Dall’Euforia all’Egemonia: Mappe Critiche per Leggere l’Hype

Convegno Hype Barcellona

Convegno Hype Barcellona

 

 

Dall’Euforia all’Egemonia: Mappe Critiche per Leggere l’Hype

Produce narrazioni spesso distorte, fino a diventare uno strumento di potere che la classe egemone cavalca... conosciamolo.
di Pina Debbi
 

Il meccanismo è quasi sempre lo stesso: la piccola onda avanza veloce, fino a trasformarsi in uno tsunami che travolge idee, riflessioni e immaginari. Produce narrazioni spesso distorte, fino a diventare uno strumento di potere che la classe egemone cavalca. Elite che nel caso dell'innovazione può avere il volto di Elon Musk e delle altre Big Tech della Silicon Valley, nate negli anni novanta con il sogno democratico di una ma oggi protagoniste di un capitalismo "estrattivo" e predatorio. A volte la voce è quella del politico di turno al governo che usa l’innovazione come arma elettorale. Spesso le mani sono quelle delle multinazionali che intercettano bisogni collettivi, li avvolgono in una promessa emozionale e li trasformano in consumo. La parola che cattura tutto questo ha solo quattro lettere, HYPE, ed è quasi onomatopeica: un respiro profondo che parte da dentro e si chiude sulla fonetica della labiale, lasciandoci in sospeso. L’hype non è solo un rumore di fondo, ma può diventare una vera e propria "tecnologia di potere", un dispositivo performativo nel senso foucaultiano del termine, un sistema dinamico che modella la realtà sociale e le percezioni collettive.

Hype come egemonia

Guardare all’hype come semplice euforia passeggera, come bolla collettiva destinata a spegnersi, prima o poi, è riduttivo. E lo si è compreso bene a Barcellona. La prima conferenza internazionale sugli "Hype Studies" ha avuto un fil rouge principale: l'evidenza di quanto la postura dell'Hype sia trasversale e interdisciplinare e interessi ogni campo del sapere. È stato un evento denso e molto partecipato nelle discussioni e nei numeri, ospitato dall'Universitat Oberta de Catalunya. Università nata in quello che una volta era il quartiere operaio di Poble Nou, con il suo "sogno socialista ", recuperato dopo le olimpiadi del 1992 e restituito alla popolazione fino a diventare un quartiere tecnologico e innovativo, sede di diversi distretti universitari. Ben 400 ricercatori si sono registrati a questo primo appuntamento con gli studi sull'Hype (se volete saperne di più trovate tutto qui), sono stati selezionati 80 studi, divisi in 20 panel. I 15 workshop, gli 8 lavori artistici e i 5 cortometraggi hanno completato il quadro, insieme ai Keynotes Speakers. Grazie all'attivismo e all'energia dei fondatori, Andreu Belsunces Gonçalves Jascha Bareis Vassilis Galanos Wenzel Mehnert, Isa Luiten, e di altri ricercatori e studiosi di cui, colpevolmenete, non ricordo il nome, si è respirata un'atmosfera informale, dinamica, con un clima intellettuale effervescente e aperto e tutto proiettato allo scambio piuttosto che a seguire l'onda delle proprie idee. Una bella "contaminazione" culturale e disciplinare. Nelle diverse sessioni è emerso con chiarezza che l’hype, sebbene sia ancora oggi ancora difficile o troppo riduttivo definire, è una vera e propria forma di egemonia culturale e politica. Non si limita a gonfiare aspettative, ma orienta risorse, regole e perfino immaginari. Le aziende di intelligenza artificiale lo sanno bene: invocare l’AGI, l’intelligenza artificiale generale che supera l’intelletto umano, non serve forse, ad esempio, più a ottenere finanziamenti e protezioni normative che a descrivere reali progressi tecnologici?. L’hype diventa così una sorta di “organizzazione dell’irresponsabilità”: i leader promettono scenari grandiosi, attirano capitali e consenso, mentre le conseguenze sociali vengono occultate o rimandate a un futuro indefinito. È in questo scarto tra aspettative e realtà che l’hype esercita la sua funzione egemonica, stabilizzando sistemi altrimenti disfunzionali.

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il gruppo di partecipanti alla conferenza di Barcellona in un momento di relax collettivo

Ciò che l’hype nasconde

L’hype non solo produce spettacolo, interesse amplificato, ma nasconde i suoi costi. Sotto la retorica della si celano lavoro invisibile e impatti ambientali. Migliaia di "annotatori" sottopagani, (o,diciamolo con la parola pià corretta, sfruttati) addestrano i modelli linguistici, mentre enormi quantità di energia vengono bruciate nei data center, nel più assoluto silenzio e con la quasi totale incosapevolezza generale. Nella sanità, ma anche in altri campi del sapere, l’adozione affrettata di strumenti basati su intelligenza artificiale porta a errori, bias razziali e opacità nei processi decisionali. Anche nell’arte contemporanea l’hype ha generato una crisi di valore: la promessa stessa diventa il prodotto, la novità sembra valere molto di più dello stesso significato. E non è raro che si finisca con il fatto che il clamore oscuri aspetti che eticamente dovrebbero avere la loro importanza ed essere in cima alle priorità: lo sfruttamento del lavoro, il degrado dell’ambiente, la perdita di senso culturale. Verrebbe da dire... corsi e ricorsi storici di Vichiana memoria.

Temporalità, rituali e criti-hype

Uno degli aspetti più affascinanti dell’hype è la sua dimensione temporale. È un rituale collettivo che funziona come anticipazione impotente: ci proietta in una sala d’attesa, promettendo un futuro di salvezza ma aspettando la grande trasformazione sospendiamo l’azione nel presente. Il ciclo si ripete: dalla bolla dot-com alla fusione nucleare, dal Web 2.0 all’attuale intelligenza artificiale, le narrazioni emergono, si gonfiano, esplodono e si ripresentano sotto nuove vesti. Ogni volta, l’hype genera entusiasmo e contagio emotivo, trascinando le persone in un’onda che si alimenta di imitazione e potenza. È un rito di appartenenza che sembra plasmare desideri e identità. Nemmeno la critica è immune. Parlare di rischi catastrofici, di intelligenze artificiali fuori controllo o di scenari apocalittici può avere l’effetto opposto: rafforzare il potere delle industrie tecnologiche che alimentano l’hype. Questo fenomeno è stato definito criti-hype: anche i critici, pur animati dalle migliori intenzioni, finiscono per dare ossigeno alla macchina della promessa, spostando l’attenzione dal qui e ora verso futuri improbabili. Denunciare senza cadere nella trappola della spettacolarizzazione è una delle sfide più difficili per chi si occupa di studiare e comunicare l’hype.

L'Hype non è il demonio... ha valore.

Eppure, non tutto è negativo. Anche l'Hype porta con se un'ambiguità da maneggiare, da poter gestire. Perchè non è il demonio, può rappresentare anche valore: può mobilitare risorse e portare attenzione su temi trascurati. Nel campo delle malattie rare, ad esempio, la promessa di nuove terapie ha permesso di canalizzare fondi e sensibilità sociale, anche se le cure, spesso, restano lontane. Lo stesso vale nella sanità: concetti innovativi, pur attraversati da dinamiche tipiche dell’hype, hanno contribuito a immaginare nuovi approcci e a unire comunità scientifiche intorno a obiettivi comuni. Lo ricordate come è stato ad esempio costruito il vaccino anti Covid? Tutti i ricercatori del mondo si sono mobilitati e hanno agito su piattaforme comuni per bloccare il virus. In questi casi, l’hype funziona come "Hyperstition" o quel meccanismo più noto della profezia che si autoavera, un credo, o una finzione che, ripetuta e condivisa, diventa reale, trasformandosi in forza produttiva di cambiamento. E non è l'unico esempio, lo abbiamo visto nella moda e o nell' arte, dove l’hype è ha avuto una funzione da trampolino di lancio per numerosi artisti ma anche per prodotti. E nel corso della conferenza mi ha colpito la ricerca di Tianqi Kou della Penn State University. Ha sviluppato una concezione relazionale dell'Hype definendolo "An emergent property of a communicative network, that arises when certain discursive practices distort or prevent accurate presentation of a given tool"

Hype Literacy e Strategie di resistenza

Per evitare che l’hype diventi puro spettacolo egemonico è necessario però un approccio critico. Un quadro utile è quello di distinguere tra effetti sociali, promesse temporali, narrazioni di adozione, affermazioni tecnologiche e proiezioni economiche. A questo si affiancano sei "bussole" per orientarsi che potremmo definirle sei euristiche vere e proprie:

1) Rifiutare il determinismo tecnologico: non pensare che la tecnologia determini automaticamente società e cultura; le persone, le istituzioni e i contesti hanno un ruolo.

2) Diffidare dei salti temporali infondati: stare attenti quando si fanno previsioni troppo veloci (“tra 5 anni l’AI farà tutto”), senza basi solide.

3) Storicizzare le promesse: collocare le narrazioni tecnologiche nella loro storia, promesse simili sono state fatte in passato e non sempre si sono avverate.

4) Identificare le strutture di potere: capire chi trae vantaggio dall’hype (Big Tech, governi, media, ecc.).

5) Testare la plausibilità delle previsioni: verificare se gli scenari futuri annunciati sono davvero realizzabili.

6) Agganciare l’analisi alla materialità delle infrastrutture: non fermarsi al discorso astratto, ma guardare alle tecnologie concrete, alle piattaforme e alle risorse materiali.

E sull’hype la letteratura scientifica ci offre diversi strumenti interpretativi utili ad affrontarlo. Tra questi va recuperata la teoria degli atti linguistici di Austin: il linguaggio non serve solo a descrivere la realtà, ma anche a produrla, ogni atto linguistico possiede infatti una forza performativa. Applicata all’hype, questa prospettiva ci consente di distinguere tra immaginazione, discorsi che aprono possibilità e invitano a riflettere, senza pretese di verità e credenze obbliganti, cioè affermazioni presentate come inevitabili o già vere (“l’AI sostituirà tutti i giornalisti”). Infine, l’etnografia consente di osservare le pratiche reali, gli usi quotidiani e gli effetti concreti delle tecnologie. Resistere all’hype significa non solo smascherarlo, ma proporre alternative. Nelle scuole e nelle università serve un’educazione. Nei vari studi al centro delle discussioni e del confronto, è emerso che movimenti come il solarpunk o pratiche come l’open hardware e il repair mostrano che si può uscire dalla logica dell’obsolescenza programmata e della novità perenne. Anche l’arte e la satira hanno un ruolo: graphic novel e archivi di startup immaginarie svelano dall’interno i meccanismi del clamore. Ma soprattutto, è importante canalizzare il desiderio: non basta sgonfiare le promesse, bisogna offrire alternative che soddisfino comunque la speranza di un futuro migliore, trasformandola in impegno e non in frustrazione.

Il giornalismo italiano, il mio "case study" per l'Hype

Tra i vari focus non posso non citare la mia ricerca sul giornalismo italiano che offre un osservatorio molto particolare. Da un lato c’è l’hype audace e consapevole, come nel caso del quotidiano Il Foglio, che ha usato l’intelligenza artificiale come leva narrativa e identitaria, dichiarando apertamente il proprio esperimento. Per un mese ha pubblicato quattro pagine interamente prodotte dall'intelligenza artificiale, con un processo libero, partito dalle idee condivise dalla redazione e dai prompt scritti sempre dal direttore, Claudio Cerasa, con il controllo degli altri colleghi. Un vero e proprio apprendimento situato, fino a far diventare il chatbot un vero e proprio assistente, un coautore, che si è di fatto uniformato allo stile del giornale liberal-conservatore. Oggi Il Foglio Ai non è più solo un esperimento, ma si è normalizzato, diventando un inserto settimanale che rappresenta una scelta editoriale, porta con sè una visione. È un percorso di lavoro che passa dalla conoscenza, dal "learning by doing", dall'apprendimento tra pari, per aprire una discussione profonda sul futuro della tecnologia e della professione. Dall’altro lato c’è l’hype negato ma, di fatto anch'esso normalizzato: molte redazioni sono silenti sull'IA, gli editori non la integrano nei processi di lavoro per motivi sindacali, ma i giornalisti la usano individualmente, senza regole né linee guida. Questo genera un isomorfismo paradossale: anche quando si rifiuta l’hype, lo si alimenta nella pratica quotidiana. Qui emerge con chiarezza ( e lo testimoniano i dati del questionario somministrato per la mia ricerca, in fase di chiusura) la necessità di passare dall’uso sommerso alla governance, da una sperimentazione individuale a una gestione collettiva, andando però in profondità nella conoscenza di quelle pratiche che hanno saputo stressare la macchina andando oltre l'ansia di velocizzare, produrre di più i meno tempo. A proposito, ero nel 19° panel e ringrazio Luigia Tricase per come lo ha condotto e per come lo ha condotto e per...la foto.

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il mio intervento

Beyond the Hype

Andare oltre l’hype significa spostare il discorso proprio dall’efficienza e dalla produttività alla conoscenza e all’amplificazione cognitiva. L'iintelligenza artificiale generativa può non essere solo uno strumento per scrivere più velocemente, ma può diventare un partner di dialogo, un’estensione delle capacità umane per pensare meglio, verificare, creare, riflettere in modo critico. Significa passare dal rifiuto sterile alla costruzione di ecosistemi di apprendimento che rendano l’innovazione significativa e sostenibile. E significa, soprattutto, riconoscere che anche l'Hype, come il giornalismo e molti altri campi del sapere, con una solida AI literacy può non limitarsi a subire l’onda, ma è in grado di guidarla. E forse questa è la vera sfida del nostro tempo.