Floridi fa la Differenza, dialogo sulla "non Intelligenza" Artificiale

Luciano Floridi e la sua Differenza fondamentale

Luciano Floridi e la sua Differenza fondamentale

 

 

Floridi fa la Differenza, dialogo sulla "non Intelligenza" Artificiale

Dialogo su "La differenza Fondamentale" di Luciano Floridi
di Pina Debbi e Federico Maiocco
 

Federico: Ciao Pina! Letto La differenza fondamentale di Floridi? Impressioni a caldo? Per me è stato un po’ come mettere gli occhiali per vedere chiaramente il “momento” dell’IA che viviamo. E poi, sai che amo le parole: finalmente qualcuno che osa dare il giusto nome alle cose e usa la filosofia per togliere la polvere dal vocabolario. Quella sensazione ce l’abbiamo tutti: diciamo “intelligenza”, “coscienza” riferendoci all’IA, ma nel profondo sappiamo che ci stiamo raccontando una bugia. Dobbiamo smettere di affidarci al solito “sacco di pubblicità e marketing” e tornare a una vera comprensione concettuale del futuro che stiamo costruendo. In questa era digitale la filosofia torna a essere viva e cruciale: non solo per analizzare, ma per trovare e difendere nuove soluzioni.

Pina: Vabbè, si potrebbe dire (vado sul pragmatismo spinto): ma c’era bisogno dell’ennesimo libro sull’intelligenza artificiale? E Floridi poi? Tra onlife e infosfera, prima, e l’etica dell’IA, ha già offerto numerosi… chiamiamoli percorsi. Eppure, ti dico: nell’epoca che abitiamo, per quello che ascoltiamo, per i dibattiti senza consapevolezza (e soprattutto senza fine) a cui assistiamo, questo testo è necessario. Rimette le cose al loro posto. Senza se e senza ma, verrebbe da dire. La svolta concettuale è l’unica base per un dibattito onesto. L’ho sottolineato proprio con convinzione: “L’intelligenza artificiale non pensa, non capisce, non è intelligente: agisce”. Questa è la differenza fondamentale. Finché non accettiamo che l’IA sia una nuova forma di agency artificiale (AA), continueremo a evitare i problemi reali.

Federico: Esattamente! E il suo esempio nell’introduzione, quando usa l’espressione “cavalli vapore” (HP) per descrivere l’IA, è brillante. Significa che non dobbiamo più cercare zoccoli o criniere nei motori che usiamo. L’HP, che oggi è l’unità standard per misurare la potenza meccanica, è un prestito concettuale riuscitissimo. Allo stesso modo, un giorno fortunato, tratteremo l’IA proprio come l’HP: smetteremo di frugarci dentro in cerca di proprietà cognitive o psicologiche. È il modo propositivo di accettare che stiamo progettando “nuove straordinarie forme di agency senza intelligenza”. Dobbiamo concentrarci su cosa fa e come lo fa, non su come pensa.

Pina: Faccio un passo indietro e torno all’architettura del libro e ai suoi contenuti: è cinicamente realista o realisticamente cinico, e non lo intendo in modo negativo. Mette sul tavolo fatti, elenca algoritmicamente (permettimi il termine, perché la struttura indica passo dopo passo come leggere o non leggere il libro) ciò che non abbiamo e non vogliamo vedere. Esce dalla dicotomia uomo-macchina e dall’antropomorfismo con cui viviamo la tecnologia, sempre a nostra immagine e somiglianza. Analizza la storia delle nostre paure, manda un messaggio chiaro sia ai "sacerdoti dell’IA" sia a chi ha una visione catastrofica (l’IA ci porterà all’estinzione): “Il cortocircuito: macchine come menti e menti come macchine”. Questo “prestito concettuale” è ciò che distorce la nostra comprensione. L’IA prende in prestito termini biologici (antropomorfizzando i computer) e le Scienze Cognitive del Cervello (SCC) riducono la mente a termini computazionali.

Federico: Il cortocircuito è proprio la parte più divertente e, alla fine, utile! Ci costringe a definire in modo non antropocentrico i tre criteri essenziali dell’agency: interattività, autonomia e adattabilità. Da lì entra in scena il metodo dei Livelli di Astrazione (LdA), che per chi ama le strutture è oro puro: serve a fare pulizia, a guadagnare chiarezza e precisione nell’analisi. Possiamo confrontare con lucidità le diverse forme di agency: quella naturale (un fiume), quella biologica (i cani) e la nostra agency artificiale (AA). Quella artificiale è straordinaria per precisione, scalabilità e riproducibilità, ma porta con sé un limite strutturale: non può generare scopi originali né trascendere gli obiettivi che le abbiamo impostato. L’IA non ha coscienza, non ha intelligenza, non ha stati mentali.

Pina: Sei il solito ottimista. Quei capitoli per me sono i più complessi e confesso che ci sono tornata più volte, a prescindere dagli esempi che,  per fortuna, ci sono. L’“operazionalizzazione” del concetto di agency però era un passaggio obbligato per dare spessore teorico a tutto il libro. Torno agli esempi, che sono la parte più divertente: dalle colonie di formiche per descrivere l’agency sociale (che mi invita a ricordare il principio primo della Gestalt - il tutto è più della somma delle singole parti: il comportamento della colonia manifesta capacità superiori a quelle della formica singola) ai termostati smart per riferirsi all’agency artefattuale. Però, per risponderti, per me le questioni fondamentali restano responsabilità, trasparenza, bias, privacy e contrasto al garbage in, garbage out nei dati di addestramento. Etica non è una parola vuota. E il mondo occidentale (anglosassone) nei dati di addestramento è escludente. Non troverai mai la rappresentazione di una mancina come me lì dentro: un esempio per ricordare il perpetuarsi delle ingiustizie sociali, che però,  ovviamente, sono ben altre.

Federico: Ma questa chiarezza sull’AA ci aiuta a evitare discussioni inutili. Floridi dedica il terzo capitolo proprio a “separare la realtà dell’intelligenza artificiale dalla finzione”. È una battaglia persa tra le due “chiese”: i credenti nella vera IA (gli adepti della Singolarità) che pensano che un’ultra-intelligenza sia in arrivo e ci supererà, e gli atei dell’IA (i miscredenti) che insistono che l’IA è solo un motore sintattico e non potrà mai essere cosciente. Per Floridi, entrambi sbagliano bersaglio. La vera IA non è logicamente impossibile, ma non è neppure plausibile, e temere la Singolarità è un po’ come temere che ogni essere umano possa essere colpito da un fulmine. Meglio tornare a mettere al centro la nostra eccezionalità umana, che resta qualcosa di unico.

Pina: Ne avevo accennato prima, riferendomi proprio all’aspetto filosofico ma anche pedagogico del libro. Riprendo testualmente: “non tutto ciò che è logicamente possibile è realizzabile”. E in questa frase c’è molto, quasi tutto, perché un tacchino, se è cresciuto un certo numero di centimetri nel corso della sua evoluzione, non vuol dire che diventerà più alto di uno struzzo; così come i chip e la capacità di processare dati non tenderanno a un’iperbole infinita, varrà lo stesso per i computer quantici, odore di prossimo Hype. E in fondo siamo noi che ci siamo messi in questa condizione, costruendo un mondo a misura di IA e cadendo nella trappola raccontata nel capitolo 4. E poi, sono abbastanza d’accordo: a volte le discussioni sulla Singolarità sono pericolose distrazioni che celano la parte più povera del mondo, quella che dell’intelligenza artificiale non si occupa affatto, con i suoi 2,2 miliardi di persone senza servizi idrici sicuri,  per non parlare dei servizi sanitari.

Federico: Un aspetto particolarmente creativo del libro, per me, è l’analisi dell’autenticità nel capitolo “L’inganno nell’era dell’IA”. Il concetto di “ectipo” è straordinario: artefatti che sono una copia, ma una copia con una relazione speciale con la sua fonte. In questo senso, la GenAI sembra muoversi al contrario dei ready-made di Duchamp: se lui prendeva oggetti comuni per farne arte, l’IA prende oggetti (o segni) apparentemente artistici per produrre contenuti funzionali. Una fabbrica di ectipi che rovescia il gesto dadaista: non elevare il banale a opera, ma ridurre l’opera a materiale riusabile…

Pina: Vabbè, la tua  è la lettura del semiotico, artista, creativo che è in te… Io sono più tranchant e penso che non abbiamo imparato nulla dagli hype della storia, figli di un certo turbocapitalismo, catastroficamente crollati spazzando via capitali, investimenti e riducendo in povertà migliaia di persone. Su questo Floridi, più che filosofo, fa il giornalista-analista geopolitico e mette insieme le cinque bolle tecnologiche che abbiamo insensatamente dimenticato, e che pure hanno ridisegnato potere e mercati. Eppure le dinamiche continuano a essere le stesse e noi continuiamo a non vedere nonostante... Dot Com, Telecomunicazioni, bolla cinese, Criptovalute, titoli tecnologici.  Ricorsi storici. Dovremmo concentrarci ora sull’IA, la bolla in cui siamo immersi. Le speculazioni, come in tutte le altre,  superano la realtà, le valutazioni sono gonfiate e l’entusiasmo si basa sulla paura di perdere l’opportunità, spingendo anche i piccoli investitori. E mentre le bolle passate ci insegnano quanto facilmente possiamo farci ingannare dalla narrazione del progresso, Floridi ci ricorda che non siamo condannati a ripetere gli stessi errori: se vediamo il meccanismo, possiamo anche immaginare gli antidoti.”

Federico: Certo, ma proprio perché vediamo il rischio possiamo immaginare anche la cura. Floridi propone la blockchain come strumento per certificare origine e proprietà intellettuale degli artefatti. È la tecnologia che prova a rimediare al danno creato dalla tecnologia stessa: un modo per ricostruire l’infosfera lavorando su credibilità, trasparenza e responsabilità. In fondo il punto è questo: dobbiamo plasmare l’infosfera perché possa fiorire, invece di lasciarla deturpare.

Pina: Forse hai ragione. E in questo senso, l’idea nel capitolo 8 di usare l’IA come “utility” è molto pragmatica e moralmente superiore a tutta la speculazione. L’IA nei servizi pubblici (street bureaucracy) come i registri aperti di Helsinki e Amsterdam — questo è ciò che conta: trasparenza e responsabilità. Non è un robot pazzo: è un mezzo per raggiungere un fine in modo umano-centrico.

Federico: Ho 50 anni, ne ho viste tante, ma rimango ottimista. Vedo un vero potenziale dell’AA: non nel tentativo di replicare l’intelligenza biologica, ma nell’ottimizzare le sue potenzialità specifiche, tenendola allineata ai valori umani e alla sostenibilità. Il cuore della questione è la progettazione e la regolamentazione. Floridi ci mette in mano un quadro concettuale eccellente, fondativo e innovativo, che parte dal riconoscimento che l’IA è agenzia senza intelligenza. La filosofia, se esce dalla sua torre d’avorio, può aiutarci davvero a costruire un futuro sostenibile.

Pina: Quindi, in sintesi, Floridi ci dice: l’IA non ci farà fuori, ma se ignoriamo la sua vera natura di agency e continuiamo a inseguire i sogni della super-intelligenza, falliremo per la nostra stessa stupidità e malvagità. Allora spero che chi prende le decisioni abbia letto oltre il capitolo 3. Perché la vera domanda è: sanno quello che sanno?

Federico: La differenza fondamentale? Una sola lettera. Quasi un gioco tipografico: da AI a AA. Ma quel passaggio ad Artificial Agency smaschera l’equivoco: l’IA non pensa, non capisce, non è intelligente. Semplicemente agisce. Ed è lì che sta la sua forza: nella potenza di azione. Dietro i nostri “fulmini digitali” non c’è né Zeus né un mostro in agguato: c’è l’equivalente di una gigantesca elettricità. Uno strumento potentissimo, da progettare, usare e regolare con cura. Per chiudere questa nostra discussione ti voglio segnalare l’unica cosa che non mi è piaciuta del libro: la copertina. Un’immagine un po’ troppo “stock”, piacevole e in tema, ma con poco carattere… Penso che questo libro meritasse di più.

Pina: Io l’ho letto su Kindle, quindi non mi ci sono soffermata troppo: al primo impatto la copertina mi ha ricordato le trame della Porta di Ištar, custodita al Pergamon di Berlino: il suo ruolo era quello di permettere l’accesso a Babilonia. Ma magari è un film mio… Piuttosto, noi della prima edizione ereditiamo l’errore nel frontespizio, Artifical, che tu stesso hai colto prima di me. Ci ho scritto un post su LinkedIn che è stato rilanciato e molto seguito, con interpretazioni anche fantasiose. Oggi, però, che ho finito di leggere il libro, credo di comprendere perché Floridi abbia scelto un editore come Mondadori, rinunciando anche a parte della complessità del suo linguaggio: La differenza fondamentale è un testo che dovrebbe arrivare a tutte, o almeno al maggior numero possibile di persone, perché non è solo divulgativo ma anche profondamente politico, nel senso più nobile del termine. Un libro di cui c’era bisogno, per ricordare,  e cito ancora una volta esattamente le sue parole,  che: “Siamo noi il problema, non la nostra tecnologia, e così resteranno le cose in futuro… Dovremmo preoccuparci della stupidità umana vera e non dell’intelligenza artificiale immaginaria, e concentrarci sulle autentiche sfide poste dall’IA”.