Testate giornalistiche
Digital first, “Dalle news alla narrazione: il giornalismo ai tempi dell’IA ”
Partendo dai dati del Digital News Report 2025 del Reuters, una riflessione su media, notizie e giornalismo
di Pina Debbi
La stampa e i media tradizionali non sono mai stati così marginali. Il Digital News Report 2025 del Reuters Institute fotografa un cambiamento irreversibile: l'informazione nel mondo è ormai digital first, e le piattaforme sono diventate i veri mediatori cognitivi tra fatti e percezione pubblica. È un rischio? Può esserlo se non siamo consapevoli che quelle piattaforme, per come sono state costruite, ci invitano a passare più tempo possibile in quegli ambienti, proponendoci, con i loro algoritmi ciò che conferma la nostra visione del mondo e rischiamo di rimanere "schiavi" dei nostri bias e anche di quelli che emergono nell'interazione online. E tutto questo in un momento in cui c'è bisogno di buon giornalismo, o meglio di recuperare quel ruolo di "watchdog-guardiano" del potere, in un contesto in cui il potere è ancora più assertivo e autoritario che in passato e soprattutto comunica attraverso i suoi canali propri, sottraendosi al contraddittorio, la democrazia è sempre più fragile e l'etica pubblica sembra a tratti una sconosciuta. Se ampliamo uno sguardo e osserviamo quelli che oggi si appaiono come cambiamenti irreversibili ed epocali, ma che hanno preso l'avvio molto tempo fa e le ragioni sono molte se analizziamo i dati del Rapporto Reuters
Linguaggio, leadership e guerra: perché serve un giornalismo che sappia ancora parlare (e meno giudicare)
Viviamo in un mondo con tre guerre aperte, un ecosistema geopolitico instabile e una crescente diffusione di leadership autoritarie che parlano attraverso canali proprietari, senza mediazioni. In questo scenario, il giornalismo non può limitarsi a inseguire le breaking news. Deve riformulare il proprio linguaggio. Molti format sono ancora prigionieri del Novecento: servizi cronachistici, tono neutro ma distante, gergo tecnico. Questa rigidità si scontra con una realtà in cui il 40% delle persone, secondo il Digital News Report, dichiara di evitare spesso o talvolta le notizie, una cifra record insieme al dato del 2024, in netta crescita rispetto al 29% del 2017. L'evitamento informativo è più alto in paesi come Bulgaria (63%), Turchia (61%), Croazia (61%) e Grecia (60%), e più basso nei paesi nordici, a Taiwan (21%) e in Giappone (11%). Eppure i dati parlano chiaro: il pubblico non chiede più contenuti, ma comprensione. L’informazione deve tornare a essere una forma di mediazione culturale, non solo cronaca. Le ricerche hanno identificato due profili principali tra chi evita le notizie: 1) gli 'evitatori costanti', con basso interesse e bassa scolarizzazione; 2) gli 'evitatori selettivi', sopraffatti dal sovraccarico informativo. I giovani sotto i 35 anni affermano spesso che le notizie sono troppo difficili da capire, poco rilevanti o fonte di malessere. Non si tratta solo di linguaggio complesso, ma di una crescente sensazione di impotenza di fronte a temi come crisi economica, guerra, clima, discriminazioni. Progetti come l'app "Kompakt" del quotidiano svedese Svenska Dagbladet, con il motto 'Leggi meno, conosci di più, cercano di rispondere a questa esigenza, proponendo formati visivi, personalizzabili e più leggeri. Anche testate come, The Globe and Mail (Canada) sperimentano approcci più orientati al benessere, istituendo figure come il "reporter della felicità". Infine, la BBC stessa prevede l’uso dell’AI per rendere le notizie più adatte al pubblico giovane, personalizzando tono, formato e accessibilità
Il mondo in ascolto: il nuovo ecosistema informativo globale
Negli ultimi dodici anni:
la televisione ha perso 22 punti percentuali;
i siti web di notizie hanno perso 21 punti;
la carta stampata è crollata di 33 punti.
In parallelo, solo le reti sociali e i video online continuano a crescere (Nella foto trovate le il grafico con le statistiche). In paesi come il Regno Unito, la TV per le notizie è passata dal 79% al 48%; in Austria la lettura di quotidiani cartacei si è dimezzata dal 2015. Tra i giovani (18-24 anni), il 44% si informa principalmente sui social media mentre il 38% dei 25-34enni utilizza video e piattaforme online. Una novità assoluta: il 7% degli utenti globali dichiara di utilizzare chatbot basati su IA generativa come fonte diretta di notizie (accade soprattutto nei Paesi asiatici e inizia a verificarsi in alcuni africani. Non si tratta più solo di leggere titoli, ma di dialogare con l'informazione, chiedere spiegazioni, ricevere sintesi. Questo sposta l'accesso alla conoscenza da un modello reattivo a uno conversazionale. Il contesto è segnato da bassa fiducia (40% a livello globale), preoccupazione per la disinformazione (58%) e news avoidance attiva, con tassi molto elevati nei paesi anglosassoni: negli USA il 73% degli intervistati teme di non riuscire a distinguere vero e falso online.

L’eccezione italiana: resilienze, ritardi e nuovi attori
In Italia, il panorama informativo mostra peculiarità significative. La televisione mantiene un ruolo centrale: è responsabile del 72% dei ricavi del settore mediatico tradizionale. Questo dato segna una resistenza anomala rispetto ad altri contesti europei, dove la TV ha subito un forte calo. Ma anche da noi la stampa è in crisi: solo due testate, Il Corriere della Sera e La Repubblica, sono lette settimanalmente da almeno il 10% del pubblico. Il resto del comparto cartaceo arranca, come dimostrano la chiusura di Metro e la vendita di diverse testate locali da parte di GEDI. Nel digitale, l'ecosistema si frammenta: Fanpage è il sito più visitato tra i cosiddetti nativi digitali, mentre Il Post e Will Media parlano a pubblici più giovani e politicamente consapevoli. Le testate tradizionali restano forti ma devono competere su linguaggi e piattaforme. L'uso dei social media per informarsi segue i trend globali: Facebook (36%), Instagram (22%), WhatsApp (21%), YouTube (20%). TikTok, con una crescita annuale del +1%, arriva al 10% degli utenti italiani, sotto la media globale.

La fiducia nei media è ferma al 36% (contro il 40% globale), con una polarizzazione crescente. Tra i marchi più affidabili, accanto ad ANSA, SkyTG24 e ai quotidiani locali, emerge anche il TG La7, che si distingue per un alto livello di fiducia grazie alla sua riconoscibilità, continuità editoriale e credibilità nel racconto degli eventi politici e internazionali. Solo ANSA, SkyTG24 e i quotidiani locali mantengono una reputazione alta (oltre il 60%). Ma il dato più preoccupante è la riluttanza a pagare per le notizie: appena il 9% lo fa, contro una media del 18% nei paesi più sviluppati

Intelligenza artificiale e notizie: tra personalizzazione e diffidenza
L'intelligenza artificiale sta entrando nell'informazione su più livelli: produzione, distribuzione, personalizzazione. Ma il pubblico resta ambivalente. In Italia, l'utilizzo settimanale di chatbot AI per le notizie è del 4%, allineato con paesi come Francia, Germania e Regno Unito. La diffidenza è legata a diversi fattori:
- dubbi sull'accuratezza e la trasparenza;
- timori sull'autonomia editoriale;
- preoccupazioni per la privacy, come dimostrano i casi GEDI/OpenAI e l'intervento del Garante.
Eppure, ci sono segnali di apertura. Il pubblico è interessato a funzioni che migliorano accessibilità e comprensione: riassunti automatici (27%), traduzioni (24%), adattamento del linguaggio. Nei paesi asiatici l'adozione è più avanzata: in India il 44% degli utenti è a proprio agio con l'IA nelle notizie e il 18% usa chatbot informativi settimanalmente. In Thailandia, Indonesia e Nigeria si sperimentano notiziari con avatar IA e letture personalizzate. Il punto è chiaro: l'IA è vista come utile per semplificare, ma non come sostituto del giornalismo umano. Il rischio percepito è una perdita di trasparenza, responsabilità e fiducia.
Dalla sovraesposizione alla disconnessione, il fenomeno dei News Influencer" tra crisi di fiducia e disintermediazione
Viviamo in un'epoca di ipertrofia informativa. Video, notifiche, flussi continui: non è più un problema di accesso ma di saturazione. Questo porta a un fenomeno diffuso di news avoidance, specialmente nei più giovani. Nel vuoto lasciato dalla disintermediazione, si affermano figure ibride: influencer, podcaster, personalità online. In Nigeria e Kenya, oltre il 58% degli utenti li considera una minaccia alla corretta informazione, al pari dei politici nazionali. In USA, personaggi come Joe Rogan o Tucker Carlson raggiungono un pubblico paragonabile a quello delle testate tradizionali. In Francia, Hugo Travers raggiunge il 22% degli under 35. I canali diretti - dai gruppi Telegram alle newsletter, dalle stories ai podcast - sostituiscono le homepage. Ma la quantità non colma il bisogno di orientamento. L’intelligenza collettiva è dispersa in una miriade di micro-narrazioni individuali.

Ricostruire la fiducia: il caso BBC e l’urgenza di nuovi modelli
La BBC, sotto la guida di David Jordan, Director of Editorial Policy and Standards, ha avviato un progetto pilota per comprendere come ricostruire la fiducia. Il processo ha coinvolto comunità locali, giornalisti e studiosi in una serie di workshop, interviste e incontri pubblici. Ne è emerso che le persone vogliono:
- chiarezza nel linguaggio;
- trasparenza sulle fonti;
- priorità alle notizie locali e concrete;
- riconoscimento dei propri bisogni informativi.
In un mondo dove le piattaforme filtrano ciò che vediamo, questi dati ci trasmettono l'idea di una trasformazione necessaria nel giornalismo. Un giornalismo capace di farsi capire, di scegliere, di essere punto di riferimento nel "rumore" che ci pervade. Non più solo "più contenuti", ma più significato. Un giornalismo che non si limiti a informare, ma che aiuti a vivere nel presente.
Bibliografia:
https://reutersinstitute.politics.ox.ac.uk/digital-news-report/2025
