VR world
Dal sogno di Second Life all’era dell’AI: che fine ha fatto il metaverso?
L'intervista e le riflessioni di Andrea Gaggioli
di Pina Debbi e Giacomo DI Noto
La traiettoria del metaverso somiglia a quella di molte "utopie" tecnologiche: nasce, piuttosto lontano, come visione radicale, esplode come fenomeno mediatico e oggi sembra dispersa nella normalità delle piattaforme. Negli anni Novanta del secolo scorso, film come Il tagliaerbe e The Matrix ne hanno alimentato l’immaginario; poi sono arrivati i mondi virtuali di Second Life, la vera rivoluzione, il primo network con le promesse di una nuova vita digitale, e l’illusione che avremmo potuto abitare la rete come un’estensione del corpo e della mente. L’irruzione di Facebook ha inseguito spazzato quell’universo di avatar, frantumandone la complessità, con i suoi profili alimentati dalla ricerca di like. E dopo un rialzare la testa con convinzione intorno al 2020, la virata verso l'intelligenza artificiale generativa sembra relegarlo ancora nel ruolo di grande incompiuto, sospeso tra due epoche. Insomma un'eterna promessa che interroga il nostro rapporto con la realtà, l'esperienza e il digitale.
L'intervista e le riflessioni di Andrea Gaggioli
Con il collega di Lesdit Giacomo Di Noto abbiamo organizzato un'intervista con chi del metaverso, e più in generale, della realtà virtuale e dell'interazione uomo macchina ha fatto il tema centrale della sua ricerca. Il protagonista è Andrea Gaggioli , tra i relatori più titolati del IEEE MetroXRAINE ,la conferenza internazionale di metrologia - di chi insomma costruisce metodi per misurare il mondo - nell'evento dedicato alla didattica e all'education. Gaggioli, Professore ordinario di Psicologia Generale all'Università Cattolica di Milano, super esperto di nuove tecnologie della comunicazione, nel 2012 (sembra una vita fa) scriveva cosi in uno dei più citati articoli nell'ambito psicologico, scritto insieme ai colleghi Cristina Botella Giuseppe Riva, Brenda K Wiederhold, Mariano Alcaniz, Rosa M Baños, nel tentativo di fissare il perimetro di un nuovo campo di ricerca: "le tecnologie positive includono quelle progettate per manipolare la qualità dell'esperienza attraverso la sua strutturazione, aumento e / o sostituzione, con l'obiettivo di aumentare il benessere e generare punti di forza e resilienza in individui, organizzazioni e società". In 13 anni la ricerca è cresciuta, e Gaggioli è riuscito a portare a termine numerosi progetti: la sua disponibilità ci permette di comprendere lo stato dell'arte del metaverso.
Pina Debbi e Giacomo Di Noto: Professore, lei ha contribuito a fondare il campo di ricerca della Positive Technology. Già prima del metaverso si ragionava sul rapporto fra benessere, emozioni e tecnologie immersive. Oggi sembra che il metaverso abbia perso centralità. Cosa è successo, secondo lei, a quella promessa di nuova realtà?
Andrea Gaggioli: Non credo che il metaverso abbia perso centralità. Da quando faccio ricerca su questo tema, dal lontano 1999, ho sempre visto alti e bassi nell’attenzione verso questa tecnologia. Non mi sorprende che oggi siamo in un nuovo “down”, dopo il boom determinato, a mio avviso, da una grande campagna di marketing, fallimentare, di Meta, che ha spinto una visione lontana dall’essere realizzata. Oggi lo stato del metaverso lo paragono al gatto di Schrödinger: per capire se è vivo o morto bisogna osservarlo. E la misura cambia a seconda del contesto. Nel verticale education, per esempio, io lo vedo ancora semi-vivo. In altri settori di nicchia rimane vitale, ma non è diventato quella tecnologia mainstream che prometteva di essere. Il fallimento, in fondo, è relativo alle aspettative: quando un’azienda da miliardi di utenti lancia una visione, la sproporzione tra promessa e realtà genera delusione. Lo stesso vale per Apple: aziende visionarie, piene di talento, ma che non sempre mantengono le promesse. Penso al Vision Pro: un dispositivo interessante, ma ancora di nicchia, lontano dall’adozione di massa.
Pina Debbi e Giacomo di Noto. Non si può comunque negare che siamo in uno dei momenti no. Questo, definiamolo, “declino” anche se, chissà, momentanto, del metaverso, secondo lei è stato accelerato dal lancio dell’intelligenza artificiale generativa, come se l’attenzione si fosse spostata di colpo da una promessa all’altra?
Andrea Gaggioli: Assolutamente sì. La tecnologia è fatta di ondate, e ora siamo nel pieno di una nuova. Ci sono già molti segnali che indicano come la bolla dell’intelligenza artificiale generativa stia giungendo a maturità e rischi di scoppiare. Gli investimenti miliardari sono stati enormi, ma l’adozione reale, pur significativa, resta sproporzionata rispetto al livello d’impatto. È una nuova bolla che ha semplicemente sostituito quella precedente. Basta guardare LinkedIn: chi prima si definiva metaverse architect oggi si presenta come AI architect. Aspettiamo il prossimo titolo!
Pina Debbi e Giacomo Di Noto: Lei ha guidato Metaversity un progetto dedicato alle esperienze educative. Il metaverso si è trasformato in qualcosa di più utile? Cosa avete imparato portando queste realtà immersive e aumentate dentro la formazione?
Andrea Gaggioli: Abbiamo imparato che il problema non è la tecnologia, né la voglia di innovare, che c’è, eccome, da parte dei docenti universitari, ma il “farlo davvero”. Costruire un servizio di didattica immersiva significa mettere intorno a un tavolo attori con ruoli diversi: studenti, docenti, amministrazione, comparto IT. Servono decisioni, investimenti, infrastrutture e, soprattutto, contenuti e supporto per trasformare la progettualità in realtà. Noi abbiamo immaginato un modello di servizio chiamato Metalab, che è sia un modello di instructional design immersivo, sia un modello di servizio vero e proprio: spiega come mettere ogni tassello al posto giusto per realizzare la didattica immersiva in un ateneo, valutando costi, impatti e competenze necessarie. La sperimentazione ha dimostrato che questo approccio è non solo fattibile e scalabile, ma anche sostenibile nei costi. Abbiamo poi definito la figura dell' immersive learning designer, un professionista che affianca il docente nella progettazione, nell’aula e nella valutazione della didattica immersiva, in un’ottica multidisciplinare e di miglioramento continuo. Questa figura, che noi già formiamo, non deve necessariamente avere competenze tecniche o di programmazione: deve possedere solide basi pedagogiche, psicologiche e progettuali,e saper dialogare con i tecnici. È un ponte tra il bisogno formativo e la soluzione tecnologica.
Pina Debbi e Giacomo Di Noto: Ripensando alla stagione del metaverso, ritiene che la ricerca sia stata travolta dall’hype, o c’era un’intuizione corretta che è stata semplicemente mal raccontata dai media e dal mercato?
Andrea Gaggioli: Credo che ogni investimento nella ricerca sia positivo. Durante la stagione del metaverso c’è stato un incremento di finanziamenti importante, come già era accaduto in passato: ogni volta che c’è un’ondata di interesse pubblico, arrivano le “vacche grasse” anche per la ricerca. La differenza rispetto all’industria è che noi ricercatori sappiamo gestire anche le vacche magre. Nel mondo industriale, invece, si cercano ritorni immediati o a medio termine, e questo è problematico, perché nel caso del metaverso non si è mai sviluppata una vera killer app. Si è cercato di trasformare una tecnologia che funziona molto bene in alcune nicchie, in una tecnologia universale, in grado di portarci in una nuova realtà. È stata una pretesa eccessiva, che ha finito per ridurre la credibilità di chi si occupa di questi temi. Oggi non puoi andare in azienda a parlare di metaverso senza che qualcuno alzi un sopracciglio. Ti dicono: “No, parliamo di AI”. È la nuova onda, la nuova moda. Ma, come tutte le onde, passerà.
Pina Debbi e Giacomo Di Noto: Torniamo allora alla Positive Technology, concetto che nasce per valorizzare il potenziale umano attraverso la tecnologia. In un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale generativa, come possiamo mantenere questo approccio positivo, evitando di delegare le nostre capacità in nome della produttività?
Andrea Gaggioli: Con lo stesso spirito con cui ho contribuito a sviluppare la Positive Technology, credo che sia fondamentale mantenere lo sguardo sui bisogni reali delle persone e sulla loro esperienza con la tecnologia, non sulla tecnologia in sé. Quando fai questo cambio di prospettiva, capisci che non servono innovazioni fantascientifiche: basta quel piccolo bit che aiuta a risolvere un problema reale. Negli ultimi tempi sto riflettendo sul concetto di Mindful AI: un’intelligenza artificiale che non si limita a porre questioni etiche, ma che invita a un uso consapevole. La mindfulness, infatti, è attenzione rivolta alla mente, all’atto stesso dell’attenzione. Se l’intelligenza artificiale diventa un’estensione delle nostre capacità cognitive, allora la “Mindful AI” significa riconoscere e coltivare la consapevolezza di questa estensione, così da integrarla in modo responsabile nella nostra esperienza.
Pina Debbi e Giacomo Di Noto C’è una sovrapposizione tra Mindful AI e AI Literacy?
Andrea Gaggioli: Domanda molto interessante. Direi che la Mindful AI è un passo oltre la AI Literacy. La AI Literacy fornisce strumenti e competenze per usare una tecnologia: ti do un martello e ti insegno a piantare un chiodo. La Mindful AI, invece, lavora sulle competenze metacognitive: ti aiuta a capire cosa quel martello modifica nel tuo modo di pensare e di agire. Non si tratta solo di sapere come usare l’AI, ma di riflettere su come l’AI modifica i nostri processi cognitivi. È un lavoro metacognitivo, che richiede consapevolezza della distanza tra noi e lo strumento. Un esempio pratico: se chiedo a ChatGPT di risolvere un’equazione, sto delegando la mia cognizione. Se invece chiedo di spiegarmi come si arriva alla soluzione, sto usando il modello per “imparare ad imparare". non per delegare. Scrivere prompt in modo consapevole significa sviluppare competenze attraverso l’interazione, non solo ottenere risposte. In questo senso, la Mindful AI può agire in due direzioni complementari: da un lato favorisce la consapevolezza nell’uso, dall’altro diventa una vera e propria “palestra metacognitiva”, aiutandomi a osservare e comprendere i miei processi mentali. È una forma di metacognizione assistita, che mi spinge a esplicitare il pensiero, a rifletterci sopra e a costruire una relazione dialogica con la macchina. Non mi rende “più intelligente” perché delego, ma perché imparo a gestire con maggiore lucidità le mie capacità cognitive attraverso l’interazione.
Pina Debbi e Giacomo Di Noto Quali sono, secondo lei, le vere frontiere oggi dell’interazione uomo-macchina? Dopo realtà virtuale, aumentata e metaverso, la sfida è ancora tecnologica o ormai è diventata psicologica ed etica?
Andrea Gaggioli: Credo che la psicologia stia al XXI secolo come la fisica e la chimica sono state all’Ottocento e al Novecento. Quelle discipline hanno guidato la rivoluzione industriale, dalle macchine a vapore all’energia nucleare, fino all’informatica. Oggi ci spostiamo dall’infrastruttura all’esperienza, dai materiali alla mente. I protagonisti della nuova rivoluzione sono la psicologia e le neuroscienze. L’intelligenza artificiale, in fondo, nasce dall’incontro tra psicologia, neuroscienze, informatica e matematica. Penso a Donald Hebb, padre del connessionismo; a McClelland; a Geoffrey Hinton, (premio Nobel per la fisica 2024 ndr) che ha una formazione cognitiva; e a molti neuroscienziati che lavorano nell’AI. Le tecnologie diventano sempre più esperienziali, e l’esperienza sta alla psicologia come la cellula sta alla biologia. È inevitabile che la psicologia assuma un ruolo centrale. Anche Giorgio Parisi (Premio Nobel per la Fisica 2021 ndr), parlando della necessità di un centro europeo per l’intelligenza artificiale, che condivido, ha sottolineato l’importanza di includere gli psicologi nei team multidisciplinari. Ed è giusto così: se parliamo di “intelligenza artificiale”, chi meglio di uno psicologo può aiutarci a definire cosa intendiamo per intelligenza?
Pina Debbi e Giacomo Di Noto: Per chiudere, c’è un sogno o un progetto che le piacerebbe ancora realizzare in questo campo?
Andrea Gaggioli: Il mio sogno è che la tecnologia smetta di essere percepita come qualcosa di alieno rispetto all’essere umano. Non è colpa della tecnologia, ma del modo in cui la costruiamo. Vorrei che diventasse uno strumento capace di liberare, come direbbe Lincoln —i “migliori angeli della nostra natura”. Una tecnologia che non assista solo le capacità produttive, ma anche la consapevolezza e la transcendenza. Come tutti i prodotti culturali, la tecnologia può e deve aiutare l’essere umano a proseguire il suo cammino in ogni aspetto, anche quello più trascendente. Fare luce nel mistero che ci circonda è, in fondo, il compito della conoscenza. Se la tecnologia può aiutarci a illuminare quel sentiero, allora è davvero una cosa bella oltre che utile. Una tecnologia per gli umani, con gli umani e sugli umani, ma senza cadere nella trita retorica dell'”uomo al centro”. Andrei oltre il concetto di Human-Centered: più che centrata sull’essere umano, dovrebbe essere centrata sulla consapevolezza. Perché il mondo non finisce con l’uomo: siamo parte di un ecosistema più grande. Una tecnologia centrata sulla consapevolezza, qualunque forma essa assuma, è l’orientamento che dovremmo perseguire.
