire l'uso non sviluppa senso di responsabilità, ma ritarda il contatto e rende i giovani impreparati. L'approccio protettivo/inoculatorio, che vede i media come pericolosi e i giovani come fragili, si basa su rappresentazioni stereotipate e inattuali e non è educativo. Il rischio è parte integrante dell'educazione; è lasciando andare e permettendo l'esperienza che si esercita la responsabilità.
Dal controllo all’autoconsapevolezza
La ricerca pedagogica dunque ci aiuta a trovare soluzioni innovative capaci di fronteggiare le nuove sfide, consigliando agli adulti un atteggiamento di autocontrollo invece che di controllo rispetto a un uso minore delle tecnologie. Gli autori, dunque, invitano a spostare l’attenzione alla responsabilizzazione delle proprie azioni come adulti nell’utilizzo di pratiche educative che formano i giovani a fare un buon uso dello spazio digitale. Per lo sviluppo dei cittadini del XXI secolo la Media Literacy fornisce delle indicazioni su come sviluppare il pensiero critico, il senso di responsabilità nel comprendere come le azioni hanno delle conseguenze anche nello spazio digitale. Infine, in una forma più ampia che coinvolge la sfera sociale, provare ad essere attivi promotori del corretto comportamento da tenere come esempio per le persone. L’approccio suggerito è quello di una media literacy aggiornata, che non rimpianga nostalgicamente un passato senza media, ma formi cittadini consapevoli, in grado di navigare un presente iperconnesso.
Un decalogo per restare umani
Nel libro sono inserite chiare indicazioni e suggerimenti per sviluppare le competenze sopra citate, tra cui la possibilità di ridurre e variare i consumi dei dispositivi digitali, la promozione dell’autoregolazione, una serie di atteggiamenti adottati dall’adulto per accompagnare le giovani generazioni, tra cui la pratica dell’ascolto attivo, fare esercizio dell’inibizione non intesa in un’accezione negativa, riflettere sulle varie tipologie di bias che ci possono portare a pregiudizi e a una chiusura nei confronti del digitale. Insomma, si tratta di imparare a vivere con il dubbio e l'incertezza, come gli scienziati, e di porsi la domanda fondamentale su "Chi sei tu, uomo?" nell'era del digitale, piuttosto che cercare definizioni fisse o soluzioni stereotipate. Alla fine, si trova il Manifesto dell’Oltretecnofobo, un decalogo che riassume tutte le riflessioni e le argomentazioni affrontate dal testo. Un libro che si distingue per il rigore scientifico, l’ampiezza di riferimenti (dalla filosofia alle neuroscienze, dalla pedagogia alla sociologia) e per un linguaggio chiaro e accessibile anche a un pubblico non specialista. Per chi si occupa di educazione, tecnologie e apprendimento, rappresenta una lettura preziosa, capace di offrire strumenti critici per interpretare e abitare l’ecosistema digitale con consapevolezza e apertura.
