LMF 2026
Learning More Festival, dove le conversazioni diventano ricerca
Triplice resoconto dell'evento di Modena
di Michele Allegretti, Loredana Boero, Fede
Al Learning More Festival di Modena la redazione LESDIT ha inviato la falange piemontese. Loredana, Michele e Federico: tre modi diversi di tornare a casa con lo zaino pieno. C’è chi è rientrato con una collezione di incontri (e qualche incastro mancato), chi con un diario di bordo fatto di rotte, metafore e comunità, e chi con una bussola concettuale: IA, mente e spazio, legati da un filo rosso sorprendente. Se volete leggerla in modo “seriale”, fate così: prima l’esperienza umana, poi il viaggio, poi la sintesi concettuale. Se invece preferite “saltare”, ogni blocco è autonomo (e firmato).
Incontri ravvicinati del miglior tipo - Federico Maiocco
Quello che voglio raccontare è che il mio LFM è stato una sequenza di incontri inaspettati… e qualche mancato appuntamento. Che poi è proprio questo, secondo me, il valore aggiunto di un festival: l’incontro, il confronto diretto con i relatori, certo, ma anche con i colleghi. E soprattutto con volti nuovi e idee nuove con cui misurarsi. Dal palco arrivano parole illuminanti. Però il bello è dopo: discuterle, farle sedimentare, renderle vive. Magari con persone che incontri per la prima volta, che ti si affiancano a un workshop e con cui, nel giro di mezz’ora, passi dalla slide alla pausa caffè. È lì che succede qualcosa.
Il primo incontro è stato con Ciro Piscitelli uno degli organizzatori del Festival. Per me era “la firma in calce alle mail”: quelle mail puntuali, precise, sempre cortesi, che hanno accompagnato tutta la mia partecipazione (e sì, ne riparliamo dopo). A un certo punto però quella firma prende volto, voce e una stretta di mano sincera. Vi sembra poco? A me no. L’incipit conta sempre: in un’opera, in una relazione… e anche in un festival.
Poi capita di incontrare i tuoi “vicini di ricerca”… a 350 chilometri da casa. Alla fine di un workshop molto interessante sull’Innovazione nella didattica dell’arte, mentre mi avvicino per fare una domanda al relatore Leonardo Lodi, incrocio uno sguardo amico e, soprattutto, inaspettatamente cuneese (la mia sede ospitante è l’ Accademia di Belle Arti di Cuneo). Due chiacchiere, un sorriso, e scopro che proprio dietro di me ci sono i nuovi responsabili del PLIN, un progetto Future Education Modena con sede proprio a Cuneo. Risultato: in cinque minuti fai conoscenza, scambi i contatti e ti ritrovi già con un appuntamento “in casa” per possibili collaborazioni future. Ecco: questa è magia da festival.
Da notare anche il rovescio della medaglia: le persone che avrei pensato di incontrare e con cui scambiare qualche pensiero… sono proprio quelle che ho mancato. Il prof. Tommaso Minerva, perché l’intervento a cui mi ero registrato è stato annullato. E i professori Pier Cesare Rivoltella e Stefano Moriggi che, com’era prevedibile, sono stati “assediati” dalle domande a fine intervento… proprio mentre io dovevo andare a presidiare il mio poster. Tempismo perfetto: la vita accademica è anche questo.
E qui arriviamo alla poster session: Includere la tecnologia nell’apprendimento in modo intenzionale. Io presentavo il mio lavoro sull’applicazione degli strumenti della sceneggiatura cinematografica in un framework di AI Literacy attraverso la settima arte. Poster alle spalle e volantini, anzi handout, in mano, ho potuto spiegare a docenti molto interessati una piccola “cassetta degli attrezzi”: usare scene di film per storicizzare il conflitto uomo/macchina; leggere i dialoghi tra i personaggi come un parallelismo azione/reazione utile per ragionare sul prompting; arrivare fino alle riflessioni su intelligenza artificiale ed empatia verso le macchine.
Detto così sembra complicatissimo. In realtà, grazie alle domande dirette e pratiche che mi facevano, tutto diventava più chiaro. Anche nella mia mente. Questa volta ero io a lasciare i contatti, per poter condividere con calma materiali e informazioni utili.
E poi sempre lì ho ritrovato Matteo Mancini: docente e ricercatore all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ma soprattutto un amico con cui, una decina di anni fa (lui giovanissimo, io un po’ meno…), portavamo avanti progetti multimediali contro la povertà educativa. Con Matteo succede sempre così: non riusciamo quasi mai a “organizzarci”, eppure finiamo puntualmente per incontrarci per caso. Anche questa volta, a Modena: lui era lì a presentare alcuni suoi lavori in formato poster. Immancabile l’abbraccio.
L’ultimo incontro è stato quello con… me stesso. Con un me stesso ragazzino, quello che al liceo sedeva sempre in fondo. Durante un workshop sul prompting davvero coinvolgente, tenuto da Francesca Alloatti (Innovation Manager del FEM), mi ritrovo a fare gruppo con la collega Lesdit Martina Gremignai e con una docente finita con noi nel team dei “discoli”. Ci divertiamo a forzare l’AI, finiamo per vincere la challenge di prompting e ci facciamo pure dire dall’AI, “opportunamente” educata da noi, che siamo dei “gran fighi”. Risate, leggerezza… ma anche uno strumento concreto che, promesso, userò in modo più serio.
In mezzo, tantissimi sorrisi dello staff. Le cene con i colleghi Michele e Loredana. Gli incontri sempre troppo fugaci con i colleghi Lesdit. E alla fine mi è sembrato giusto chiudere il cerchio: tornare a salutare Ciro e fare i complimenti per l’organizzazione, di persona. Perché certe cose, se contano davvero, è bello dirle guardandosi negli occhi.
Diario di bordo di Michele Allegretti
In questo viaggio immersivo nella galassia delle possibilità, spunti di riflessione, e di ricerca, sulla didattica mediata dall’AI, mi sono imbattuto in progetti di cui solo ne intuivo l’esistenza: come Magellano ne volevo navigare le correnti. Con la mia piccola imbarcazione mi accingevo ad affrontare i miei limiti dovuti al poco tempo che avevo dedicato, per ora, alla ricerca accademica.
La “via delle spezie”
La “via delle spezie” è tracciata dal service learning e dalla scoperta dello spazio pubblico come veicolo di crescita da parte di una comunità scientifica che caparbiamente suggerisce a noi tutti di riprendere lo spazio pubblico non organizzato come occasione di percorso di crescita, senza l’intervento di architetture guidanti e normanti. Attenzione alle parole: per Francesco Tonucci, Daniele Ara, Italo Fiorin, Federica Venturelli, Roberto Trinchero e Selena Notaro lo spazio non organizzato non suggerisce il caos e il disordine, come inteso dai dizionari nel contrario della parola setting, ma un ambiente dove lo spazio è autoregolazione dei bambini e lascia il vuoto, sia inteso come luogo architettonico che come luogo dell’anima, dove tutti noi siamo spinti ad accettare regole sociali e di gioco che non provengono dall’alto della regola e del come si fa, ma sono il frutto di un percorso di crescita auto regolatorio sociale. In questo vi è anche una riflessione sulla noia come veicolo della sanità di un luogo sociale. Del non fare nulla o del giocare con gli strumenti del poco. Ci si pone la questione dello spazio del fuori per bambini che già dall’infanzia sono proiettati in progetti utili e finalizzati, iperstrutturati e che non conoscono più i pomeriggi lunghi in cui ci si deve inventare, co-costruire con l’adulto e i pari, la socialità di quartiere.
Il vento
Non ho citato a caso il mare, in questo viaggio ho riconosciuto molte esperienze di navigazione che credono ancora nelle esperienze immersive che non rinunciano allo spazio della realtà. Realtà condivisa col pubblico. Luca Dal Pozzolo e Giuliano Gaia ci scortano nella vera innovazione culturale tecnologica, essa non è l'adozione di tecnologie digitali in quanto tali, fine a sé stesse, ma un cambio di mentalità che privilegia l'ascolto e il dialogo con il pubblico. La "bulimia informativa" e le zone fredde, come nel mare, trasportano in correnti inefficaci e respingenti; qui la preoccupazione è come impiegare le possibilità offerte dalla tecnologia per traghettare il pubblico in un’esperienza vera e coinvolgente. Studiare i percorsi, toccare le cose e non imporre un interesse accademico, ma al contrario lasciare che si inneschi una sana voglia partecipativa sfruttando il rapporto che le tecnologie possono, e devono, veicolare come co-costruzione di un percorso di interesse vivo. A tal proposito Rino Lombardi imbottiglia i venti, nel suo museo della Bora, e se gliene porti uno delle tue parti, a Trieste, ne diventi ambasciatore. La dimostrazione che non è necessaria la spettacolarizzazione di un evento espositivo per creare coinvolgimento e interesse, questo è il gioco e il percorso a misura del bambino che è in tutti noi. Costruire un museo dell’intangibile è il sogno che racchiude la vera esperienza museale, il punto di arrivo e di ricerca che ci trasporta dall’ansia classificatoria al vero motivo per cui conserviamo la storia.
Non siamo più Thomas, in Blow-Up, che finisce spaesato nel mare verde con la macchina fotografica in mano che forse non serve più a nulla, ma il furgoncino di mimi che giocano con una pallina che sanno esistere oltre il verificabile e l’obiettivo.
La rotta
A proposito di intangibile, occuparsi di arte non significa occuparsi di storia, non significa occuparsi di biografie e non significa occuparsi di forme e figure, la grande sfida di chi cerca di occuparsi di applicazioni AI e didattica dell’arte è conciliare ciò di cui possiamo solo definire cosa non lo è, un ambito in cui da secoli si cerca di sovrapporre immagini a narrazioni verbali, senza tener conto della natura profondamente diversa del linguaggio visivo rispetto a quello verbale: come conciliare queste due nature? Uno strumento logico e speculativo che definisce uno strumento che può concedersi il lusso di non esserlo. Leonardo Lodi ci racconta di sperimentazioni e piattaforme ideate al FEM ad hoc per lavorare sulle immagini con le immagini, e col tatto, tramite riproduzioni in 3D, perché non ci dimentichiamo che l’arte possiede un corpo.
Tramite la piattaforma PinXit Studio in collaborazione con Haltadefinizione per allenare il Visual Thinking Strategies (VTS): un’osservazione lenta e intenzionale, fatta di immagini per le immagini. Grande idea!
La bussola
Pier Cesare Rivoltella, Stefano Moriggi, maria ranieri e Luca Botturi ci raccontano come sia possibile oggi porsi domande di valore per lavorare con l’AI in ambito pedagogico, ci illustrano lo stato dell’arte della ricerca e indicano una via umana e per l’umano. Una bussola finalmente!
La mascotte
In conclusione, questo viaggio è necessario, necessario è il riflettere garbatamente e con umiltà, ponendosi domande e ponderando vie di ricerca. In un mondo che vive di sentimenti veloci, facili entusiasmi e soluzioni pronte all’uso, la comunità FEM ha saputo renderci parte del discorso, renderci comunità che accoglie riflessioni, strategie di ricerca e riserve, domande personali. Tornerò alla mia ricerca forte del fatto che questa sfida non si vincerà da soli ma costruendo comunità dialoganti che, come in un processo di osmosi, assorbe il nuovo, in un tempo di ricerca lento e a misura di umano per l’umano, ma presto anche di gatto per gatti.
IA, mente e spazio: una triangolazione (e un filo rosso) – Loredana Boero
L’insieme degli interventi seguiti, come è tipico del Learning More Festival, ha coinvolto professionalità molto diverse, in una sorta di triangolazione tra le architetture dell’IA, della mente e dello spazio che ci circond
Tra le conferenze più interessanti, seguendo l’ordine degli speech, spicca per il venerdì l’intervento di Barbara Oakley, nota per i suoi studi sull’apprendimento, la cognizione e i metodi di studio e, soprattutto, per il corso online Learning How to Learn, tra i MOOC più popolari al mondo. Il suo intervento muove da una domanda che oggi molti di noi si pongono: l’uso dell’IA aiuta soltanto a migliorare le performance immediate oppure consente di costruire competenze durature? I parallelismi tra reti neurali e cervello guidano il ragionamento attraverso le connessioni sinaptiche, gli effetti della dopamina sulla motivazione e le strategie di apprendimento, fino ad approdare a un articolo apparso da pochi giorni su Science (Daniotti et al., 2026), che mostra come possa avvalersi realmente dell’IA per migliorare le proprie competenze professionali e la propria produttività soprattutto chi possiede già una conoscenza ben strutturata.
Sabato, un bellissimo intervento del professor Igor Sotgiu . Tema centrale: la felicità e la sfida, propria della psicologia positiva, di promuoverla. Non è mancato un riferimento ai social media e ai loro effetti negativi sugli adolescenti, nei quali possono innescare un senso di insoddisfazione: la felicità presunta, quando è confezionata da altri e diventa prescrittiva e stereotipata, perde autenticità e finisce per essere addirittura controproducente. Bella anche la chiusura: le persone più felici sono quelle che coltivano virtù come curiosità, interesse, empatia, senso etico, altruismo e autoriflessione.
E la domenica, l’architetto Davide Ruzzon ci parla di ambienti di apprendimento innovativi ed embodied design, che interpreta lo spazio come luogo in cui costruiamo la nostra dimensione umana. E sottolinea la necessità di superare l’idea di organizzazione degli ambienti della scuola che nasce, come ricorda anche Foucault nel suo saggio Sorvegliare e Punire, come spazio disciplinare progettato per distribuire, ordinare, osservare e normalizzare i corpi.
Il filo rosso che lega i tre interventi — e che i tre autori, senza saperlo, hanno tutti richiamato — è la maieutica socratica: uno strumento per scoprire il mondo, ma anche per riscoprire ciò che si è veramente, valorizzando quell’individualità che può emergere solo nella dimensione relazionale e intersoggettiva. È la maieutica che ci aiuta a comprendere che cosa sia per noi la felicità, al di là di qualunque modello proposto o imposto dalla dittatura dei media. È la maieutica che guida il nostro apprendimento in ambienti progettati per il dinamismo, il dialogo e il movimento.
Intervenire nella stessa sessione del professor Achilles Kameas — direttore del gruppo di ricerca DAISSy (Dynamic Ambient Intelligent Sociotechnical Systems) e promotore del progetto europeo ADMIT, dedicato all’integrazione etica, responsabile ed efficace dell’IA generativa nell’università — è stato per me un grande onore. È stata anche un’occasione preziosa per comprendere ancora più profondamente quanto la ricerca universitaria debba orientarsi alla produzione di valore sociale e contribuire alla costruzione di una società più equa e consapevole.
L’esito più significativo che ne traggo è la consapevolezza che la mia ricerca, mentre va definendosi con maggiore chiarezza, si intreccia in modo fecondo con quella di altri, individuando linee sempre più nette e costruendo così una base stabile da cui proiettarsi nel futuro.
Quindi... chiudendo insieme
Se dovessimo riassumerla in una sola frase, diremmo così: LMF è un luogo dove le idee diventano conversazioni, e le conversazioni diventano ricerca.
In questi tre racconti c’è un’unica traiettoria, vista da angolazioni diverse. C’è l’energia dell’incontro “ravvicinato”, quando un volto passa dalla firma in calce a una stretta di mano e una slide diventa discussione vera. C’è il viaggio, con le sue rotte e le sue correnti: lo spazio pubblico, la noia feconda, l’esperienza culturale che non si impone ma si costruisce insieme, a misura d’umano (e sì, anche “di gatto per gatti”). E c’è la bussola concettuale che tiene insieme IA, mente e spazio, ricordandoci che ogni innovazione (tecnologica, educativa, architettonica,...) ha senso solo se apre domande migliori, più maieutiche, più nostre.
Il filo comune è semplice e impegnativo: la ricerca non è solo produzione di contenuti, ma produzione di relazione. È il dopo-intervento, il corridoio, la pausa caffè, il laboratorio in cui ci si mette in gioco e ci si lascia sorprendere. È lì che l’AI smette di essere slogan o paura, e torna a essere ciò che dovrebbe: uno strumento dentro un orizzonte etico, comunitario, condiviso.
Ci portiamo a casa incontri, strumenti, domande “che restano” e la sensazione concreta che questa sfida, per davvero, non si vince da soli.
