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Emozioni, corpo e apprendimento: cosa ci insegna Antonio Damasio
Antonio Damasio, neuroscienziato portoghese di fama mondiale, ha dedicato la sua ricerca proprio a indagare il legame che c’è tra mente e corpo
di Alice Pierluigi
"Il nostro cervello non è nato per pensare, ma per sopravvivere". Un'affermazione che, di primo impatto, può spiazzare, soprattutto se si è abituati a considerare la mente come la sede privilegiata della razionalità. Eppure, le neuroscienze ci mostrano altro… Antonio Damasio, neuroscienziato portoghese di fama mondiale, ha dedicato la sua ricerca proprio a indagare il legame che c’è tra mente e corpo, opponendosi alla tradizionale visione dicotomica che per secoli li ha separati. Secondo Damasio, non si può capire davvero come funziona il cervello se si ignorano le emozioni:sono loro a guidare le nostre decisioni e a orientare le nostre azioni.
Il cervello, un sistema aperto
Il cervello, insomma, non è un’entità isolata: va studiato nel suo dialogo continuo con il corpo e con l’ambiente. È un sistema aperto, in equilibrio dinamico con ciò che lo circonda. Damasio ha dedicato numerosi articoli e libri sul tema, tra cui L’errore di Cartesio: Emozione, ragione e cervello umano (1995) e Sentire e Conoscere (2021). Le neuroscienze, e in particolare i lavori di Damasio, ci offrono una lente nuova per osservare come funzioniamo come esseri umani, anche nel ruolo di studenti, cioè di soggetti che apprendono, sentono, ricordano e agiscono in relazione costante con ciò che li circonda. Da questa prospettiva nasce un nuovo modo di guardare anche all’apprendimento: non più come qualcosa che “accade in testa”, ma come un processo integrato, radicato nel corpo e nel vissuto emotivo. E per comprendere davvero in che modo apprendiamo, è utile fare un passo indietro: capire come decidiamo, come sentiamo, fino all’origine, all’inizio, al centro di tutto, il sistema nervoso.
L’origine di tutto: i sistemi nervosi come un ripensamento della natura
Damasio spiega come i sistemi nervosi non si siano sviluppati per fare calcoli complessi o parlare le lingue: al contrario, sono un’evoluzione tardiva nella storia della vita, una sorta di “ripensamento della natura” per coordinare meglio organismi sempre più complessi e garantirne la sopravvivenza. Infatti, alla base di tutto, del nostro cervello, del midollo spinale, degli organi di senso, di tutti i nervi, di tutte le cellule che ci compongono… c’è sempre l’omeostasi: quel principio essenziale con cui ogni organismo regola le proprie funzioni vitali, temperatura, nutrienti, pH, per mantenersi in vita. È attorno a questo equilibrio che ruotano sia la nostra dimensione corporea sia quella mentale.
Il linguaggio, i sentimenti, la coscienza, il ragionamento: tutto ciò che ci rende umani nasce dentro (e grazie a) un sistema nervoso che ha come primo obiettivo la nostra conservazione.
“La vita è inscindibile da un unico evidente obiettivo: il proprio mantenimento.” (Damasio 2021, p.29)
Che cosa sono, davvero, le emozioni e i sentimenti?
Secondo Damasio, la differenza fondamentale tra emozioni e sentimenti risiede nella loro natura e nel livello di elaborazione cerebrale coinvolto. Damasio descrive le emozioni come risposte automatiche e preorganizzate, a determinati eventi percettivi, che consistono in azioni interne quali cambiamenti fisiologici e motori come le secrezioni ormonali o la frequenza cardiaca. Gli effetti si manifestano su organi interni, muscoli, sistema cardiovascolare, endocrino e nervoso autonomo. Le emozioni, quindi, si verificano anche in assenza di consapevolezza e sono involontarie: si attivano rapidamente in presenza di determinati stimoli, come per esempio un pericolo improvviso o una situazione di ricompensa (Damasio 2021, p.87).
I sentimenti rappresenterebbero invece un livello successivo. Secondo Damasio, sono le rappresentazioni mentali delle modificazioni corporee causate da diversi stati dell’omeostasi o dalle emozioni. In altre parole, un sentimento è ciò che proviamo quando diventiamo coscienti del fatto che stiamo vivendo un’emozione. Non si tratta più di una semplice risposta corporea, ma di un’esperienza soggettiva a tale risposta: i sentimenti dipendono da questa giustapposizione di un’immagine del corpo (con tutti i suoi cambiamenti che avvengono nell’emozione) e un’altra immagine, che può essere l’immagine visiva di un volto di una persona o l’immagine uditiva di una canzone (Damasio 1995, p.208). In questo modo, i sentimenti si basano su un’elaborazione più complessa e integrata del cervello. Ogni sentimento ha poi una valenza (positiva o negativa) e una certa intensità, che aiutano a guidare il comportamento e le decisioni. Anche Damasio (come numerosissimi altri ricercatori) sottolinea, infatti, l’utilità di TUTTI i sentimenti, piacevoli e spiacevoli che siano:
“Tutti i sentimenti sono coscienti, e benché quelli spiacevoli indichino situazioni che intralciano e mettono in pericolo la vita, quelli piacevoli indicano situazioni che, per contro, l’aiutano a prosperare.” (Damasio 2021, p.91)
Quindi, secondo Damasio, i sentimenti sono processi mentali fondamentali per la sopravvivenza: sono “mappe” sensoriali che informano l’individuo sullo stato del proprio corpo e sull’ambiente. Sono, a tutti gli effetti, ibridi di mente e corpo, come li definisce lo stesso autore. Nella loro duplice presenza, hanno poi una funzione informativa (o forse addirittura educativa!), in quanto agiscono come delle sentinelle guidando il comportamento umano e le interazioni sociali (Damasio 2021, p.103).
Emozioni e decisioni: decidiamo davvero “razionalmente”?
Damasio fa ancora un passo avanti e ci invita a superare uno degli assunti più radicati nella cultura occidentale: la separazione tra ragione ed emozione. È questo, in fondo, “l’errore di Cartesio” a cui allude il titolo di uno dei suoi libri più noti. Secondo il neuroscienziato, mente e corpo non sono mondi separati; così come non lo sono razionalità ed emotività. Lo dimostrano anche i suoi studi su pazienti neurologici (tendenzialmente con lesioni prefrontali), apparentemente lucidi, ma incapaci di scegliere: senza emozioni, il pensiero perde orientamento e decidere spesso diventa impossibile. Uno dei casi più emblematici è quello di Elliot, pseudonimo di uno dei pazienti di Damasio. Prima della rimozione di un tumore cerebrale, Elliot era un uomo integro con una vita “ordinata”: aveva un lavoro stabile ed era un buon marito e un buon padre. Subito dopo l’intervento, nulla sembra compromesso nei test cognitivi: dai controlli svolti le facoltà fisiche e cognitive non erano state compromesse. Eppure, qualcosa si rompe: Elliot non riesce più a mantenersi un lavoro, prende decisioni rischiose, perde soldi e la sua vita familiare inizia a risentirne. Elliot non era più in grado di pianificare efficacemente né per il breve né per il lungo termine. Continuava a prendere decisioni disastrose e ripetute, senza imparare dai propri errori. La sua condizione, spiega Damasio, non era dovuta a mancanze di carattere o a scarsa intelligenza, ma a un danno neurologico cronico che aveva compromesso i circuiti cerebrali legati al giudizio e alle emozioni. In particolare, i test e le immagini cerebrali svolti dall’autore mostrarono che la lesione coinvolgeva le regioni orbito-frontali, soprattutto nel lato destro del cervello (Damasio 1995, p.78). Questa lesione aveva anche alterato la sua capacità emotiva, rendendo le sue decisioni “fredde”, prive del peso emotivo che normalmente ci aiuta a dare valore alle scelte (Damasio 1995, p.77). Così, pur sapendo razionalmente cosa fare, Elliot sembrava incapace di agire in modo efficace o coerente. La sua razionalità era intatta, ma disconnessa dalle emozioni, portandolo a comportamenti sociali e personali inadeguati. Così Damasio inizia a vedere sempre più chiaramente quanto le emozioni siano fondamentali per il processo decisionale umano (Damasio 1995, p.94). In questi casi, è come se le emozioni non potessero più agire come guida silenziosa del comportamento. E allora diventa chiaro: le emozioni non sono il contrario della ragione. Ne sono il fondamento.
Il marcatore somatico: e se il corpo decidesse prima della mente?
Una delle intuizioni più affascinanti di Damasio è la teoria del marcatore somatico: un meccanismo biologico che guida le decisioni attraverso segnali corporei; una sorta di meccanismo attraverso cui il corpo anticipa la mente nella scelta. Secondo Damasio, quando ci troviamo davanti a una scelta, il cervello non analizza freddamente tutte le opzioni come un calcolatore, ma riceve una preselezione automatica dal corpo: alcune alternative vengono "marcate" come potenzialmente piacevoli o spiacevoli, sulla base di esperienze pregresse, emozioni, educazione e contesto sociale. In altre parole, ogni volta che affrontiamo una decisione, il cervello attiva scenari vissuti in precedenza. A ciascuno di questi ricordi è collegata una reazione del corpo, che diventa un segnale: chiaro, viscerale, rapido. Prima ancora che la mente razionale entri in scena, il corpo ha già selezionato strade; alcune vengono escluse, altre favorite. È come se il corpo dicesse: “Attento, qui non ti sei sentito al sicuro” oppure “Vai, così andrà bene”. Si tratta di veri e propri segnali corporei, che non sono semplici sensazioni, ma sono la voce del nostro passato che si riflette nelle nostre scelte future. Queste “marche” somatiche, infatti, si formano fin dall’infanzia e accompagnano l’individuo per tutta la vita, influenzando ogni scelta, anche quelle educative… Siamo “influenzati” quando dobbiamo scegliere se partecipare o meno a un tandem linguistico, se parlare in pubblico a una conferenza, quale corso facoltativo attivare…
Perché tutto questo è importante nell’educazione?
In primo luogo, l’omeostasi, ovvero la ricerca dell’equilibrio interno, si intreccia con l’esperienza educativa. Anche l’apprendimento risponde a questa logica. Non è mai un’esperienza neutra: è profondamente ancorata al corpo, alle emozioni e al contesto. Le implicazioni sono profonde: l’ambiente di apprendimento, la relazione educativa, l’attenzione alle emozioni e al corpo non sono elementi accessori, ma centrali. Un’aula ben illuminata, pause adeguate, un clima relazionale sereno, esperienze significative e partecipate... Tutto questo influenza l’apprendimento tanto quanto – e forse più – del contenuto in sé. Infatti, quando, come docenti o formatori, introduciamo un nuovo contenuto – grammatica, matematica, letteratura – non stiamo semplicemente trasmettendo informazioni. Stiamo generando un’esperienza. E ogni esperienza lascia un'impronta (o addirittura una marca): emotiva, corporea, sensoriale. Una prima esperienza positiva potrebbe alimentare la curiosità e facilitare l’apprendimento futuro. Una prima esperienza negativa potrebbe, al contrario, attivare una sorta di evitamento, anche fisico. Per questo (e mille altri motivi!) non possiamo ridurre l’insegnamento a un'attività puramente intellettuale: un apprendimento è autentico solo se lascia il segno. E il “segno” passa attraverso la mente e il corpo, le emozioni, i sentimenti, le sensazioni…
Non si insegna a un cervello: si insegna a una persona. E una persona è anche il suo corpo. Un corpo che, per principio, deve stare bene, “in equilibrio”.
Bibliografia
- Damasio, A. (2021). Sentire e conoscere. Adelphi editore.
- Damasio, A. (1995). L’errore di Cartesio: Emozione, ragione e cervello umano. Adelphi editore.
