Il Sé digitale di Gallese, una mappa per orientarsi nella "trasformazione antropologica"

Gallese libro

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Il Sé digitale di Gallese, una mappa per orientarsi nella "trasformazione antropologica"

Recensione de Il Sé digitale di Vittorio Gallese, in libreria in questi giorni
di Pina Debbi
 

Quante volte le nostre giornate iniziano con un gesto minuscolo, quasi banale, che però ci accompagna dal momento in cui apriamo gli occhi? Prima di mettere i piedi a terra afferriamo lo smartphone: notizie, chat di lavoro, notifiche, mail, uno scroll veloce sui social. Per quante e quanti di noi è diventato un rito per ri-agganciare il mondo? E forse è proprio da qui, da questo gesto piccolo e usuale, che conviene partire per leggere Il Sé digitale di Vittorio Gallese, in libreria in questi giorni. Quella che stai leggendo non è la recensione dell’ennesimo libro sull’IA, né la sintesi di un saggio di neuroscienze (che qui sono solo la porta d’ingresso). Nel testo di Gallese c’è molto di più: filosofia, psicologia, antropologia, teoria dei media, perfino una nuova politica del sentire e una ridefinizione dell’estetica, senza alcuna rivendicazione retrotopica.

Un testo che ha avuto una genesi lunga, quasi 5 anni durante i quali uno dei padri dei neuroni a specchio ha cercato di comprendere l'evoluzione del nostro rapporto con la tecnologia. Ma è bene precisare che Gallese è interessato a capire se e come il digitale ci cambia alla radice: come cambia la nostra soggettività, come stiamo insieme alle altre persone ovvero il nostro stile di relazione e come cambia la nostra visione del mondo e perfino la nostra identità. Un'opera che arriva dopo Cosa significa Essere Umani, scritto con Ugo Morelli e Oltre la Tecnofobia con Stefano Moriggi e Pier Cesare Rivoltella . Poco più di un anno e mezzo fa, in una Lectio magistralis che apriva l'anno accademico all'Università di Modena e Reggio Emilia (se la memoria non ci inganna) Gallese ce lo aveva anticipato: "devo approfondire e capire il nostro rapporto con le tecnologie digitali, toccarlo con mano, non posso esprimermi oggi". Il Sé digitale, dunque, è il punto di arrivo di questo percorso, meditato, testato, concettualizzato scientificamente.

Il digitale come habitat

Per Gallese smartphone e, oggi, assistenti digitali basati sull’intelligenza artificiale generativa (ChatGPT, Perplexity, Claude ecc.) non sono semplici strumenti esterni, ma formano un ambiente nel quale siamo immersi e con il quale interagiamo ogni giorno. E siccome la mente, per Gallese, non è solo incarnata ma anche situata, cioè si sviluppa e si modifica in rapporto al contesto in cui vive, allora agire ed operare in questo ambiente digitale produce necessariamente trasformazioni. Non solo nel modo in cui organizziamo la giornata o lavoriamo, ma soprattutto nel modo in cui percepiamo: cosa ci appare importante, cosa riconosciamo come reale, come interpretiamo segnali, significati, relazioni. Il digitale non cambia solo “le nostre abitudini”, cambia la cornice percettiva con la qule abitiamo il mondo.

“Fermo-pelle”: lo schermo non è finestra, è soglia

Siamo abituate e abituati a pensare lo schermo come finestra: una rappresentazione del mondo proiettata davanti a noi. Gallese ribalta questa visione: lo smartphone è una tecnologia touch, fisica, aptica. Quando lo ha tra le mani non stai solo guardando: interagisci con lo strumento, lo tocchi fisicamente, lo scrolli. E siccome “non si può toccare senza essere toccati”, quella superficie diventa una soglia: il punto di ingresso di una riconfigurazione del rapporto con la realtà. La pelle più ch eun confine è una frontiera, qualcosa che ti apre al mondo, un organo di relazione. Se lo schermo si fa pelle, allora il digitale non è completamente fuori da noi, è dentro la struttura stessa del sentire.

Neuroni specchio: no moral panic. Il problema è altrove

A un certo punto del testo entra uno degli argomenti più abusati: “gli schermi spengono l’empatia”, “disattivano i neuroni specchio”. È una sciocchezza per Gallese: se i neuroni specchio rispondono all’osservazione di un’azione, rispondono anche quando quella stessa azione è presentata sullo schermo, anche se ammette che nella relazione mediata dallo schermo manca la parte del non verbale, del contesto condiviso e (aggiunge chi scrive) per dirla con Grice, le implicature conversazionali. Manca la reciprocità, la condivisione piena dell’ambiente fisico, guardarsi negli occhi. Insomma, la comunicazione via schermo è diversa: non è “meno comunicazione”, ma ha un altro tipo di densità. Più controllabile e più povera di frizione.

L’IA come alterità surrogata: la relazione senza frizione

Ma quando arriva a parlare dell’intelligenza artificiale, uno dei neuroscienziati italiani più noti usa uno sguardo antropologico per quella che definisce l’alterità surrogata. È un “altro” che ti parla, ti ascolta, simula empatia, ma non ti espone all’alterità reale. Potete osservarlo quando interagite: difficilmente ti contraddice davvero o ti mette in discussione. Molto spesso ti blandisce, conferma quello che dici e quasi sempre ti dà ragione. “Il rischio non è che l’IA diventi come noi” (frasi riprese dal suo intervento a Tagadà – La7) “ma che noi, progressivamente, diventiamo come quel modello di relazione”. Una relazione senza frizione né imprevisto che puoi finire per portarti dietro quando chiudi lo schermo e rientri nel flusso della vita incarnata. È un punto delicato ed è un’analisi culturale: che cosa succede all’educazione sentimentale e relazionale, se l’esperienza più frequente dell’“altro” è un altro progettato per essere accomodante, compiacente?

Capitalismo digitale: noi nel menù

Quando Gallese parla di capitalismo digitale, non lo descrive come un settore economico, ma come un principio di governo del sensibile. Dice: "il capitalismo si è sviluppato vendendo merci e servizi; oggi ha trovato una nuova merce, e quella merce siamo noi. La nostra immagine, le nostre scelte: insomma, noi siamo nel menù”. Una frase che ti dà immediatamente la posizione nel sistema: è un modello industriale. E la conseguenza è tanto scontata quanto necessaria : serve una pedagogia digitale. Ma bisogna uscire dal senso punitivo interpretato dalle nostre istituzioni con il divieto dei telefonini a scuola o il chiuderli negli armadietti. Al contrario: bisognerebbe spostare l’asse della didattica sul mondo che già abitiamo. Che cos’è un’immagine? Che cosa significa guardare un’immagine sullo smartphone? Come è stata costruita? Perché quell’immagine può avere valore politico e addirittura geopolitico? Insomma, utilizzare la tecnologia per educare al pensiero critico, per imparare a leggere il presente.

La mediazione radicale è il corpo

Uno dei passaggi più innovativi arriva quando Gallese va oltre la dicotomia tra il reale e il virtuale, corpo vs digitale, carne vs rete, presenza vs online; contrapposizione che definisce “un’illusione pericolosa”. L’idea di avere un’identità naturalmente corporea che poi “va online”, e lì si disincarna e fluttua, smaterializzata dentro uno schermo, nel web, viene smantellata. Il corpo non sparisce ma si adatta. Perché è sempre il corpo a mediare, anche quando chattiamo, siamo in videoconferenza o interagiamo con un algoritmo. .Gallese introduce il termine ontofenomenologia incarnata per descrivere quella struttura plastica e sensibile che rende possibile ogni esperienza: non siamo "qualcuno" prima di entrare in relazione con il mondo, ma diventiamo noi stessi attraverso il corpo e le sue risonanze affettive. E proprio il corpo si trova al centro di una nuova grammatica e di un’estetica, recuperata nel suo senso etimologico di aisthesis: percezione, sensibilità, il modo in cui il mondo ci tocca e noi tocchiamo il mondo. Gallese critica l’accezione “cosmetica” dell’estetica contemporanea, tipica del capitalismo digitale, che riduce l’esperienza a superficie, maschera e calcolo delle emozioni per fini di seduzione o consumo. In questo contesto, l’estetica divente un’infrastruttura del sociale che cattura la nostra attenzione e monetizza il desiderio. L’estetica radicale si oppone a questo uso decorativo, rifiutando di essere un semplice “di più” estetico per diventare il nucleo vivo della soggettività.

Conclusione: per un’estetica radicale come ontologia critica

Il libro si conclude con una proposta teorica potente, legata proprio all’estetica radicale, che Gallese concettualizza come spazio critico di resistenza contro la soggettivazione algoritmica. In un mondo progettato per eludere l’imprevedibilità dell’alterità attraverso il calcolo, l’estetica radicale ci invita a recuperare il “sentire” come esposizione al mondo e all’altro. La sfida è tornare a pensare il corpo non con nostalgia, ma come la condizione generativa di ogni possibile futuro, abitando il digitale senza farsi svuotare della propria “eccedenza incarnata”.