Morin
Vivere la Complessità, un omaggio a Edgard Morin
In ricordo di Edgard Morin
di Loredana Boero e Pina Debbi
Parigi, estate 1960
Edgard Morin è seduto intorno a un tavolo e parla con Jean Rouch, etnologo, antropologo e regista. Con loro c'è anche Marceline Loridan Ivens. I tre discutono su come impostare la loro indagine sociale, che parte da una domanda rivolta ai passanti che attraversano le strade di Parigi: Sei felice? Nasce “Cronaca di un’estate", uno dei primi esempi di film-verità, realizzato - ed è una novità assoluta - in presa diretta, con una telecamera leggera e un microfono sincronizzato, stile documentario. Marceline Loridan Ivens, l'intervistatrice, incarna il ruolo della donna parigina indipendente con un passato profondo: la prigionia ad Auschwitz, il numero inciso su un braccio comparirà in una scena. Uno dei momenti più alti del film sarà il suo monologo tra Place de la Concorde e Les Halles, in cui ricorda il padre mai più tornato dal campo di concentramento. Lo spazio urbano di Parigi si trasforma in un luogo della memoria, individuale e collettiva. Edgard Morin all’epoca del film ha quasi quarant’anni ed essere ingabbiato in categorie concettuali gli va già stretto. Sociologo, filosofo, antropologo: è riduttivo circoscrivere il suo nome e il suo pensiero in uno spazio disciplinare. Morin attraversa due secoli con la capacità di rinnovare una proposta che non è mai solo lineare. Più volte, nella sua lunga vita chiusasi nei giorni scorsi alla vigilia dei centocinque anni, confessa di non sentirsi a suo agio nel paradigma di una sola disciplina. Un uomo con diverse radici, culture e identità: ebreo sefardita, origini italiane e spagnole, con antenati vissuti a Salonicco, mediterraneo, europeo, cittadino del mondo. Partigiano, comunista, anti-stalinista e anti-integralista. Il respiro multiculturale lo stimola a interrogarsi sulla società: studia legge e letteratura, ma poi si dedica alla cultura di massa, al cinema alla filosofia e incontra anche le culture indigene e meticce dell'America Latina.
L'uomo di frontiera
Morin è un uomo di frontiera, intesa come spazio che si apre verso l'altro o verso un’altra interpretazione del sapere. Lo studioso, scrittore e ricercatore che per quarant'anni ha inseguito e provato a definire l'indefinibile, la complessità, convinto che le specializzazioni figlie del positivismo siano limitanti: “La stessa scienza non è riuscita a dissipare l'apparente complessità dei fenomeni al fine di rivelare l'ordine semplice.” E se è vero che non è mai stato realmente al centro della vita accademica, è sempre stato nel cuore della vita intellettuale, come testimoniano il rispetto e il riconoscimento dei mondi della ricerca, della stessa accademia, della politica e dell'arte.
L'impegno politico: una vita nell'arena
Non si può parlare di Morin senza parlare della sua vocazione politica. Entrato nella Resistenza durante l'Occupazione nazista, è in quegli anni clandestini che abbandona il cognome Nahum e assume quello di Morin, un nome che porta come una seconda pelle. Dopo la Liberazione milita nel Partito Comunista Francese, ma la sua intelligenza critica mal sopporta l'ortodossia. Prende le distanze dallo stalinismo, viene espulso dal partito. Resterà per sempre un post-marxista grazie alla capacità di andare oltre Marx, senza mai consegnarsi a nessun altro dogma. Negli anni della maturità e della vecchiaia il suo impegno non si affievolisce: firma petizioni contro le guerre, prende posizioni scomode sulla questione palestinese, denuncia con forza le politiche coloniali dello Stato d'Israele, critica l'utilizzo della Shoah come dispositivo di legittimazione politica. Fino agli ultimi anni ha continuato a parlare, a firmare appelli, a intervenire nel dibattito pubblico con la stessa passione di un ragazzo che, come scrisse di sé, "voleva rispondere al richiamo della vita".
Per ricordarlo, abbiamo scelto le sue stesse parole. Un decalogo tratto dalle sue dichiarazioni, dalle sue interviste e dalle sue opere, parole dedicate a chi fa ricerca e vive ogni giorno la sfida della complessità.
1. Vivere la complessità
La complessità è caratteristica pregnante del nostro tempo, viverla pienamente è una sfida centrale. Non semplificarla, non suddividerla, ma coglierla nella sua interezza, perché la complessità – al contrario di essere chiarificata - è occultata dalla rigida frammentazione dei saperi. Certo, soprattutto nel campo della ricerca, la specializzazione è necessaria, ma questa diventa pericolosa quando si trasforma in iperspecializzazione che impedisce di vedere i legami, le relazioni tra le parti e il tutto. Un buon ricercatore deve conoscere bene il proprio campo, ma anche essere profondamente consapevole che ogni oggetto di studio è inevitabilmente collegato ad altri a più livelli. Il primo sguardo dev’essere alla globalità, l’approccio olistico e transdisciplinare: solo in questo modo si può giungere a comprendere meglio la realtà.
2. Non solo la parte è nel tutto, ma il tutto è nella parte
Nei sistemi complessi non basta dire che le parti appartengono al tutto: bisogna anche riconoscere che il tutto è presente nelle parti. Il verbo chiave è proprio relier, cioè collegare. In Morin, il verbo amplifica il senso originario di “legare insieme” per divenire principio epistemologico: pensare significa vedere in dettaglio senza separare e collegare senza confondere. La ricerca più feconda nasce spesso nelle zone di confine: tra scienze dure e scienze umane, tra tecnologia e filosofia, tra educazione e società, tra ecologia e politica. Morin direbbe: non abbiate paura della transdisciplinarità, ma praticatela con rigore, non come vaghezza.
3. Conoscenza della conoscenza
La conoscenza non è mai qualcosa di assoluto e, nel suo divenire, possiede una doppia natura inscindibile: la possibilità della verità e il rischio dell’illusione. “Il problema della conoscenza non è quello di aprirsi alla verità respingendo l’errore, ma di capire che ogni verità porta in sé stessa il rischio dell’errore, così come ogni errore può contenere una scintilla di verità”. È necessario ricordarsi che quando vediamo o impariamo qualcosa, il nostro cervello non fa una fotografia fedele della realtà: la traduce attraverso il nostro background culturale e personale. Ed è proprio nel nostro atto di tradurre che l’errore può mischiarsi alla verità. Ogni conoscenza ha il dovere di includere una certa autocritica del soggetto che conosce.
4. Accettate l’incertezza
Un giovane ricercatore è alla continua ricerca di certezze, metodi sicuri, risultati puliti. Morin sostiene che l’incertezza sia parte costitutiva del reale. Bisogna imparare a formularla, non a eluderla. Una delle sue citazioni più ricordate è «la conoscenza è una navigazione in un oceano di incertezza attraverso arcipelaghi di certezze” che è necessario mettere in relazione. Per questo è necessario avere una testa “ben fatta”: non basta sapere molte cose, bisogna saperle organizzare e collegare. Il punto cruciale è saper porre le domande, interrogare e interrogarsi, porre problemi, riconoscere relazioni, affrontare l’imprevisto, vivere pienamente l’incertezza.
5. Autovigilanza intellettuale
Definisce così, in un’intervista del 2018 a Frace Inter, l’atto di autovalutarsi e trova voce in un frammento del suo libro Autocritiquein cui egli afferma “(…) Cerco di rendermi trasparente per vedere chiaro attraverso me stesso, al di là di me stesso. Chiunque scriva si crede sole: giudica dall’alto, a monte, i vivi e i morti. È possibile spezzare il sistema tolemaico che ciascuno costruisce intorno al proprio spirito? (…) Tento lo sforzo di sdoppiarmi in osservatore osservato. Voltandomi verso me stesso mi chiedo: come sono diventato un altro senza tuttavia cambiare? (…) Ho voluto fare un autoesame critico, perché di solito si scrive per criticare le persone che ci hanno ingannati ed io non ho voluto farlo. Ho voluto chiedermi perché io mi sono ingannato”. Il ricercatore non è un occhio neutro fuori dal mondo; porta con sé desideri, paure, ideologie, appartenenze, linguaggi, limiti. E deve cercare di esserne sempre consapevole. Rimettersi in questione è fondamentale, spingere la riflessione verso un cambiamento positivo di sé stessi e, su scala più grande, della società. Altrimenti i propri ideali diventano così intangibili che si cristallizzano in una religione immutabile, derivando nel dogmatismo
6. Non perdete il senso etico della ricerca e della solidarietà
“La coscienza senza scienza e la scienza senza coscienza sono mutilate e mutilanti”. L’etica non può essere separata dal pensiero. Il dovere morale non deriva automaticamente dal sapere, ma ha bisogno del sapere per non diventare cieco. La ricerca deve sganciarsi da mere logiche di mercato. La domanda non è solo: “è vero?” o “funziona?” è anche “a che cosa serve?”, “quali conseguenze produce?”, “chi include e chi esclude?”, “quale idea di umanità presuppone?”. Anche un progetto animato da finalità nobili può produrre effetti negativi se non riflette sulle proprie conseguenze ed è così che la scienza senza coscienza rischia di diventare irresponsabile. Il ricercatore non produce solo dati o risultati: partecipa alla costruzione di un mondo comune; in un mondo che spinge alla competitività, Morin parla di reliace, di riscoperta dei legami di solidarietà. Per lui “Il sentimento di comunità è e sarà fonte di responsabilità e di solidarietà, a loro volta fonti di etica”: il senso della ricerca è un senso condiviso.
7. Imparate a vivere con la contraddizione
“Si ritrova una formula dialogica ordine/disordine/organizzazione già a partire dalla nascita dell’universo” che si protrae nella storia; per questo imparare a vivere con la contraddizione significa riconoscere l’ambivalenza contestuale dei fenomeni umani e storici. Ordine e disordine non sono semplicemente opposti: possono essere antagonisti, ma anche complementari e produttivi proprio nella loro coesistenza. Il punto decisivo è l’organizzazione, cioè il processo attraverso cui dal gioco tra ordine e disordine emergono forme nuove. Pensare insieme termini opposti, ma inseparabili è imprescindibile nella ricerca.
8. Cultura come contrappeso alla barbarie e via privilegiata di umanizzazione
“Mi cercavo tra Dostoevskij e Montaigne” afferma Morin ripensandosi diciottenne. Questa attitudine sarà quella che denoterà sempre la sua idea di cultura, in cui cercarsi e ritrovarsi, perché la letteratura ha un fortissimo potere conoscitivo com’egli stesso afferma “Bisogna non solo riunire delle conoscenze provenienti dalle scienze naturali e dalle scienze umane per comprendere l’umano, ma anche considerare la letteratura, che pure è un mezzo di conoscenza. I romanzi, e più esattamente quelli che sono chiamati i “grandi romanzi”, ci mostrano ciò che nessuna scienza è in grado di mostrare. Ci presentano esseri umani che vivono nella loro soggettività, nei loro sentimenti, nel loro pensiero, nel loro ambiente, nelle loro relazioni. I grandi romanzi sono mezzi di conoscenza dell’umano. Il romanzo non deve solo essere inteso come un oggetto di godimento estetico. È anche un mezzo di comprensione”. Il senso poetico della letteratura e dell’arte risvegliano in noi un umanesimo che non necessita spiegazioni. Per questo un giovane ricercatore non dovrebbe mai limitarsi a leggere solo articoli scientifici, ma dovrebbe sentire come necessarie anche letteratura, storia, filosofia, poesia.
9. Libellule, non uomini-bruchi
“Ero giunto all’età in cui si tenta di uscire dalla propria crisalide. In un documentario avevo visto a prezzo di quali sforzi terribili la libellula riesca a strapparsi al suo involucro. Ancora più terribili sono gli sforzi degli esseri umani, perché spesso falliscono: esistono uomini-bruchi che restano tali per tutta la vita”. La ricerca deve portare alla trasformazione contemporanea di noi stessi e del mondo, altrimenti si finisce per restare uomini-bruchi. La strada non è sempre facile, ma la vita e la carriera di Morin dimostrano che ne vale la pena. “A diciotto anni credevo che non sarei mai riuscito a vivere; la guerra si avvicinava, oscurando l’intero orizzonte. Non avevo abbastanza forza vitale per vincere la mia paura. Temevo la violenza, vale a dire temevo la vita stessa; eppure, nello stesso tempo, volevo rispondere al richiamo della vita. Mi affacciavo a un mondo abbandonato alle prime convulsioni della grande violenza. Rifiutavo quel mondo non soltanto perché ne avevo paura, ma perché credevo nell’amore e nella ragione. E tuttavia erano proprio l’amore e la ragione a spingermi a entrare nell’arena.”
10. Tecnologia, non tecnocrazia
Morin afferma “La tecnocrazia si è sviluppata in modo da concepire gli esseri umani e il mondo attraverso il calcolo. Noi stessi diventiamo oggetti di calcolo: PIL, crescita economica, statistiche. Ma tutto ciò che è autenticamente umano sfugge a questa visione. A ciò si aggiunge il fatto che questa logica del calcolo è legata all’enorme sviluppo del profitto e alla degradazione delle antiche solidarietà (…). Vi è dunque qualcosa, nella nostra stessa società, che tende a dissolvere i legami umani”. Non la tecnologia, ma chi la usa per disumanizzare e asservire è il problema. Le scoperte tecnologiche si sono succedute fin dalla preistoria, scienza e tecnica sono sempre state ambivalenti: possono servire al meglio o al peggio. “L’intelligenza artificiale è l’ultimo stadio dello sviluppo scientifico-tecnico. Si tratta di possibilità considerevoli da domesticare per realizzare i nostri fini etici, i nostri fini politici, e che possono forse anche asservirci. Il grande problema è dunque la domesticazione dell’intelligenza artificiale, che richiede un’intelligenza ancora più complessa della sua per comprenderla e trasformarla.”
Merci Edgard Morin
Ha abitato il mondo, anticipando il futuro con i suoi sguardi: molto prima che diventassero senso comune i temi della crisi ecologica, della globalizzazione e dell'intelligenza artificiale, Morin aveva già individuato la natura sistemica delle grandi contraddizioni del nostro tempo. La sua critica al pensiero riduzionista trova oggi un interlocutore preciso: l'algoritmo. La macchina può riconoscere un modello, ma non comprende il senso di una vita. Può generare parole, ma non porta il peso morale di ciò che quelle parole producono. Può simulare una risposta, ma non abita la domanda e anche qui il problema è etico e politico, nessun rifiuto della scienza e della tecnologia: “ l’intelligenza artificiale l'ultimo stadio dello sviluppo scientifico-tecnico. Si tratta di possibilità considerevoli da domesticare per realizzare i nostri fini etici, i nostri fini politici, e che possono forse anche asservirci. Il grande problema è dunque la su domesticazione, che richiede un'intelligenza ancora più complessa della sua per comprenderla e trasformarla."
Interviste tratte da:
Morin, E. (1961). Autocritique.
Morin, E. (1982). Science avec conscience.
Morin, E. (2013).La méthode : la vie de la vie. Média Diffusion.
Morin, E. (2013). La Méthode-tome 3 La Connaissance de la connaissance anthropologie de la connaissance : La Connaissance de la connaissance. Anthropologie de la connaissance. Média Diffusion.
Morin, E. (2013). La Méthode-tome 4 Les idées, leur habitat, leur vie, leurs moeurs, leur organisation : Les Idées. Leur habitat, leur vie, leurs moeurs, leur organisation. Média Diffusion.
Morin, E. (2014). La tête bien faite. Repenser la réforme, réformer la pensée. Média Diffusion.
Morin, E. (2015). Introduction à la pensée complexe. Média Diffusion.
Morin, E. (2018). Sette lezioni sul pensiero globale. Raffaello Cortina Editore.
https://www.radiofrance.fr/franceinter/podcasts/serie-edgar-morin-autocritique-d-une-vie
https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/serie-a-voix-nue-edgar-morin
https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/serie-edgar-morin-l-eternel-insurg
École de Communication EFAP | Interview Exclusive d’Edgar Morin
Edgar Morin : "Résister à la prose de la vie pour trouver la poésie de sa propre vie" https://youtu.be/BupfIukO9x0?is=X5Rqu6klxvxprcM4
Edgar Morin - Amour, poésie, sagesse https://youtu.be/dfSFGMBSWvg?si=oHW8zuE25NxSoXlO
Edgar Morin, discorso in occasione della Laurea Honoris Causa IULM https://youtu.be/VwXLBq9vtsE?is=yBmM2VoToJt_zePf
