Prometti meno, cambia di più

Julian Mc Dougall

Julian Mc Dougall

 

 

Prometti meno, cambia di più

la Theory of Change di Julian McDougall, professore di Media and Education all'Università di Bournemouth euno dei principali teorici della media literacy britannica.
di Pina Debbi
 

Può sembrare uno slogan, in realtà, il titolo di questa newsletter è un vero e proprio mantra: ha la forza di un approccio proattivo che richiama senso di responsabilità individuale e valori. Le parole di Julian McDougall esprimono il cuore della sua ricerca. McDougall è professore di Media and Education all'Università di Bournemouth ed è uno dei principali teorici della media literacy britannica. Nel corso di un decennio ha sviluppato la sua Theory of Change, applicata prima a BBC Media Action, poi al British Council, al Governo Britannico, in collaborazione con Ofcom, l'autorità di regolamentazione per i servizi di comunicazione, l'ente che vigila sulle emittenti televisive e radiofoniche britanniche, assicurando il rispetto degli standard sui contenuti (protezione dei minori e imparzialità). Oggi McDougall sta estendendo il suo framework a livello globale con progetti pilota in una decina di Paesi. L’ho incontrato durante il mio periodo di visiting proprio a Bournemouth e mi ha colpito la sua visione all’alfabetizzazione mediatica.

Cos'è la Theory of Change?

La Teoria del Cambiamento di Julian McDougall, che si avvale anche di una ricercatrice italiana, Isabella Rega, è un quadro metodologico progettato per pianificare e valutare l’impatto che l’alfabetizzazione mediatica (media literacy) può avere sulla vita delle persone e sulla salute dell’ecosistema della comunicazione. Ha un approccio diverso dalla media education: è meno preoccupata di difendersi, ad esempio, da costrutti complessi come la disinformazione, è piuttosto un processo dinamico che si articola su diversi livelli con i suoi quattro elementi interconnessi:

•  Accesso: riguarda i mezzi tecnologici e le competenze necessarie per essere inclusi nell’ecosistema digitale. Comprende la capacità di compiere scelte informate su quali contenuti fruire e la riflessione su come tali scelte limitino o amplino il proprio coinvolgimento.

•  Consapevolezza: è la comprensione critica di come i media rappresentino persone ed eventi e di come l’ambiente mediale sia costruito, regolamentato e anche manipolato (es. algoritmi, proprietà dei media).

•  Capacità: si verifica quando l’accesso e la consapevolezza si trasformano in un uso attivo dei media per scopi specifici (impegno civico, resilienza alla disinformazione, occupabilità), superando il ruolo di consumatori passivi

•  Conseguenze: costituiscono l’impatto finale delle azioni individuali sulla società e sull’ecosistema. Esempi includono lo sfidare la disinformazione, produrre contenuti positivi o impegnarsi nell’attivismo dei dati.

L’alfabetizzazione per McDougall non è l'unica soluzione al problema: bisogna attivare un percorso virtuoso all’interno dell’ecosistema della comunicazione che può essere malsano quando si basa sulla polarizzazione e sui bassi livelli di fiducia, oppure quando i media sono nelle mani di attori politici o economici che li usano per la costruzione del consenso basandosi su pseudoverità. È invece sano l’ecosistema orientato alle relazioni umane, alla solidarietà, alla cura e alla rappresentazione equa di ogni singola comunità.

Una media literacy basata sui valori

«Le quattro dimensioni del mio framework — accesso, consapevolezza, capacità e conseguenze — sono elementi del cambiamento in continua relazione tra loro. Un intervento può toccarle tutte e quattro o anche una sola.» La media literacy deve attivare competenze profonde non solo proteggere: non basta formare a riconoscere le fake news per risolvere il problema della disinformazione. «Le persone che stanno progettando algoritmi di IA per profitto ed estrazione di dati sono esse stesse altamente alfabetizzate dal punto di vista mediatico, hanno le stesse competenze critiche», dice. «La competenza tecnica da sola non è sufficiente: serve una base di valori, fiducia, empatia, e queste cose devono venire prima dell’alfabetizzazione, non dopo. Abbiamo quasi bisogno di una fase fondativa nell’istruzione dove insegniamo l’azione civica, l’empatia, la fiducia, il valore della verità, prima di insegnare la media literacy. E se seguiamo il suo ragionamento, possiamo immaginare che nella dimensione delle conseguenze emerge un’idea forse utopica ma coerente: se abbastanza persone portano valori nell’uso di un media, cambiano gli algoritmi, perché gli algoritmi non sono solo tecnologici ma anche culturali.

Non frammentare: una sola literacy, agile e dinamica

Non posso non chiedergli di cosa sta accadendo con l’IA generativa, con le sue ambivalenze, con l’essere al contempo rischio e opportunità. Gli domando allora se c’è bisogno di nuove forme di literacy, dai dati alla stessa intelligenza artificiale. McDougall lo dice con chiarezza, è contrario alla frammentazione e alla proliferazione delle literacy:«Abbiamo bisogno di un approccio dinamico e agile a una sola alfabetizzazione, che sappia adattarsi ai nuovi contesti e alle nuove tecnologie senza rinchiudersi in categorie sempre più specializzate. C’è l’IA, poi ci sono i dati, va bene, lo consideriamo: quello che propongo è un processo ed è dinamico, agisce dove è necessario.» Lo stesso vale per il confine, spesso dibattuto, tra media literacy e media education. Il nome di David Buckingham, uno dei più influenti studiosi al mondo proprio di media education, entra nella conversazione quasi naturalmente. Sono amici, dice McDougall: «In realtà ho parlato con lui oggi.» Eppure non sono d’accordo su quasi nulla di fondamentale. McDougall non rifiuta la media education in toto, ma è scettico sulla sua capacità di cambiare le cose. Pensa che concentrarsi sulle differenze tra l’una e l’altra distolga dall’educazione come progetto più lungo e radicato. «Io penso che lui sopravvaluti la distinzione. La spiegazione è più pragmatica che teorica: «Se è lì che c’è l’energia, è lì che ci sono i finanziamenti, Ofcom finanzia progetti di media literacy e non di media education, sono felice di andare dove c’è l’energia a prescindere dalla definizione.» Una posizione che suona quasi provocatoria, ma che lascia emergere una convinzione genuina: i confini tra i due campi educativi sono molto più sfumati di quanto la disputa accademica lasci intendere e perdersi in conflittualità nominalistiche rischia di sottrarre energie a chi lavora sul campo.

La sfida dell’intelligenza artificiale

L’IA è il punto in cui il framework viene messo più alla prova. McDougall riconosce che alcune delle domande sollevate dall’IA vanno oltre l’alfabetizzazione: quando le persone instaurano relazioni emotive con i chatbot, quando si chiede cosa significa essere umani in un ecosistema popolato da agenti non umani, siamo in un territorio filosofico ed esistenziale che la media literacy non può coprire da sola. Ma per tutto il resto — come accediamo all’IA, come ne comprendiamo i bias, la governance, la proprietà, il profitto — il framework regge. «Ogni volta che interagisci con l’IA, ogni volta che accedi all’IA, anche lei accede a te dobbiamo sempre tenerlo presente».

La dimensione culturale: quello che la politica dimentica

Gli ho fatto una domanda che mi stava a cuore: tendiamo spesso ad analizzare i problemi dell’ecosistema mediatico attraverso una lettura politica — polarizzazione, populismo, disinformazione — dimenticando che c’è anche una dimensione culturale. Come si applica allora la media literacy in contesti così diversi tra loro? La risposta è netta: il modello funziona globalmente, ma deve sempre essere adattato al contesto geoculturale specifico. «La media literacy non è mai neutrale», ripete. Spesso è più facile fare buona media literacy dove tutti concordano sulla natura del problema. Nei progetti con BBC Media Action in Africa, in America Latina, in Medio Oriente, c’era un punto di partenza condiviso: l’esclusione digitale delle donne, la marginalizzazione dei giovani, un conflitto intergenerazionale preciso. In Europa, invece, tutto è più nebuloso. «Spesso non riusciamo a nominare il problema nello stesso modo». E se non sai cosa vuoi cambiare, è difficile misurare se il tuo intervento stia funzionando. Nei percorsi di McDougall c’è un programma di formazione per gli anziani che integra media Literacy e pratiche Buddiste in Thailandia, la progettazione di un MOOC sul disordine informativo in Brasile, Una ricerca quasi sperimentale sullo sviluppo imprenditoriale dei giovani in Nigeria e poi ancora progetti in Vietnam, Egitto, Georgia, Malesia, Kosovo, Spagna e Africa Sub Sahariana. La cultura è qualcosa di diverso dalla collocazione geografica. È anche teologia, storia, epistemologia convivenza civile. McDougall racconta di una conferenza  in Vaticano, dell’intersezione tra giustizia sociale cattolica e media literacy, di un mondo che non è il suo ma che rispetta. «Sono ateo», dice con semplicità. «Ma l’importante è essere trasparenti sul proprio orientamento — culturale, politico o religioso nel rispetto delle diversità e vale anche e soprattutto per la media literacy che nasce in altre culture.» Quello che non si può fare è imporre inconsapevolmente un’epistemologia coloniale: la logica dell’Illuminismo europeo applicata a contesti che hanno le proprie tradizioni e le proprie costruzioni di senso.

Vietare è più facile che educare

E come un mantra torna anche il tema del rapporto tra adolescienti e mondo digitale. In Australia hanno vietato i social agli under 16. Nel Regno Unito se ne discute seriamente. I telefonini spariscono dalle scuole per decreto. McDougall capisce l’impulso — «è il modo più semplice per affrontare il problema» — ma non lo condivide. «L’idea di scatenare questo mondo sulle persone senza alcuna impalcatura educativa è davvero pericolosa. Ma anche togliere tutto non è una risposta.» Chissà, magari sarebbe più utile obbligare le piattaforma che gestiscono i social a cambiare gli algoritmi, perchè non propongano più certi contenuti al di sotto di un limite di età. Ma il punto vero è un altro: la media literacy dovrebbe iniziare presto, molto presto. E se la politica risponde con il divieto, sottrae proprio lo spazio in cui quella formazione dovrebbe avvenire. «Quello che cerchiamo di fare sono misure preventive precoci. Se il divieto diventa decisione politica sarà una sfida enorme per la media literacy.» E poi c’è la contraddizione che gli provoca un sorriso amaro: molti sostenitori della media literacy sono anche favorevoli al divieto. «È molto complicato» dice. Presiede la Media and Information Literacy Alliance nel Regno Unito; quando il governo ha chiesto una risposta ufficiale sulla proposta di vietare social ai minori, non sono riusciti a trovare un accordo. Era la prima volta che succedeva. Del resto le soluzioni facili sono anche lo specchio della comunicazione politica. La semplificazione vince sempre sulla complessità. «“Get Brexit done”, “Make America Great Again” , questi messaggi funzionano in trenta secondi. Spiegare i benefici della connettività digitale per i giovani richiede tempo, sfumatura, contesto. E la gente si annoia.» È una constatazione che dovrebbe spingerci a lavorare meglio, non di meno.

Noi, qui, adesso: Lesdit come pratica situata

C’è un motivo per cui questa conversazione appartiene a Lesdit più di altre newsletter. Quello che facciamo, dottorandi di settori diversi che provano a costruire insieme una redazione, che usano i social per disseminare ricerca, che nel farlo contaminano reciprocamente i propri campi disciplinari è esattamente quello che McDougall descrive come capability che diventa conseguenza. Stiamo praticando una forma di apprendimento situato (Wenger direbbe: siamo una comunità di pratica) in cui la divulgazione è anche formazione e la formazione è anche comunicazione della ricerca. Non è un caso che McDougall citi Jen Rowsell e il concetto di digital amphibians: persone che gestiscono la propria vita online e offline in modi sempre diversi, sempre negoziati. È quello che facciamo ogni volta che pubblichiamo un post, montiamo un reel, scriviamo una newsletter. Siamo dentro l’ecosistema che studiamo. E questo, per McDougall, non è un limite, è il punto di partenza. Per costruire una comunità fondata sui valori.