Borderland
Borderland, quando lo sguardo genera arte e il confine diventa frontiera
L’opera di Manuel Gardina, curata da Serena Tabacchi e commissionata dal collezionista Luigi Carlon, abita da tempo le sale del museo Casa Maffei di Verona.
di Martina Gremignai e Mattia Polticchia
Nelle terre di confine, basta un passo e tutto cambia. La prospettiva, il ruolo, il coinvolgimento. E Borderland, come suggerisce il titolo stesso, è una terra di confine. L’opera di Manuel Gardina, curata da Serena Tabacchi e commissionata dal collezionista Luigi Carlon, abita da tempo le sale del museo Casa Maffei di Verona. Capitati quasi per caso, l’interazione fra spettatore e algoritmo ha reso evidente un aspetto fondamentale del dibattito pubblico attuale: la relazione tra umano e macchina nella produzione artistica. In questa mostra ci soffermiamo proprio su questo rapporto: tra ciò che produce un algoritmo e ciò che l’umano, con il suo corpo, i suoi colori, la sua presenza viva, offre come materia sensibile da cui partire.
Il confine si fa frontiera
Il confine, inteso come limite tra umano e artificiale, si trasforma in frontiera: non più barriera, ma soglia, varco, possibilità. Apertura verso un altrove dove l’errore viene accolto e diventa occasione creativa. Il corpo dell’umano, con i suoi colori, la sua postura, i suoi accessori diventa stimolo per l’opera. E le differenze non vengono cancellate ma rimescolate. Nuove forme di senso possono emergere dall’imprevedibile. Borderland non è soltanto una terra di confine: è una frontiera sperimentale in cui la creatività si fa relazione e la macchina non imita, ma reagisce, rielabora, ricompone. Entrando nella sala, ci si trova di fronte un’enorme tela, e per terra due semplici righe: limite analogico per questa terra di confine. Basta fare un passo in questo spazio, e la tela si anima. Pennellate digitali si tracciano “da sole” seguendo il movimento di chi osserva l’opera e si muove davanti ad essa: dopo la sorpresa iniziale, lo spettatore inizia a sperimentare passi e gesti, per vedere come cambiano le traiettorie, e quali figure affiorano da questo turbinio di colori in continuo movimento.
Occhi elettronici e memoria visiva
Ora vi starete chiedendo "ma come fa quest'opera a capire come e dove muovere questa tela virtuale?" Ottima domanda: il tutto viene orchestrato da un complesso sistema di videocamere e sensori. Questi "occhi robotici" tengono costantemente la zona circoscritta sotto controllo. Appena rivelano un visitatore entrare ecco che avviene la magia e l’opera prende vita. Volendo essere pignoli, e lo siamo, il meccanismo si basa su più livelli di analisi. In primis, viene monitorato il rapporto tra il corpo del visitatore e dell’ambiente circostante. In seconda battuta, viene analizzata la postura del visitatore convertendola in quello che in ambienti 3D, o di realtà aumentata, viene chiamato "scheletro". Infine, ma non per importanza, vengono campionati i colori di cui il visitatore è “composto”: dai capelli, passando per i vestiti fino ad arrivare ad eventuali accessori.
Questi elementi diventano l’innesco del movimento sulla tela, ma qual è la materia di partenza? Queste pennellate non sono semplici masse di colore. L’autore non ha scelto i classici rosso, giallo e blu per la sua tavolozza, bensì le opere di grandi artisti del passato: Giacomo Balla, Giovanni Boldini, Simone Brentana, Antonio Canova, Giorgio de Chirico, Bonifacio de Pitati, Lucio Fontana, Giuseppe Gallo, Katsushika Hokusai, Renè Magritte, Marino Marini, Pablo Picasso, Michelangelo Pistoletto e Gaspar van Wittel. Tutte opere custodite nel Museo Casa Maffei, che grazie all’algoritmo vengono combinate a coppie, e trasformate dall’algoritmo che governa le pennellate digitali. Come pennelli ha gli ormai famosissimi ai più "Transformer". Precisamente, in questo caso, possiamo azzardare l'ipotesi di avere a che fare con una loro variante chiamata visual transformer. Questi sistemi suddividono l’intera immagine in tanti piccoli “frammenti visivi” ( o patch, di solito quadrati di pochi pixel). Ogni patch è poi convertita in un embedding numerico arricchito da un positional encoding, cioè una specie di “coordinate” che ne indicano la posizione originaria nell’immagine. È qui che entra in campo il meccanismo di self-attention: l’IA confronta ogni patch con tutte le altre e assegna più peso a quelle che risultano decisive nella definizione di stile, forme e sfumature cromatiche.
E se sbaglia? Meglio ancora.
Grazie a queste tecniche riesce a prendere tutto ciò che caratterizza le due opere ( lo stile artistico, la palette di colori e i soggetti principali ) e a fonderle creando così una nuova immagine dove le peculiarità emerse dall'analisi dell'intelligenza artificiale si fondono dando vita a qualcosa di nuovo e stocasticamente "unico"

Allora, come noi, anche l’AI è un essere imperfetto, un riflesso distorto della nostra immagine. E allora ogni allucinazione diventa un invito a chiederci non solo come l’arte stia cambiando attorno alla macchina, ma come la macchina stia ridefinendo la relazione fra l’arte e l’umano stesso. Quale sarà la mia reazione di fronte a Borderland? Cercherò di riconoscere le figure che emergono sulla tela, cercando di ricordare se le ho appena ammirate nelle sale del museo, o se ho reminiscenze scolastiche delle lezioni di storia dell’arte? Oppure mi lascerò suggestione da questo scambio continuo fra movimento umano e algoritmo digitale, senza cercare di ricondurlo a quello che conosco già? La coppia Gardina/Tabacchi riesce a coinvolgere lo spettatore e lo porta ad essere partecipante attivo della creazione artistica, posizionandolo nell’intersezione tra passato, presente e futuro. Con i suoi panorami artistici inediti, Borderland concretizza visivamente quella terra di confine, ignota, in cui ci troviamo al momento, la frontiera di esplorazione delle potenzialità dell’intelligenza artificiale. Ma ci ricorda anche che l’arte non nasce senza l’azione umana. Sia essa di chi crea, di chi guarda o di chi interagisce.
