Immagine generata dall'AI
Diario di bordo dalla Newsroom: navigare l'IA con l'equipaggio al completo
Il progetto LESDIT Newsroom è nato nel 2023 all'interno del Dottorato Nazionale in Learning Sciences and Digital Technologies
di Giacomo Di Noto
Ricordo una bolina da Korčula a Hvar, il vento sui 25 nodi e il mare che cominciava a formarsi. Al timone cercavo di mantenere la rotta, occhi fissi sul segnavento e orecchie tese al fiocco che fremeva. "Cazza la randa!", "Lasca il genoa!", "Occhio alla raffica!". In quei momenti capisci che una barca a vela non si conduce da soli. Puoi essere il miglior skipper del Mediterraneo, ma senza qualcuno che regoli le vele, qualcuno che controlli la rotta, qualcuno che tenga d'occhio il meteo, sei solo un passeggero su un pezzo di vetroresina in balia delle onde. Otto anni di crociere nel Mediterraneo, dalla Croazia alla Grecia passando per l'Italia, mi hanno insegnato questa lezione fondamentale: in mare, la competenza individuale vale poco senza la capacità di lavorare insieme. E non lo sapevo ancora, ma qualche anno dopo avrei ritrovato questa stessa dinamica in un contesto completamente diverso: una redazione di dottorandi che cercava di navigare l'oceano dell'intelligenza artificiale.
L'equipaggio di LESDIT
Il progetto LESDIT Newsroom è nato nel 2023 all'interno del Dottorato Nazionale in Learning Sciences and Digital Technologies. Sulla carta, non avevamo molto in comune. Eravamo e rimaniamo un gruppo eterogeneo di ricercatori con background molto diversi: marketing, management, fisica, pedagogia, linguistica, giornalismo. Nella pratica, diventiamo qualcosa di nuovo ed incredibilmente utile: un equipaggio completo.
Su una barca a vela ogni membro ha un ruolo preciso. C'è chi sta al timone e tiene la rotta, chi regola le vele e ottimizza l'andatura, chi studia le carte e calcola i waypoint, chi monitora il meteo e anticipa i cambiamenti, chi tiene il diario di bordo e documenta il viaggio. Nessuno può fare tutto. Tutti possono imparare dagli altri.
Nella redazione funziona allo stesso modo. Il fisico porta il rigore del metodo scientifico e la comprensione dei meccanismi tecnici. Il pedagogo guida i processi di apprendimento e si interroga su come si impara davvero. Il linguista analizza le sfumature del linguaggio, le ambiguità, i non detti, gli impliciti, insomma. Il comunicatore osserva l'orizzonte, capisce come raggiungere il pubblico, traduce la complessità in accessibilità. Il giornalista trasforma l'esperienza in narrazione. In mare come in redazione, la forza non sta nel singolo talento ma nella capacità di far dialogare competenze diverse verso una rotta comune. L'obiettivo? Comunicare e promuovere un'educazione consapevole all'intelligenza artificiale generativa. Non solo spiegare cosa sia un LLM a chi già lo sa, ma rendere accessibile la complessità tecnologica a chi ne è intimorito, incuriosito, o semplicemente disorientato. E farlo attraverso la ricerca dottorale, unendo rigore accademico e linguaggio divulgativo. I numeri della rotta percorsa finora: una newsletter settimanale su LinkedIn con 1.061 iscritti e 96 (con questa) edizioni tematiche pubblicate, centinaia di contenuti multimediali su Instagram, TikTok e Facebook, centinaia di migliaia di visualizzazioni e una comunità in costante crescita. Miglia che non avremmo mai potuto percorrere da soli.
Un nuovo strumento a bordo
A un certo punto del viaggio, sulla nostra barca è comparso uno strumento nuovo. Immaginate di salire a bordo e trovare, accanto al vecchio chartplotter, uno schermo che non solo mostra la rotta ma te la suggerisce, ti corregge, a volte ti contraddice. "Secondo me dovresti virare", dice con voce sintetica. Tu guardi le onde, senti il vento sulla pelle, e pensi: ma questo aggeggio ha mai navigato davvero? L'intelligenza artificiale generativa è entrata nelle nostre vite professionali esattamente così: uno strumento potentissimo di cui nessuno capiva bene i limiti, le potenzialità, i rischi, le contraddizioni. Poteva scrivere articoli, generare immagini, sintetizzare paper scientifici. Ma poteva anche inventare citazioni inesistenti, produrre testi convincenti ma vuoti, allucinare con la sicurezza di chi non dubita mai di sé. Il problema non è averla a bordo. Il problema è capire quando fidarsi, imparare a conoscerla, interrogarla. E qui torna utile l'esperienza del marinaio (e del pensatore razionale!). Quando hai uno strumento nuovo, non butti via quelli vecchi. Non ti affidi ciecamente al GPS dimenticando come si legge una carta nautica. Impari a usarlo integrandolo con quello che già sai, testandolo, verificandolo, confrontando le sue indicazioni con la tua esperienza e quella dell'equipaggio.
Imparare navigando
Come si impara a usare uno strumento che nessuno ha mai usato prima? Facendo quello che i marinai fanno da sempre: provando, sbagliando, riprovando e confrontandosi con l'equipaggio. E allora puoi osservare e renderti conto che una vecchia e solida teoria rimane sempre una buona teoria. John Dewey lo chiamava learning by doing: si impara facendo, non studiando in astratto. Non si impara a navigare sui libri, e non si impara l'intelligenza artificiale solo leggendo manuali. Si impara anche e soprattutto usandola, mettendola alla prova, scoprendo dove funziona e dove fallisce. Ma ecco il punto cruciale: ognuno di noi poteva testare l'IA solo nel proprio ambito di competenza. Il fisico capiva se l'IA sapeva fare calcoli e ragionare in modo rigoroso. Il linguista valutava se sapeva scrivere davvero o solo assemblare parole in modo plausibile. Il pedagogo verificava se le sue spiegazioni funzionavano o creavano più confusione. Il comunicatore misurava se i contenuti generati raggiungevano il pubblico o parlavano al vuoto. È come quando il navigatore scopre che il nuovo chartplotter calcola male le correnti e lo dice al timoniere. O quando il nostromo nota che le previsioni meteo integrate sono imprecise e avvisa tutti. La conoscenza dello strumento si costruisce collettivamente, mettendo insieme le verifiche di ciascuno.
Etienne Wenger chiamerebbe questo processo una "comunità di pratica": un gruppo che condivide un dominio di interesse, una comunità che interagisce regolarmente, e una pratica che si affina attraverso l'esperienza condivisa. Noi lo chiamiamo semplicemente: imparare insieme.
Il briefing in pozzetto
Ogni martedì sera, dopo una settimana di navigazione, l'equipaggio si ritrova in pozzetto. Si parla di ciò che abbiamo fatto, di cosa ha funzionato e cosa no, di cosa si è imparato. È il momento in cui la conoscenza individuale diventa collettiva, in cui l'errore di uno diventa lezione per tutti, in cui si pianifica la rotta prossima. Nella nostra redazione le riunioni sincrone sono il nostro briefing: condividiamo letture, interpretiamo ricerche, discutiamo di prompt che hanno funzionato e di esperimenti falliti, generiamo insieme nuovi format divulgativi. Ogni incontro è uno spazio di apprendimento collettivo. Poi c'è il lavoro asincrono: la scrittura individuale, la creazione di contenuti, la sperimentazione solitaria con l'IA, la revisione dei testi degli altri. Sono le ore di navigazione tra un briefing e l'altro, quando ciascuno elabora e riflette, amplia i confini della propria disciplina, testa intuizioni che poi riporterà al gruppo. Lesdit Newsroom funziona così: come una redazione-laboratorio in cui scrittura, riflessione e tecnologia si fondono. Ogni newsletter, ogni post si propone come un microambiente di apprendimento. La complessità scientifica cerca un evoluzione in esperienza di senso condivisa. E nel processo, impariamo tutti: sia chi scrive che chi legge.
L'IA come potenziamento, non sostituzione
Una cosa l'abbiamo capita presto: l'uso della GenAI non può essere strumentale. Non è un ghostwriter a cui delegare il lavoro sporco. È, piuttosto, uno strumento di potenziamento cognitivo: un supporto per sintetizzare posizioni diverse, approfondire conoscenze, stimolare processi di ideazione. Attraverso la riflessività e il confronto tra i nostri diversi settori disciplinari, l'IA diventa occasione per esercitare consapevolezza critica. Quando la usiamo per generare una prima bozza, la sottoponiamo allo sguardo esperto di chi conosce l'argomento. Quando ci aiuta a sintetizzare un paper, verifichiamo che non abbia inventato nulla. Quando propone un'immagine, ci chiediamo se comunica davvero quello che vogliamo dire, ma anche i bias che possono essere nascosti dietro quell'immagine, che quasi sempre rappresenta la persona media della cultura del mondo anglosassone, o in modo più ampio, occidentale. È una pratica dialogica: tra umani e tra umani e macchine. Un esercizio continuo di co-creazione critica, ricordando però che la postura epistemica deve essere giocoforza la nostra e dobbiamo mantenere intatta la nostra capacità di giudizio, senza delegare nulla alla macchina, senza cedere ad un certo "impigrimento intellettuale". Questo stesso articolo è frutto di un complesso dibattito tra di noi e dei chatbot.
La rotta verso l'AI Literacy
Quello cerchiamo di costruire, navigata dopo navigata, è qualcosa che i ricercatori chiamano AI Literacy: la capacità non solo di usare l'intelligenza artificiale, ma di comprenderla criticamente, valutarne gli output, riconoscerne i limiti, essere consapevoli delle sue implicazioni etiche e sociali. La nostra esperienza suggerisce qualcosa di più: che l'AI Literacy non è una competenza solo individuale, ma anche collettiva. Si costruisce nel confronto, nella contaminazione tra saperi diversi, nella riflessione condivisa su cosa funziona e cosa no. Nessuno di noi, da solo, avrebbe potuto sviluppare la stessa consapevolezza critica che abbiamo costruito insieme. La divulgazione scientifica, in questo senso, si trasforma in qualcosa di inaspettato: una forma di apprendimento informale collaborativo intenzionale. Non scriviamo per insegnare agli altri quello che già sappiamo. Scriviamo per capire meglio quello che stiamo imparando. E nel processo, forse, aiutiamo anche chi ci legge a orientarsi in questo mare complesso. Imparare a comunicare la scienza significa anche imparare con la scienza: un esercizio di cittadinanza capace di unire rigore e accessibilità, teoria e pratica, avvicinando l'accademia alla società.
Terra in vista
Quella bolina da Korčula a Hvar l'abbiamo completata agilmente e ne ho un magnifico ricordo perché l'equipaggio sapeva lavorare insieme. Ognuno al suo posto, tutti attenti agli altri, pronti a correggere, suggerire, imparare. Oggi, navigando l'oceano dell'intelligenza artificiale con la ciurma di LESDIT, ritrovo la stessa lezione. L'IA è a bordo, ed è uno strumento potente. Ma nessuno strumento, per quanto sofisticato, sostituisce la capacità umana di confrontarsi, dubitare, verificare. Di imparare gli uni dagli altri. Il chartplotter può suggerire la rotta ma il timone rimane in mano tua.
Se siete arrivati alla fine del viaggio.... sappiate che tutte le immagini di questo articolo sono state generate con Imagen3 (Google Nano Banana Pro). Se il risultato vi sembra convincente, è perché abbiamo imparato a dialogare con lo strumento. Se notate qualche errore... beh, anche il miglior chartplotter a volte sbaglia la rotta.
