Cosa ho capito sull’IA ascoltando Schmidt, Chieng e gli studenti

pensando all'IA

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Cosa ho capito sull’IA ascoltando Schmidt, Chieng e gli studenti

Una riflessione tra pareri autorevoli, spunti personali e la voce degli studenti.
di Cristiana Dell'Erba
 

Nelle ultime settimane, mentre mi trovavo immersa nella stesura della mia tesi di dottorato, mi sono fermata a riflettere sulle condizioni della nostra società contemporanea. In questo vagabondare intellettuale, mi sono imbattuta in due discorsi che hanno agito come catalizzatori per i miei pensieri, ai quali ho deciso di affiancare una terza voce, raccolta direttamente sul campo: quella degli studenti. Sono loro, in fondo, i veri protagonisti silenziosi di questo confronto. Ad una decina di giorni di distanza, (maggio 2026), i palchi delle cerimonie di laurea americane sono diventati il teatro di una narrazione sul futuro tecnologico. Da una parte l'ex CEO di Google Eric Schmidt e dall’altra il comico Ronny Chieng. I due interventi si collocano in momenti celebrativi di alto profilo. Seppur con modalità completamente diverse, sicuramente condizionate dai loro interessi ed esperienze, queste due figure di spicco hanno offerto alle classi dei laureandi visioni a tratti contrastanti, a tratti unite dalla necessità di preservare l'essenza umana in un momento in cui l'AI smette di essere una promessa per diventare, ma lo è già, un'infrastruttura pervasiva.

Sullo sfondo di entrambi i discorsi, e di quanto emergerà dalle voci degli studenti, si muovono due categorie che terrò con me lungo tutto il percorso: l'accelerazione sociale descritta da Hartmut Rosa (2015), che rende sempre più raro il tempo per il fare disinteressato, e la soglia critica dell'era post-AI evocata da Luciano Floridi (2026), secondo cui la finestra per scegliere consapevolmente la direzione della rivoluzione digitale si sta richiudendo.

Eric Schmidt e l'appello a "entrare nella stanza": partecipazione come illusione di potere.

Eric Schmidt è stato relatore alla cerimonia di consegna dei diplomi dell'Università dell'Arizona il 15 maggio scorso. La sua presenza ha suscitato forti polemiche, proteste e fischi da parte dei laureandi. Non è stata una passerella trionfale, piuttosto un dissenso della generazione del futuro verso commenti che arrivano da chi, del futuro, non deve temere per nulla. Infatti, lui si è rivolto ad una generazione che eredita un mondo complicato, tecnologicamente trasformato e, per molti versi, che appare già incanalato. E proprio a questa generazione ha chiesto di farsi attiva e iniziare ad entrare a far parte del processo di costruzione dell’AI. Eric Schmidt apre il suo discorso ammettendo un fallimento ideale: la sua generazione credeva che la tecnologia avrebbe portato a una definitiva democratizzazione del sapere, rendendo l'umanità più saggia e gentile. Tuttavia, non è andata così. C'è ambiguità nella tecnologia: le stesse piattaforme create per connetterci ci hanno spesso isolato e hanno trasformato il pubblico in un luogo di oltraggio. Il suo discorso ha poi un messaggio chiaro: quello che sta per succedere non arriva automaticamente, viene costruito da chi è presente quando si sceglie una direzione. Schmidt ha chiesto ai laureandi di non essere spettatori, ma di entrare nella stanza in cui si plasma la tecnologia per portare i valori umani, come la libertà, l’uguaglianza e il rispetto, all’interno dello strumento che altro non è che un esecutore di comandi. Sebbene lo strumento ottimizzi ciò che gli viene chiesto, poi qualcuno deve decidere "E quel qualcuno sarete voi", dice Schmidt.

L’efficacia può sostituire la comprensione?

E qui pongo le prime domande che saranno volontariamente provocatorie. Se l'efficacia dell'azione è straordinaria, il fatto che manchi una comprensione interna non rischia di essere un dettaglio irrilevante di fronte ad una società guidata dall'accelerazione? On Controlled Change: Generative AI’s Impact on Professional Authority in Journalism

Secondo, nell'AI non c'è niente di intelligente, lo sappiamo, anzi Floridi (2026) direbbe che è una nuova forma di agenzia senza intelligenza e che si tratta di sistemi che agiscono al posto dell'uomo, spesso meglio di lui, ma senza possedere comprensione, intenzioni o coscienza. In qualche modo, vedo tra le righe questa idea anche in Schmidt e il suo appello è condivisibile così come ben contestualizzato, però comprendo la reazione del giovane pubblico. Credo che la percezione sia quella di avere poco potere. Appare, infatti, un paradosso di responsabilità: si chiede loro di entrare nel sistema per modificarlo e portare valori umani (tra l'altro sarebbe stato interessante se si fosse approfondito come poterlo fare), ma è davvero possibile? È forse un'utopia sperare che si possa dirigere l'AI verso il preferibile, se il potere reale è ormai saldamente nelle mani di chi controlla i sistemi?

La stanza di cui parla Schmidt, in cui si progetta la tecnologia, ha una porta strettissima: richiede competenze tecniche avanzate, accesso a infrastrutture costosissime e posizioni all'interno di un numero ristretto di aziende. Per la stragrande maggioranza dei laureandi è un'astrazione. Lui stesso ha contribuito a costruire quella porta stretta: chiedere ora alla nuova generazione di forzarla, senza fornire strumenti concreti su come farlo, rischia di scaricare su chi ha meno potere una responsabilità che dovrebbe essere anche di chi quel potere lo detiene già. In questo senso, il suo discorso condivide con quello di Chieng un difetto speculare: entrambi indicano un dovere morale alla generazione più giovane, ma nessuno dei due si interroga abbastanza su chi, anche, dovrebbe cambiare le regole del gioco dall'alto

Ronny Chieng e il sabotaggio creativo: "Fuck AI" per salvare l'umano

Pochi giorni dopo l'intervento di Schmidt, Ronny Chieng è salito sul palco dell’Harvard Class Day con un approccio opposto: una satira tagliente che ha esordito con un provocatorio "Fuck AI". D’altronde, considerata la sua carriera come comico e attore, non poteva che presentarsi con uno stile provocatorio ed energico che inaugura con una battuta sulla sua presenza, forse la disdetta all’ultimo di un altro relatore. Chieng non ha parlato di governance, ma di un vero e proprio sabotaggio. Adotta un approccio iconoclasta. Il suo grido è potente e la sua ostilità è motivata dalla stupidità delle attuali allucinazioni dei modelli, dalla constatazione di un'incapacità tecnica di fondo, poiché sostiene che l'AI dia costantemente risposte sbagliate, citando come esempio, un po' banale ma sicuramente d'effetto, delle sbagliate indicazioni stradali ricevute. Vede anche il rischio che queste tecnologie derubino gli individui della parte divertente della creazione. La sua missione è quasi cinematografica: distruggere l'AI per salvare l'umanità, dove per distruggere si intende rifiutare le scorciatoie cognitive e abbracciare la padronanza del mestiere e la profondità della conoscenza. L'hanno accompagnato applausi e incitazioni che in questo caso rappresentano, secondo me, la piacevole sensazione di chi sente riconosciuto il proprio valore. Per lui, delegare il percorso della creatività o della scrittura significa perdere un pezzo di vita: il processo del fare e la soddisfazione del compimento. Chieng ricorda anche che imparare e sapere i fondamentali conta ancora, che bisogna godersi un mondo offline, decisamente migliore di quello online. Questa per lui è l’unica vera missione di questa generazione

L'AI sbaglia ma...la qualità della risposta dipende anche dalla domanda

E qui arrivano gli altri interrogativi. La critica di Chieng si basa in parte sull'osservazione che l'AI non sia affidabile. Essa viene vista come un'entità statica e fallace. Ma ha senso basare l'intero rifiuto di una tecnologia sulla sua temporanea condizione ignorandone il potenziale evolutivo? Negli anni i modelli sono migliorati e si stanno riducendo le occasioni di errore. Sicuramente, bisogna capire (come sembrerebbe, ndr) se l'allucinazione è una caratteristica intrinseca irrisolvibile (Barros, 2025) o se effettivamente si eliminerà. Nella posizione di Chieng, si omette anche il ruolo del prompt. La sua analisi sottovaluta il fatto che interagire con un'AI in modo efficace non è un processo passivo o una semplice delega. Infatti, una buona formulazione del prompt, che serve per portare ad una risposta, è di per sé un atto intellettuale che richiede chiarezza logica, precisione linguistica e conoscenza dell'argomento. Liquidare l'AI come una macchina che dà risposte sbagliate significa ignorare che, spesso, la qualità della risposta dipende dalla qualità della domanda. Ulteriore questione che riguarda i fondamentali che devono rimanere. Chi decide quali siano? E come tracciare un confine netto tra ciò che è fondamentale e ciò che non lo è in un'epoca di cambiamento tecnologico? E poi, imparare a collaborare con l'AI potrebbe diventare esso stesso un pilastro necessario per partecipare alla società del futuro? Come connettere il sabotaggio a questa direzione? Infine, Chieng interpreta l'uso dell'AI come una scorciatoia. Ma se, invece, l'AI non venisse usata per pigrizia, bensì per espandere i confini delle possibilità umane verso territori prima inaccessibili e inarrivabili? Non diventerebbe un potenziamento delle nostre esperienze?

La voce degli studenti sull'AI: già sapevano, vogliono di più

Durante la mia ricerca ho avuto l'onore di chiacchierare con studenti italiani e olandesi che mi hanno raccontato la loro visione dell'AI e, forse, le loro condivisioni aiutano a trovare qualche risposta alle domande poste precedentemente. Mi viene da dire che tanti di loro già sapevano quello che Schmidt e Chieng hanno annunciato ai microfoni. Ascoltare la loro voce nasce proprio dal desiderio di coinvolgerli per considerare anche la loro prospettiva e il loro contributo al cambiamento. Gli studenti universitari dichiarano di utilizzare regolarmente un ecosistema di AI per le proprie attività accademiche. Questa scelta è dettata prevalentemente da due fattori: l’efficienza e l'arricchimento. L'integrazione dell'AI è vista principalmente come un modo per ottimizzare la produttività accademica, permettendo di gestire i compiti in una frazione del tempo abituale. Questo risparmio non è fine a sé stesso, ma serve per performare al meglio e per liberare risorse cognitive per dedicarsi a processi più complessi e comprenderli. Torna la riflessione sul perché ci sia la necessità di velocizzare e bisognerebbe capire se il tempo guadagnato diventa davvero un'occasione per abbandonarsi al piacere dell'approfondimento.

Nessuna scorciatoia, ma un ventaglio di possibilità

Se è vera l’intenzione dichiarata dagli studenti, allora l’AI non è solo una scorciatoia, ma un vero e proprio moltiplicatore di possibilità per conoscere, discutere, imparare. Disponibilità e instancabilità della tecnologia permettono di superare i limiti della realtà fisica, agendo come un partner che consente di vedere di più e meglio, integrando nuove prospettive nel proprio percorso. In risposta a Chieng, gli studenti dimostrano di avere consapevolezza dei limiti della macchina e proprio per questo anche loro condividono l’idea che bisogna essere preparati quando la si interroga. L’aspetto interessante è che assegnano questo compito di formazione proprio ai docenti. Sono loro il punto di riferimento. Questo conferisce una grande responsabilità che è giusto tenere sempre a mente. Emerge chiaramente anche la preoccupazione degli studenti, quindi nulla di inedito nelle orazioni dei due ospiti. Una preoccupazione per l’atrofia cognitiva, per la deumanizzazione dell’esperienza, per meno convivialità e dialogo sociale, elementi che fungono da motore per l’apprendimento e per la vita. Ma loro stessi stanno trovando delle soluzioni, così come le stanno cercando. E le cercano proprio nelle istituzioni. Non chiedono alle università di sabotare l’AI o di vietarla, chiedono di insegnare attivamente come utilizzare questi strumenti in modo responsabile, critico ed etico per continuare a gustarsi il processo del fare e la soddisfazione di un risultato meritato.

C'è anche chi sceglie di non usare l'AI, ma si trova in una posizione di svantaggio competitivo che costringe a rivalutare la scelta o a lottare per mantenere il passo con un sistema che ha accelerato esponenzialmente i propri ritmi.

Relazione umana e finestra di scelta: cosa resta sul tavolo

Se ora si prendono in considerazione le tre prospettive esaminate, c'è un qualcosa di ricorrente. La relazione. Umana. In tutti i casi, si ribadisce la volontà di mantenere il controllo sul cuore analogico della nostra vita, fatto di relazioni, amicizie e quel senso morale che nessuna macchina, per quanto perfetta, potrà mai replicare. Schmidt chiama alla collaborazione perché nulla di valore viene fatto da soli e, con un'eco, Chieng chiede di impegnarsi per vivere le persone e diventare qualcuno da ricordare per qualcun altro. Anche gli studenti puntano alla connessione umana e affermano che è proprio quella a significare il loro percorso di vita.

In comune, i due oratori portano un'altra richiesta: fare ciò che rende felici e che si ama per rendere ogni giorno una gioia. Aggiungono che questo va accompagnato da una chiarezza di scopo. Gli studenti rispondono a questo con un'esperienza importante. Se stanno facendo qualcosa che piace, allora non usano l'AI e si godono la strada per arrivare al traguardo oppure usano l'AI per assaporare ogni singolo momento di quel tragitto. Invece, l'AI viene usata come scorciatoia proprio quando sentono poca motivazione a portare a termine quello che stanno facendo. Mi sorgono allora delle ultime domande.

Nella società dell'accelerazione e dell'alienazione di Hartmut Rosa (2015), fare ciò che ci piace è una cosa per pochi? L’evitamento delle scorciatoie tecnologiche è un privilegio o una necessità accessibile a tutti? Nell'era post-AI (Floridi, 2026), come detto, la finestra per decidere che forma dare a questo mondo si sta chiudendo. La scelta, come sempre, resta nostra. Ma quanto pesano realmente le nostre piccole decisioni quotidiane nel proteggere l'essenza dell'umano?

Tra la domesticazione partecipativa e il sabotaggio creativo, sono più i dubbi che mi rimangono che le rivelazioni.